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Harry Potter e la maledizione del fandom

Harry Potter maledizione erede

L’uscita del settimo e ultimo romanzo della saga di Harry Potter è, per qualche ragione, stampata nella mia memoria perfettamente. Era il gennaio del 2008 e trangugiai ogni singola parola del libro in meno di una giornata. Fu una sorta di overdose.

Parlare dell’ottava storia canonica è dunque molto difficile, almeno per me: si sta su un piccolo spazio di terra, in bilico e sospesi; da una parte un burrone pieno di fandom[1], dall’altro il triste Regno di coloro pronti a criticare qualsiasi cosa che si muove.

La verità sta proprio nel mezzo: dopo aver letto Harry Potter e la maledizione dell’erede mi sento pervaso insieme sia dall’isteria di una ragazzina strillante che dal cinismo di un critico di Masterchef. Perché è innegabile che J. K. Rowling questa volta l’abbia fatta fuori dal vaso. Ma tu sei lì e non ti arrabbi, tanto il bagno non è il tuo. Come spiegarlo altrimenti?

Andiamo con ordine.

Harry Potter e la maledizione dell’erede non è un romanzo. Arrivati al 3 ottobre sembrerebbe superfluo ribadirlo (in fondo le prime notizie del progetto risalgono già al 2015), eppure non tutti sembrano averlo ancora capito. È il testo teatrale dell’opera messa in scena al Palace Theatre di Londra. Come poter disprezzare un copione perché manca di descrizioni dettagliate dei luoghi o di una sintassi articolata a favore dei soli dialoghi? Mi chiedo se queste persone abbiano mai sentito parlare di Shakespeare. 111

Parto da questo punto perché permette di discendere su tutti gli altri con maggiore facilità: non essendo un romanzo, il metodo critico (e non il punctum, il lato emotivo) da utilizzare cambia prospettiva. Anticipo un attimo le conclusioni del discorso, dicendo che non essendo un romanzo, per me, quest’opera racchiude sì un posto ufficializzato nel continuum della saga, ma più appartato. Il fatto che nasca come opera teatrale rappresenta il punto di lettura chiave, non una giustificazione dell’eventuali pecche in confronto con i romanzi veri della saga o, invece, motivo per esaltarne le lacune.

Harry Potter e la maledizione dell’erede è un prodotto che funziona… in quanto sceneggiatura di un prodotto che prevede il sussidio di altri mezzi, come l’abilità recitativa ed espressiva degli attori, un palcoscenico o la possibilità di effettuare effetti speciali. Estrapolato dal contesto (ecco, in questo senso sì: possiamo criticare la voglia di speculare e la manovra di marketing nel pubblicarlo, semmai) risulta un testo piacevole da leggere e che lascia spazio all’immaginazione. 

In fin dei conti, senza fare spoilers, la trama non aggiunge nulla di poderoso alla storia esistente, se non appunto la “creazione” di questo fantomatico erede che (l’idea può piacere o no) diventa parte integrante del mondo dei maghi. Anche in relazione ai personaggi storici, l’evoluzione della loro psicologia e dei loro modi d’agire, così diversi da quelli dei ragazzini che erano nei sette libri precedenti, non può far altro che sottolineare un lavoro attento di crescita formativa: la Rowling (o chi per essa, se il soggetto dell’opera non fosse stato scritto effettivamente solo da lei) sembra aver capito che diciannove anni sono un sacco di tempo.

A volte bastano sei mesi per cambiare la prospettiva di un uomo, figuriamoci quasi due decadi. Si cresce, si cambia, si matura; a volte si regredisce. Inserire dei personaggi che ormai si sono intagliati perfettamente nell’immaginario collettivo con certi ritmi, proprie filosofie e caratteri particolari, in una prospettiva umana di evoluzione è molto coraggioso: l’ho apprezzato. Sarebbe come, dopo anni, aver avuto tra le mani il seguito de Il giovane Holden. I risvolti del romanzo avrebbero potuto prendere un altra piega, spostarsi su un piano più adulto: come ha affrontato Holden Caulfield la malattia? Da ragazzino che era, ecco un uomo maturo. Il personaggio cresce, sia in relazione agli eventi che ai percorsi interni della propria psicologia. Ma finché tutto questo l’avesse scritto Salinger, sarebbe stato un conto. Se l’avessi scritto, ne sarebbe uscito una merda. 

E dico così perché è importante sottolineare che Harry Potter e la maledizione dell’erede è nato (si spera) dalla penna dell’autrice originaria: J.K. Rowling. Non da qualche autore di fanfiction di serie B. Se Harry Potter è diventato un uomo arrogante, stronzo e cinico, è perché l’essere umani prevede la possibilità di diventare arroganti, stronzi e cinici: è la Rowling ad averlo scelto. Non dico che sia una scelta da condividere in toto, ma perché non accettarla?

