Good is not great: Beyoncé in 10 canzoni

Beyoncé

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1. Crazy in love

I felt like it was time to set up my future, so I set a goal. My goal was independence

Beyoncé Giselle Knowles nasce il 4 settembre del 1981 e fin dai primi momenti il suo destino è segnato: i suoi genitori hanno deciso che diventerà una stella. I suoi genitori così come altri milioni di genitori al mondo, che in genere vedono sciogliersi al sole le loro aspettative mancate e in terapia per il povero figlio i loro risparmi; ma questi genitori in particolare hanno tra le mani un diamante grezzo di qualità unica.

Il primo insegnante di canto di Beyoncé e di sua cugina Kelly Rowland – il cuore delle future Destiny’s Child – ha detto di aver lavorato parecchio su Kelly, ma che la voce di Beyoncé era già tutta lì: certo le ha insegnato a respirare e a controllarla, ma sgorgava già timbrata e potente fin dall’inizio. Appena possono quindi i genitori la sbattono sul palco, dove la bambina si muove con disinvoltura e una buona dose di ruffianeria: guardatela in questa esibizione di Home ad appena sette anni e fate attenzione a come in un’altra occasione si rivolge al pubblico quando vince il primo premio.

Ora, il lettore ormai non più di primo pelo – come il sottoscritto – dovrà perdonarmi se tratterò in maniera sommaria la carriera Beyoncé con le Destiny’s Child e di conseguenza i suoi ricordi d’infanzia, ma ci vorrebbe un articolo a parte dedicato solo a loro e non me lo posso permettere.

Mi limiterò a notare tre caratteristiche essenziali.

Si chiamano Destiny’s Child e non Destiny’s Children per un motivo: la formazione varia negli anni, anche se si stabilizza nel terzetto aureo Beyoncé-Kelly-Michelle, ma Beyoncé è sempre il fulcro, il punto centrale, il fascino magnetico e cerebrale del gruppo.

Un gruppo di giovanissime afroamericane che riesce a raggiungere quasi immediatamente un pubblico vasto e mainstream e a mantenersi saldo il vetta è una novità assoluta per il panorama musicale e spianerà la strada a generazioni future e alla svolta R&B del pop.

La musica delle Destiny’s Child è commerciale ma assolutamente notevole: Beyoncé ha un orecchio finissimo e una conoscenza musicale sbalorditiva che le permette di creare arrangiamenti complessi e raffinati come Apple pie à la mode. Inoltre dal vivo sono una bomba: le armonie quasi sempre perfette[1], l’energia incredibile e i playback ridotti all’osso.

Nel 2003 però, prima ancora che il trio si sciolga – lo farà qualche anno dopo, regalandoci però quel gioiellino di album che è Destiny Fulfilled – Beyoncé fa la mossa e lancia la sua carriera solista. La leggenda narra che i suoi produttori, una volta ascoltato Dangerously in love, il suo primo album[2], le avessero detto che non poteva vendere perché non conteneva neanche una hit: «in un certo senso avevano ragione» – avrebbe detto lei stessa qualche anno dopo – «non ne aveva una, ne aveva cinque».

E cinque sono anche i Grammys che si porterà a casa.

2. Listen

Good is good, but it ain’t great.

Non sta a me immaginare cosa passasse per la mente di Beyoncé a quell’età, ma credo che avesse intuito il suo potenziale futuro e che ci stesse già lavorando. Sì perché dopo l’incredibile successo di Dangerously in love, Beyoncé fa due scelte ben precise: se da una parte continua la sua carriera solista nel mondo del pop con B’Day, un album R&B patinato di echi funky e impreziosito da fortunate ballate; dall’altra invece punta sulla costruzione della propria immagine nel solco delle grandi dive afroamericane del passato.

La prima mossa è l’adattamento cinematografico di Dreamgirls, il musical di Broadway ispirato alla vita delle Supremes; Beyoncé manda un provino per la parte della protagonista Deena Jones – ispirata a Diana Ross – in cui cerca disperatamente di rendere il suo vocione più delicato e sottile. Ci riesce e avrà la parte, ma farà astutamente inserire una canzone scritta da lei, pensata per dare uno spessore diverso alla protagonista e per far risaltare la sua vera voce, capace di mangiarsi anche Jennifer Hudson, quella che secondo la trama doveva avere la voce più importante. Listen diventerà ben presto uno dei suoi pezzi più forti, capace di meritarle numerose standing ovation, come in questa performance.

