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Hitler, Socrate, Amore e Gelato

C’è un tipo di lettura che amo particolarmente. Allargando il discorso si può parlare anche di modo di fare letteratura, perché no. Non riguarda tanto il non prendersi sul serio, quanto più ridere della propria serietà. C’è differenza. Hitler, Socrate, Amore e Gelato di Kim Chiari (Nativi Digitali Edizioni, 2014) è un testo che ascriverei a questa categoria. E mi è piaciuto abbastanza.

A livello di intensità di narrazione il libro è molto marcato: si potrebbe benissimo inserire tra i punti forti di Chiari quello di riuscire a creare dal nulla situazioni e intrecci sempre vari. Di certo alcune trovate potrebbero risultare troppo pretenziose, altre grezze, ma in linea di massima tutto, nell’economia della storia, trova una sua ragione d’essere: che sia la follia amorosa di Hitler oppure le sbronze di Gengis Khan, la capacità dell’autore è stata quella di riunire insieme stralci differenti (che, peraltro, a mio avviso potrebbero anche sussistere autonomamente) in un unicum che riesce a non perdere quasi mai di vista la linearità della storia narrata.

Quasi mai. Lo sottolineo perché questo libro mi è piaciuto e non l’ho detto solo come captatio benevolentiae; tuttavia ci sono alcuni elementi che hanno cercato di minare l’eterogeneità del lavoro, la sua godibilità. Tra questi, come accennato, una certa tendenza al caos. Il che non per forza debba ritenersi un fattore negativo. Il disordine può benissimo essere utilizzato per esplicare un punto di vista specifico sul Mondo o per delineare la propria poetica. Insomma, se incanalato con criterio il caos è un significante forte che comunica qualcosa. Se, invece, risulta un elemento di disturbo causando dilatazioni più o meno sconclusionate nella storia o se semplicemente ci dà l’impressione che l’autore si sia rilassato troppo e abbia lasciato scorrere la penna più del dovuto, ecco che allora il lettore incomincia a sentire qualcosa. Una sorta di odore sottile che impermea tutta la pagina. È l’odore della ridondanza non necessaria, e per un lettore è tra i vizi più fastidiosi: leggere qualcosa che non dona niente, ma appesantisce. Beh, no grazie.

copertinahitlersocrate600x800-450x600Perché lo sto dicendo? Leggendo il libro risulta subito lampante: lo stile di Chiari è qui indissolubilmente legato alla brevità e all’essenzialità. Frasi brevi e quotidiane, pensieri veloci, situazioni che per quanto assurde sembrino scivolano via in un attimo, come se fossero cosparse d’olio. Il libro stesso è molto corto e si legge in poco tempo. Quindi la questione del disordine e del tendere al dilatare il non necessario, più che una critica, è- per quanto mi riguarda- un rimpianto: lo è perché tutto risulta così incastrato perfettamente in un piccolo microcosmo a sé stante che questi scivoloni qua e là finiscono per offuscare la brillantezza complessiva del lavoro di Chiari, che in ogni caso risulta notevole.

Nonostante questo cercare di destabilizzare il lettore (che, comunque, non è detto non sia intenzionale; pensandoci a fondo, ribalterebbe tutto e mi piacerebbe sentire il parere dell’autore al riguardo) mi è sembrato che il tutto sia stato costruito fornendo alla storia almeno due perni saldi: i discorsi di Hitler e Gengis Khan con il protagonista, l’uno sull’inesorabilità della Storia e dell’amore come unica soluzione per sfuggire alla sua ciclicità e l’altro sul desiderio di trovare un fine alla propria ricerca esistenziale. Oltre che brani oggettivamente scritti bene, sono passaggi davvero profondi, in grado di lasciare una traccia visibile. Soprattutto sul secondo mi sono fermato parecchio; ho visto che in un altro blog questo brano è stato riportato quasi per intero, ma vi consiglio ugualmente di leggere tutto il libro per non decontestualizzare il momento e godere del tutto in maniera più ricca e completa.

Insomma. Hitler, Socrate, Amore e Gelato è un qualcosa atipico- e già questo basterebbe. Il fatto che poi l’eccezionalità del tutto sia condita da una vistosa capacità di narrazione e da un sapiente utilizzo della fantasia, non può far altro che convincervi: è un libro da leggere, quantomeno per premiare il lavoro dell’autore. Qui sotto trovate la sinossi: 

Yannick, a una festa di paese, rimane folgorato dalla bellezza di una barista. Ispirato, scrive su un taccuino di un ritorno in vita di Hitler che, cavalcando un pollo volante, sorvola la zona. Magicamente la scena si avvera.

Non sarà l’unica assurdità a capitare, e a breve Yannick si troverà suo malgrado a cercare di riportare in vita Socrate, ottenendo un risultato bizzaro, dovrà ascoltare i deliri di Gengis Khan da sbronzo ed assistere all’apparizione di un’enorme montagna di gelato, fino a una serie di deliranti eventi. Perchè accade tutto questo? Ma per merito, o colpa, dell’amore, ovviamente. Aurora, la barista, è la donna dei miracoli che ispira i pensieri deliranti di Yannick, ma anche la bramosia di Hitler, che nel frattempo ha già imparato come muoversi nel mondo moderno.

C’è follia e delirio in “Hitler, Socrate, Amore e Gelato”, ma c’è anche la sensibilità nel descrivere la vita di un ventenne come tanti, tra il lavoro in Croce Verde, la compagnia di amici e una ex che lo tormenta. Così, tra un’assurdità e un’altra, vediamo svilupparsi un colpo di fulmine, fino a conseguenze tali da risultare ingestibili ed insegnandoci che “non c’è nessun Dio in ascolto, ma i miracoli accadono lo stesso: per farli avvenire, dobbiamo essere l’uno il miracolo dell’altro.“

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Mattia Lo Presti

Mattia Lo Presti

Cercatore d’Essere; Ignobile scrittore di poesie; Fanatico lettore onnivoro. Sono nato a Como nel 1993. Mi sono diplomato al Liceo Classico A. Volta lottando principalmente contro la pigrizia e la matematica. Dimenticavo: sono recidivo. Per questo, forse, mi sono laureato in Lettere Moderne (indirizzo filologico-letterario) presso l’università degli studi di Pavia. Ora vivo a Barcelona.
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