Confesso che Harry Potter e la maledizione dell’erede  mi ha, in molti passaggi, annoiato; in altri, confuso. In generale, però, mi ha intrattenuto e spesso mi ha fatto sperimentare ancora quel piacere che non saprei descrivere nel leggere un libro di Harry Potter. Il fatto che , guarda caso, sia davvero un prodotto relativo al mondo di Harry Potter ne è la conferma.

Al tempo stesso, nei punti che mi hanno lasciato perplesso, ho trovato comunque la necessità di staccarmi dal mio lato eccessivamente critico; non sono riuscito ad arrabbiarmi troppo di fronte alle incongruenze della trama: è come se le avessi trovate in Gli animali fantastici dove trovarli  oppure Il quidditch attraverso i secoli. Sono tutti prodotti che circoscrivono il mondo, non lo modificano. Harry Potter e la maledizione dell’erede racconta quello che poteva benissimo non essere raccontato. Ma lo fa lo stesso, e a me va benissimo. Non aggiunge nulla, non toglie niente. Lascia solo una voglia assurda di assistere allo spettacolo teatrale. 

Bene. Allora io concluderei qui il mio tentativo di essere il più obiettivo possib… Oh, no: il fandom. Scusate, non riesco più a trattenerlo. 

Harry Potter e la maledizione dell’erede sputa clamorosamente su qualsiasi persona che abbia letto le precedenti opere della saga con un minimo di passione. Ne prende i lati migliori e li spreme in un frullato di nulla e schifo. Da quando trascinare le cose cercando di far leva sulla nostalgia ha mai tirato fuori qualcosa di buono? Ma Star Wars non vi ha insegnato nulla? Com’è possibile concepire un obbrobrio del genere pensando di sacrificare i sette libri precedenti sull’altare del marketing? 

Harry Potter, notoriamente orfano, che in un dialogo con il figlio gli dice “A volte vorrei che tu non fossi mio figlio”. Ma sul serio facciamo? Ron, diventato la brutta copia di Fred e George, inutile fantoccio buono solo per stemperare la tensione nei momenti cruciali con battute fuori luogo. Che non gli riescono mai. Voldemort che va a fare un figlio con Bellatrix: giuro, pensavo che solo una ragazzina di dieci anni avrebbe potuto immaginare una cosa del genere. E potrei continuare con ogni singolo personaggio della trama, anche quelli nuovi. Non si tratta di crescita, si tratta di aver preso completamente dei personaggi che non c’entrano nulla con quelli preesistenti. Qui si parla di una storia fiacca e inutile a cui è stato appiccicato sopra il nome di Harry Potter per vendere e sfruttarne il marchio. E giusto per strizzare l’occhietto ai fan ritardati, aggiungiamoci pure alcune tra le trovate più becere che proprio i fan hanno sempre sognato e fomentano nelle strepitose fanfiction che scrivono con così tanta passione! Inseriamoci la “Dramione” (l’allusione ad un’ipotetica storia d’amore tra Draco ed Hermione) così faremo strage di ormoni impazziti. E perché no? Aggiungiamo pure un po’ di vago yaoi tra i due ragazzini protagonisti, Albus e Scorpius.

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Ma cosa stava pensando la Rowling quando ha approvato questo scempio? Perché non uno spin-off sul giovane Silente o sul Primo Ordine della Fenice… insomma, il mondo di Harry Potter è talmente vasto da permette migliaia di spunti validi. Perchè andare a ripescare l’ultima frase de I doni della morte

La cicatrice non gli faceva male da diciannove anni. Andava tutto bene. (J.K. Rowling, Harry Potter e i doni della morte, p. 697, Salani editore, Milano 2008)

e sconvolgerla del tutto? Perché allungare il brodo con dell’acqua insipida e con idee senza senso? La storia della Giratempo e dei viaggi nel tempo sono proprio il pretesto irrazionale su cui si fissa tutto il soggetto: come può un prodotto funzionare e reggersi stabilmente se poggia le fondamenta su un cumulo di sterco? 

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Ah-ehm. Chiedo scusa. A parte le stupidate, il punto è questo: non saremmo mai stati tutti pienamente soddisfatti di un nuovo libro di Harry Potter. Né tanto meno i fan più accaniti, che condividono la maledizione di essersi innamorati di un prodotto troppo eccelso per poterne accettare dell’altro che paradossalmente mai potrà eguagliare i precedenti. E conta poco se la storia è canonica o è sbagliata oppure è un copione o è bellissima: non ci sarebbe piaciuta in nessun caso. La cicatrice non faceva più male. E andava tutto benissimo così. 

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Mattia Lo Presti

Mattia Lo Presti

Cercatore d’Essere; Ignobile scrittore di poesie; Fanatico lettore onnivoro. Sono nato a Como nel 1993. Mi sono diplomato al Liceo Classico A. Volta lottando principalmente contro la pigrizia e la matematica. Dimenticavo: sono recidivo. Per questo, forse, mi sono laureato in Lettere Moderne (indirizzo filologico-letterario) presso l’università degli studi di Pavia. Ora vivo a Barcelona.
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