Dopo Diana Ross, la diva del pop, è la volta di Etta James, la madrina del soul: nel 2008 Beyoncé recita in Cadillac Records, dove ne interpreta vita e musica. Il film non ottiene un grande successo, ma Beyoncé in compenso sì: At Last entra a gamba tesa nel suo repertorio, soprattutto dopo che sceglie di cantarla per il primo ballo degli Obama, riuscendo a rubare la scena persino a Presidente e First Lady, che si fermano ammirati ad ascoltarla.

Beyoncé ha ufficialmente messo le basi per Queen Bey.

3. Dangerously in love

I want people to acknowledge, instead of saying “God they look hot”, I want them to say “Damn she can sing!”.

È arrivato il momento di prenderci una pausa dalla sua carriera per concentrarci un momento sulla sua voce e sulle sue doti di musicista. Beyoncé è prima di tutto una cantante, l’ha ribadito più volte fin dall’inizio, e come cantante ha onestamente pochissima competizione: la componente soggettiva è sempre importante, può piacere o non piacere, ma nessuna persona dotata di orecchio funzionante potrebbe negare che sia una voce più unica che rara. Equipaggiata di una tecnica mostruosa e di un notevole arsenale di conoscenze musicali, quando si lascia andare è capace di momenti incredibili, soprattutto sul terreno in cui è chiaramente più a suo agio: il soul e il funky.

Spesso è stata accusata di freddezza e di meticoloso distacco, ed è vero se si pensa alle performance degli ultimi anni, ma nella prima parte della sua carriera Beyoncé dà tutta se stessa ogni sera, cercando di dimostrare a tutti quanto vale come musicista e come cantante. I momenti notevoli sono numerosi, ma io ho scelto questa Dangerously in love dal suo primo grande tour: The Beyoncé Experience Live.

Quella che ascoltate è una piccola masterclass di canto in sette minuti: un rito che si ripeteva ogni sera, fatto di crescendo mozzafiato, messe in voce e sforzando improvvisi, accompagnati da melismi di una precisione incredibile a qualsiasi altezza, che si muovono su scale minori, pentatoniche e medio-orientali.

4. Single ladies (put a ring on it)

Power’s not given to you, you have to take it.

Tra B’Day e il successivo album succede qualcosa: Lady Gaga. Lady Gaga alza l’asticella del mondo pop con performance stravaganti ed estremamente concettuali, con un’estetica che attinge a piene mani dal regno delle drag queen e dalle distopie futuriste. Beyoncé è come al solito rapidissima nel cogliere la tendenza del momento: così come per B’Day aveva corretto il tiro puntando sulle ballate, nel 2009 invece fa suoi i cambiamenti imposti da Gaga, uscendo con un album più concettuale dei precedenti. I am… Sasha Fierce è una doppia raccolta fatta di un lato A di ballads intimiste attribuite a Beyoncé e un lato B di uptempo[3], attribuite a Sasha Fierce, l’alter ego da palco della cantante, tra le quali spiccano ben due collaborazioni proprio con Lady Gaga. Sasha Fierce ha le fattezze della donna robot di Metropolis, uno dei capisaldi del cinema futurista, e rappresenta quello che poi diventerà il punto di forza della Beyoncé degli anni a venire: non più il canto o la musica, ma la performance.

Lo iniziamo a capire già da Single ladies (put a ring on it): una canzone musicalmente molto interessante, che viene però quasi eclissata dal suo video musicale e dal celeberrimo balletto (alla cui popolarità contribuirà non poco la squadra di football del telefilm Glee). Nelle performance dal vivo sarà la coreografia a farla da padrona, relegando la traccia a un misto di pre-rec[4] e interventi dal vivo – formula già sperimentata in passato che però ben presto diventerà lo standard di ogni suo concerto.

La Beyoncé cantante però rimane nelle ballate: Halo, uno dei suoi più grandi successi di sempre, è una canzone mediocre in studio, ma dal vivo viene interpretata con una grinta e con un arrangiamento capaci di renderla uno dei momenti di punta per anni.

5. Run the world (girls)

I said I’m going to take a risk and I’m going to bring R&B music back and I’m going to add bridges to songs and chord changes. I’m going to sing about love and do the opposite of what I thought I was going to do. I’m not going to try to be cool, forget being cool, I’m going to be honest, I’m going to be sad, I’m going to be passionate, I’m going to be vulnerable, I’m going to sing from my heart.

