Intersezioni

Hafez, lo Stilnovo e la poesia persiana

Questa volta è a Shiraz che si svolge la nostra storia, nel cuore della Persia. Sappiamo poco di Hafez, questo poeta cortigiano che attorno alla metà del Trecento si aggirava per le strade mezzo religioso, mezzo miscredente, mezzo chi lo sa. È il più grande poeta dell’Iran; si dice che ogni famiglia iraniana tenga in casa, accanto al Corano, una copia del suo canzoniere. Per noi occidentali, invece, avvicinarsi a questa raccolta di liriche lacere e pregne di simboli appare un salto arduo e ardito.

È  il salto che si compie immergendosi in quelle città color sabbia, in quelle strade tortuose, nel sole a picco che cede il passo a radure di alberi e steppa, nel in quel nulla fatto di sabbia e colline a distesa tra un centro abitato e l’altro. Siamo nel Trecento, e dopo un secolo di dominazione mongola, turbolenze, alternzanze e intrighi di palazzo, si apre una breve parentesi di tranquillità, che il buon Hafez aveva imparato a sfruttare. La decadenza di quell’epoca è per lui un sottile rumore di fondo. Non si avverte, leggendo il suo Libro del coppiere, né la guerra, né la paura: leggiamo del vino, dei bei fanciulli, di taverne e prostitute. 

Hafez canta il sacro e il profano, i giovinetti dalle belle sopracciglia, le bettole dove ubriacarsi, le viuzze strette color dell’ambra dove incontrare l’amato. Eppure, la decadenza si fa sentire da lontano: dove sono i re antichi? Dove Creso, dove Noè, si domanda, e viene da rispondere che dormono sulla collina, come in un’antica Spoon River. E forse l’amore è un modo per esorcizzare la decadenza, dimenticarla. 

Abdul-Rahman Jami, Majnun si avvicina al campo di Layli , miniatura dal Haft Awrang 1556-1565
Abdul-Rahman Jami, Majnun si avvicina al campo di Layli , miniatura dal Haft Awrang 1556-1565 (particolare)

Il libro del coppiere è infatti un cocktail particolare, che ha sconcertato e continua a sconcertare gli studiosi. Non è un romanzo d’amore né un poema epico: al contrario (e qui la definizione di “Petrarca d’Oriente”, solitamente affibbiata ad Hafez, calza a pennello) si tratta di un attento gioco di variazioni e riprese, un caleidoscopio variegato come le miniature che di lì a qualche secolo esploderanno nei colori e nelle forme. Ma più che a Petrarca, forse è bene accostarlo agli stilnovisti, al primo Dante, a Cavalcanti. 

Proviamo a mostrarlo con questo ghazal, che leggiamo nella traduzione di Carlo Saccone, grande esperto della letteratura persiana, da cui prendiamo le mosse per la nostra analisi. Non è facilissimo leggere Hafez, bisogna prestare attenzione: dietro il linguaggio paludato, arcaizzante, si cela una grande lirica, un afflato d’amore sublime.

La tua bellezza il mondo intero ha catturato in lungo e in largo

il sole dei cieli è confuso pel volto leggiadro della luna terrena

Mirar codesta Leggiadria e venustà è precetto a tutte le creature

contemplare il volto tuo bello è dovere per le schiere degli angeli 

Dal tuo volto luce ebbe in prestito il sole del quarto cielo

come settima terra schiacciato è dal peso di debito sì grande!

Quell’anima che a lui non si dona, cadavere sarà in eterno

quel corpo che mai gli è soggetto, ben merita sì squartamento! 

Baciare la polvere dei piedi di lui: quando mai a te sarà dato? 

La storia del tuo amore, o Hafez, sarà il vento un dì a recargliela. 

(Hafez, Il libro del coppiere, Carocci, 2003, p. 91) 

Sembra un canto amoroso, di perdizione totale per una bellissima donna. Leggiamo poi che tale bellissima donna è in realtà un lui (notare come la lirica passi dal tu al lui con uno scarto quasi cinematografico). Non ci scomponiamo troppo: si tratterà dunque di un bellissimo giovinetto. Ma ci sono riferimenti astronomici che rimangono ancora oscuri, si fa riferimento alle schiere degli angeli, si parla di “precetto” per indicare l’impossibilità di tutti gli esseri di fronte a questa leggiadrìa, a questa tanto mirabile grazia: chi sarà questo misterioso giovinetto? Non è un equivalente maschile della Laura petrarchesca. Forse… 

Persian Miniature Painting from Diwan of Hafiz by Shaykh Zadeh
Shaykh Zadeh, Miniatura persiana dal Divan di Hafez

Sì, è Lui. È proprio Lui: Dio, Allah. È Dio, con i cerchi dei cieli e le schiere degli angeli. Quanto Dante in queste immagini. È il raggiungimento di Dio  attraverso lo specchio per l’amore per un fanciullo. È una realtà totalizzante e trascendente, intoccabile, come sono intoccabili le donne degli stilnovisti

Come Cavalcanti o Guinizzelli devono attendere il saluto dell’amata come una grazia divina, così Hafez attende un cenno dal suo giovinetto, è completamente assorto nella bellezza di questo giovane angelicato, di questo Dio incarnato.

È un musulmano che guarda altrove, Hafez, e spesso ce lo mostra con richiami a Zoroastro, con richiami a Platone. E il giovinetto descritto da questa poesia non è davvero simile alla donna-angelo? Anche se il nostro religioso eretico-erotico spesso si lascia andare ad un amore più carnale non abbiamo dubbi, siamo di fronte alla stessa poetica, allo stesso mondo. 

Allora ci rendiamo conto che forse a quei tempi non esisteva un “occidente giudaico-cristiano” contrapposto ad un “medio-oriente islamico”, ma si trattava di un unico spazio condiviso, formato da due culture, due gusti, due sessi differenti, l’uno islamico, l’altro cristiano.

E tutto ciò non ha da insegnarci qualcosa, oggi, proprio in questi giorni? 

27 anni, abita a Milano. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e gli effetti si vedono ancora. Si è rassegnato a includere l'arte tra le discipline umanistiche e non nel rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.