La resistenza ne La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo

<span style="color: #000000; font-family: verdana,geneva,sans-serif; font-size: 10pt;">Sulla destra, Ali La Pointe, interpretato da Brahim Haggiag</span>

Sulla destra, Ali La Pointe, interpretato da Brahim Haggiag

Immaginiamo di trovarci nella nebbia della nostra coscienza, stiamo percorrendo una strada che non conosciamo, una strada spoglia e deserta e non riusciamo a vedere a pochi centimetri da noi. Cammina cammina, alla cieca, inciampiamo in un ostacolo: un corpo senza vita giace proprio davanti ai nostri piedi.

Chi è, cosa rappresenta e, principalmente, cosa ci fa un corpo senza vita nella nostra immaginazione?

Ora che avete immaginato potete, se vi siete davvero immersi in questa nebbia, capire cosa ho provato io la prima volta che ho visto La battaglia di Algeri, film del 1966 diretto dal pisano Gillo Pontecorvo.

Continuando questa metafora propriamente onirica mi propongo, fino a dove me lo consentano le mie modeste competenze, di analizzare questo film come un buon detective si propone di indagare un omicidio, ricercando perciò un movente, un assassino, il luogo, il momento, il contesto e la ricostruzione della storia.

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Una scena del film

Proseguendo con ordine, perciò, l’iniziativa di questo film venne presa da Yacef Saadi, uno dei leader del Fronte di Liberazione Nazionale durante la guerra di indipendenza algerina (1954-1962) e proprietario della casa di produzione Casbah Film, il quale contattò personalmente Gillo Pontecorvo per affidargli la regia del film per raccontare la resistenza algerina contro la forza colonizzatrice francese.

Pontecorvo accettò il compito a una sola condizione, che Franco Solinas riscrivesse la sceneggiatura al fine di narrare le vicende sotto un punto di vista più obiettivo.

Questo progetto aderiva perfettamente all’ideologia politica di Pontecorvo che, illuminato dal film Paisà di Roberto Rossellini, lasciò la sua occupazione di giornalista per diventare regista e analizzare le molteplici sfaccettature della violenza politica e del cosiddetto ‘mito della resistenza’ contro la forza politica armata, resistenza che costituisce per Pontecorvo il modello chiave per un impegno politico violento ma etico.

A differenza di Paisà, però, i personaggi e le azioni ne La battaglia di Algeri sono rappresentati da un punto di vista corale e non individuale in quanto il dialogismo costitutivo del linguaggio cinematografico di Pontecorvo moltiplica la prospettiva attraverso la quale noi vediamo e capiamo i motivi della violenza in uno specifico contesto storico, permettendo all’occhio di spaziare tra le complesse e mutevoli interazioni intrattenute tra l’oppressione, l’agente politico e i ruoli dei personaggi popolari.

Gillo Pontecorvo e Franco Solinas parteciparono attivamente al progetto, passando otto mesi nella Casbah, intervistando i propri abitanti e respirando l’aria dello spazio della città dove il Fronte di Liberazione Nazionale ha combattuto, si è rifugiato e si è coraggiosamente difeso.

In estrema sintesi, la trama vede come protagonisti personaggi, persone comuni ma straordinariamente riunite nel Fronte di Liberazione Nazionale e che combattono contro l’esercito colonizzatore francese per l’indipendenza.

La resistenza è principalmente rappresentata da Alì la Pointe e la controparte francese vede come protagonista della vicenda il colonnello Mathieu, personaggio, tra l’altro, non sminuito e comunque di rilievo nella storia perché, pur essendo dalla parte avversaria, è presentato come un tutt’uno con la razionalità, non un soldato qualunque ma un soldato che compie bene il suo lavoro.

Il colonnello Philippe Mathieu, interpretato da Jean Martin

Infatti vi è un momento in cui, in una conferenza, viene chiesto al colonnello se siano giusti i metodi da lui utilizzati e lui semplicemente risponde che bisogna chiedersi se sia giusto o meno che la Francia rimanga in Algeria; il messaggio quindi è questo: non c’è un metodo giusto o sbagliato per fare la guerra ma c’è solo la guerra, nuda e cruda.

Nello stesso modo in cui non viene denigrato l’esercito avversario francese non vengono elogiati i ribelli, perciò, quando Alì la Pointe colpisce di spalle un poliziotto francese, non si tratta di un’azione propriamente definibile come eroica e dignitosa ma allo spettatore arriva comunque il messaggio che quella non è una lotta individuale ma una lotta partecipata e messa in atto da molteplici personaggi e da molteplici azioni.

La violenza e la rappresaglia sono parti integranti dell’indipendenza e anche la fotografia del film sembra rappresentare questo scontro tra parti alla maniera di un cinegiornale.

L’obiettivo è il Cinema Verità, realizzato anche attraverso diversi espedienti tra cui il bianco e nero documentaristico e l’uso frequente del teleobiettivo.

Il montaggio è secco e analogico, e, così come la colonna sonora, di Ennio Morricone, alterna tempi forti e tempi deboli, completando il ritmo narrativo incalzante.
Grazie ai buoni rapporti con l’Algeria il film è stato girato interamente ad Algeri per i vicoli della Casbah con macchina da presa Arriflex a mano ed è interpretato da attori non professionisti, eccezion fatta per Jean Martin, spesso algerini testimoni degli eventi come Yacef Saadi.

Il film vinse il Leone d’oro e il premio della critica internazionale alla Mostra del Cinema di Venezia ed ebbe tre nomination all’Oscar, per il miglior film straniero, il miglior regista e la migliore sceneggiatura originale.

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