Il successo di quest’ultimo album è notevole, ma la formula non la convince davvero: troppa schizofrenia, troppa disparità di generi musicali, troppo minimalismo e soprattutto troppi brani meno che mediocri accostati a brani più curati. Beyoncé si prende una breve pausa: viaggia, litiga definitivamente con il padre, suo manager da quando era piccina, e lo licenzia.

Spinta dall’esigenza di dare una svolta alle tendenze musicali electro-dance di quegli anni, realizza quello che è il suo album più intimo, personale e – a mio avviso – il più riuscito a livello musicale: 4, come la sua data di nascita e del matrimonio con il rapper Jay Z, quasi a voler caricare di ulteriore significato simbolico il suo quarto album. Il disco viene anticipato dal singolo Run the world (girls), che oggi può suonarci già sentito ma all’epoca era decisamente sperimentale con i suoi echi di marching band, le sue percussioni africane e i sintetizzatori ossessivi: il singolo esce corredato di una coreografia audace e memorabile, realizzata con la collaborazione dei Tofo Tofo, due ballerini mozambicani che neanche la conoscevano, scovati su YouTube e piazzati su un aereo diretto in Texas. La canzone le permette di rinforzare ulteriormente il suo status di performer iconica, tanto che quando la presenta dal vivo viene annunciata dalle lodi di una serie di personaggi del calibro di Barbra Streisand, Michelle Obama, Stevie Wonder e Bono.

Ma è nell’album la vera svolta: tolta una o due canzoni smaccatamente commerciali, ogni singolo brano è un gioiellino musicale che attinge a piene mani alla musica afroamericana degli anni ‘60, ‘70 e ‘80, mischiata con le sue prime influenze africane: Fela Kuti e l’afrobeat. Le collaborazioni poi vedono nomi come Kanye West, André 3000 degli OutKast, e un ancora poco conosciuto Frank Ocean, che ci regala I miss you, il momento più intimo dell’intera raccolta.

Ma è la voce quello che spicca: se negli album precedenti era stata ripulita, raffinata e compressa sinteticamente, qui viene lasciata praticamente al naturale ed esplode in tutta la sua potenza e in tutta la sua estensione.

L’album si rivelerà poi un classico e darà effettivamente una svolta alla scena internazionale – successi vintage come quelli di Pharrel o di Bruno Mars non sarebbero stati possibili senza di lei – ma sul momento non vende affatto bene.

E qui cominciano i problemi.

6. ***Flawless

I miss that immersive experience, now people only listen to a few seconds of song on their iPods and they don’t really invest in the whole experience. It’s all about the single, and the hype. It’s so much that gets between the music and the art and the fans. I felt like, I don’t want anybody to get the message, when my record is coming out. I just want this to come out when it’s ready and from me to my fans.

Beyoncé si è esposta facendo la musica che più le piaceva, la sua headline al festival di Glastonbury è stata un successo[5]ma le vendite non hanno ripagato e una persona come lei non lo può tollerare. Punta tutto sulla strategia che per ora si è rivelata più redditizia: la Beyoncé performer impeccabile, la dea del palcoscenico. In una parola: Queen B. Durante tutto l’anno successivo farà promozione di se stessa più che di un progetto specifico: l’Halftime Show del Super Bowl 2013 diventa subito iconico, The Mrs. Carter World Tour fa sold-out a ogni data e propone uno show pirotecnico, carico di effetti speciali e di riferimenti iconografici legati alla regalità, come il video di lancio del tour.

A quel punto gioca l’ultima carta che la consacra definitivamente come regina: venerdì 13 dicembre 2013 il mondo si sveglia e su iTunes è comparso BEYONCÉ, un visual album di 14 tracce e 17 video che è possibile acquistare solo in pacchetto completo. Nessuno sapeva nulla, l’album non è stato annunciato, non sono state né saranno rilasciate interviste, non c’è stato nessun singolo ad anticiparlo: l’unica soluzione è comprarlo e capire cosa succede.

Inutile dire che è il successo è planetario: quest’album rappresenta un punto di svolta per tutta l’industria musicale. D’ora in avanti il venerdì diventerà il giorno ufficiale per l’uscita dei nuovi album e l’espressione “to pull a Beyoncé” diventerà di uso comune nell’indicare progetti usciti a sorpresa; lo stesso concetto di album si sposta verso il lavoro unico e coeso, dotato di arco narrativo e di brani che hanno un senso nel loro insieme, non più come una somma di singoli e di riempitivi.

In questo lavoro poi Beyoncé esplora temi nuovi, a volte apparentemente contrastanti, come la maternità, la sessualità spesso esplicita (he bucked all my buttons, he ripped my blouse/ he Monica Lewinski’d all on my gown) ma anche la morte e la perdita di un bambino: si avverte l’esigenza di una narrazione più intima o anche solo più incentrata sulla sua esperienza personale di madre e di donna, capace di tenerezza e di aggressività. Forti sono anche le dichiarazioni apertamente femministe[6], sulle quali non voglio soffermarmi perché sono fonte di acceso dibattito, e la rivendicazione di una figura forte e decisa: non più la brava ragazza silenziosa del Texas, ma la bad bitch venuta direttamente dalla strada e assurta allo stato di monarca intoccabile.

L’album è un successo commerciale e di critica – evento raro – e la sua carriera sembra aver toccato l’apice, eppure… Eppure una persona che la segue da molto non può che notare un cambiamento netto nello stile: la ricerca musicale, la volontà di dettare tendenza con qualcosa di nuovo, viene lasciata da parte in favore dell’inseguimento dell’ultima moda. Le influenze di Rihanna e Nicki Minaj sono palesi, la collaborazione con astri nascenti della trap sono calcolate e fortunate, perché brani come Mine e ***Flawless anticipano di almeno un anno buono quello che poi diventerà il mainstream, e la qualità stessa dell’album è fortemente disomogenea: si passa da brani raffinatissimi a zarrate incredibili e banalità scartate da Katy Perry.

Lo stesso accade a livello di performance: il pre-rec domina ormai nelle esibizioni, sempre più perfette, ma sempre più distanti e meno coinvolte.

Beyoncé cantava Flaws and all, Queen B canta ***Flawless.

7. Hold up

I hope I can create art that helps people heal. Art that makes people feel proud of their struggle. Everyone experiences pain, but sometimes you need to be uncomfortable to transform.

Queen B capitalizza subito il successo dell’album omonimo con un tour in collaborazione con il marito Jay Z: la combinazione delle due personalità rende l’On The Run Tour il più redditizio dell’anno. La registrazione del concerto finale della coppia d’America viene trasmessa integralmente sull’emittente HBO: lo spettacolo è una bomba, la chimica dei due sul palco è palpabile e Beyoncé riesce ancora a ritagliarsi dei momenti per cantare come si deve tra una coreografia e l’altra.

Finito il tour spariscono dalle scene. Letteralmente.

Da BEYONCÉ in poi sarà chiaro che Beyoncé non parla più tramite la mediazione di nessuno: tutto ciò che vuole far sapere su di sé e sulla sua vita, lo fa tramite i suoi canali e soprattutto tramite la sua musica.

E così, il giorno prima dell’Halftime Superbowl 2016, Beyoncé sgancia un’altra bomba: Formation è la sua prima vera e propria presa di posizione politica perché è una canzone diretta esclusivamente (?) ad un pubblico afroamericano. 

E gli USA si accorgono che Beyoncé è nera[7]

Il giorno dopo si esibisce in compagnia dei Coldplay e di Bruno Mars e la performance sottolinea a toni ancora più forti il suo sostegno al movimento Black Lives Matter tramite rievocazioni iconografiche delle Black Panthers e un atteggiamento di forte sfida.

La sua nuova presa di posizione divide gli Stati Uniti e sembra annunciare una svolta politica nella sua carriera, ma non sarà così.

Lemonade, il visual album che esce appena due mesi dopo, è un monumentale racconto in musica del tradimento del marito Jay Z e di come Beyoncé l’ha affrontato. Diviso in undici capitoli – Intuizione, Diniego, Rabbia, Apatia, Vuoto, Responsabilità, Riformazione, Perdono, Resurrezione, Speranza e Redenzione – il film collega le canzoni tramite le parole della poetessa somala Warsan Shire.

Eppure. Eppure anche questa visione è parziale, perché andando oltre l’apparenza diventa chiaro che il percorso di consapevolezza e guarigione non è solo quello di Beyoncé stessa, ma quello di tutte le donne afro-americane: Beyoncé parte dalla sua esperienza singola e la sublima, assurgendo al rango di dea ancestrale, a spirito guida dell’essere afroamericana e donna. I riferimenti iconografici sono chiarissimi: in Hold Up ad esempio, ma anche nella notevole performance ai Grammy’s, incarna la dea yoruba Oshun, principio che fonde erotismo e maternità; lo fa tramite i vestiti oro e gialli e tramite l’elemento simbolico dell’acqua. E se in alcune pose ricorda la Madonna, è proprio per sottolineare il sincretismo religioso che ha portato gli schiavi africani ad identificare Oshun con la Vergine Maria, per poterla venerare all’insaputa dei bianchi.

Molti considerano quest’album il suo capolavoro e a livello di comunicazione lo è sicuramente: io personalmente sono rimasto un po’ deluso però dal lato musicale. Non è un album né brutto, né mediocre, ma la ricerca musicale e la sperimentazione passano in secondo piano e fanno quasi da sfondo alla celebrazione della sua persona e del messaggio visivo. L’album tocca numerosi generi eppure non ne approfondisce nessuno: un brano interessante come Don’t hurt yourself si staglia da solo in un insieme di canzoni orecchiabili ma lontane dall’essere originali. E non bastano i momenti illuminati di James Blake e Kendrick Lamar a cambiarne l’atmosfera.

8. Apeshit

I can never be safe; I always try and go against the grain. As soon as I accomplish one thing, I just set a higher goal. That’s how I’ve gotten to where I am.

La dea Beyoncé sparisce. Di nuovo. E quando torna lo fa come opera d’arte. Moltissime sono le voci insistenti che chiedono più dettagli sulla veridicità di Lemonade: la coppia non si esprime a parole, ma tramite la loro arte. Jay Z pubblica 4:44 (il numero ovviamente non è affatto casuale), un album speculare a quello della moglie: qui però Mr. Carter chiede scusa alla consorte e alla famiglia e analizza il suo pentimento. Poi nel 2018 pubblicano insieme un album congiunto a suggellare la loro rinnovata unione: Everything is love. In questo album Beyoncé canta pochissimo: rappa su basi trap in pieno stile contemporaneo, litigandosi con il marito la palma per la rima migliore.

Il singolo viene lanciato con un video ancora una volta epico: la coppia è talmente potente che riesce ad affittare il Louvre per girare una celebrazione della loro arte – e per estensione della cultura afroamericana – nel tempio sacro della cultura occidentale. Beyoncé è la Gioconda, è la Nike di Samotracia, è Napoleone che viene incoronato imperatore: la sua stessa persona è ormai diventata l’opera d’arte.

9. Lift ev’ry voice and sing

One of the most rewarding parts of the show was making that change. I swear I felt pure joy shining down on us. I know that most of the young people on the stage and in the audience did not know the history of the black national anthem before Coachella. But they understood the feeling it gave them.

I veri fan di Beyoncé avranno notato che ho saltato un punto chiave: il Beychella. L’ho fatto perché trovo che la parte più significativa di quel concerto sia quello che ci sta dietro, che verrà rivelato anche a noi comuni mortali solo nel 2019 tramite il documentario Homecoming.

Ma facciamo un salto indietro: Beyoncé ha da poco partorito due gemelli, una gravidanza che lei stessa rivelerà essere stata difficile, piena di complicazioni.
Che fai poi, non ci vuoi mettere il concerto più importante della tua carriera, curato scrupolosamente in ogni dettaglio come ormai è suo solito fare?

Ovviamente sì. Le sue due notti al Coachella sono leggendarie: Beyoncé diventa Nefertiti e avanza spavalda sul suo impero prima di scatenare una marching band di un centinaio di elementi recuperata nei college più afroamericani della nazione. I ragazzi, scelti chiaramente per il loro talento, portano un’energia incredibile alla musica, arrangiata per essere grandiosa e alle coreografie dinamiche e mutevoli: il marito e le Destiny’s Child sono la ciliegina sulla torta del suo trionfo.

Lei balla quasi tutto il tempo in pre-rec: ormai deve essere perfetta sotto ogni punto di vista. A una dea non sono concesse sbavature.

Ma alcune canzoni ci tiene a cantarle: Lift ev’ry voice and sing è l’inno dei diritti civili afroamericani e vedere la donna più potente degli Stati Uniti cantarlo in mezzo a centinaia di giovani afroamericani ha una valenza simbolica fortissima.

È qui ancora più che in Formation che si vede la sincerità dei suoi propositi politici: punta sui giovani, sul futuro, e regala a ognuno dei partecipanti al concerto una borsa di studio. Se non vi sembra una grande cosa, ricordatevi che negli USA studiare è un privilegio di chi può permetterselo e che ci sono intere famiglie che si indebitano a vita per dare un’opportunità del genere ai loro figli.

10. Already

I spent a lot of time exploring and absorbing the lessons of past generations and the rich history of different African customs. While working on this film there where moments when I felt overwhelmed, like many others on my creative team, but it was important to create a film that instills pride and knowledge.

Nel 2018 esce l’ennesimo remake assolutamente non necessario della Disney: Il Re Leone. La novità è che a dare voce a Nala e a Simba sono Beyoncé e Donald Glover/Childish Gambino: tutti si aspettano una canzone originale da Beyoncé che puntualmente arriva e che puntualmente non è nulla di speciale. Quello che però nessuno si aspetta è The Gift, un album che esce praticamente in contemporanea con il film e che rappresenta un punto di svolta nella carriera di Beyoncé. Innanzitutto perché non si tratta di un album di Beyoncé, ma di una collaborazione tra la nostra dea di Houston e una pletora di artisti contemporanei prevalentemente africani, che viene seguita a un anno di distanza dal suo visual album: Black is king.

The Gift/Black is king è un enorme lavoro di ricerca delle radici africane non solo dell’artista, ma di tutta la diaspora afroamericana: Beyoncé diventa un personaggio multiforme che si muove tra riferimenti biblici e divinità orisha per rileggere la storia di Simba in chiave allegorica. Il figlio del re è lo schiavo che, attraversato l’oceano e perse le sue radici, è capace di riscoprirle e tornare a casa a reclamare la sua corona; il messaggio è chiarissimo: black is excellence.

Molte critiche sono state mosse a questo film, soprattutto accuse di sfruttamento o appropriazione culturale e sì, è vero a volte le frasi che pronuncia come fossero rivelazioni divine sono stereotipi sconcertanti, come è vero che alcune delle immagini proposte si fondano su una visione paradigmatica di un’Africa mitologica e leggendaria, ma nel suo insieme non trovo l’approccio superficiale.

Beyoncé è sicuramente la protagonista, ma il visual album è corale: gli artisti coinvolti sono quasi tutti africani e sono spesso giovani artisti emergenti, dinamici, lontani dallo stereotipo senza tempo. Più che sfruttarli, Beyoncé sembra valorizzarli e dare loro una visibilità incredibile: non ruba e spaccia per suo, ma condivide.

Anche quando poi fa riferimento alla cultura tradizionale, lo fa con consapevolezza e cognizione di causa: le maschere Dogon, i costumi tradizionali maliani, le acconciature Omo e Akan, la terra rossa degli Himba non sono elementi mischiati a caso, ma sono presentati in modo da rappresentare le sfaccettature dell’identità Panafricana – esplicitata dalla presenza della sua stessa bandiera.

L’Africa narrata da Beyoncé quindi riesce a muoversi in modo tutto sommato credibile attraverso l’antico e il nuovo, cercando di fornirne un’immagine dinamica e gloriosa al ritmo di una colonna sonora che poco o nulla ha dei cori Zulu che tanto amano gli occidentali, ma molto attinge alla realtà contemporanea urbana.

Che strada prenderà ora Beyoncé Knowles?

Finirà per cristallizzarsi nel suo Olimpo personale o sarà in grado di reinventarsi ancora una volta e continuare a stupire il mondo? Continuerà in modo più deciso il suo impegno politico o preferirà non alienarsi il pubblico bianco?

Qualsiasi cosa succeda, possiamo concordare tutti che la storia l’ha sicuramente già fatta.

 

P.S. Come per gli articoli precedenti, aggiungo una canzone in più per gli impavidi che sono arrivati in fondo. In questo caso vi faccio scegliere tra un tributo a Stevie Wonder in cui esce il meglio della Beyoncé performer spontanea e appassionata e una delle canzoni minori di 4, End of time: un guazzabuglio su base afrobeat dalle armonie vocali stranianti e dall’energia incredibile.

Andrea Poletto
Andrea Poletto

Sono nato una mattina del 1992: qualche ora dopo è morta Marlene Dietrich. Sono sicuro che il destino voglia dirmi qualcosa con questo, ma cosa di preciso non l’ho ancora capito. Milanese per stirpe e per scelta, insegno ai nani dell’hinterland di giorno e studio letterature moderne di notte.

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