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Gesta Romanorum, lo scrigno delle storie

Santi con mezza testa. Ok, non facciamoci domande.

Santi con mezza testa. Ok, non facciamoci domande.

Dio ha creato gli uomini perché ama le storie.

Proverbio ebraico

Quand’ero piccolo, prima che la Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams mi insegnasse a rispondere a ogni domanda riguardante la vita, l’universo e tutto quanto con il numero 42, ero convinto che la buona salute della mia anima passasse attraverso la partecipazione alla messa domenicale. Ora le mie opinioni sono mutate in modo abbastanza drastico, ma se ripenso a quell’esperienza trovo ancora oggi curioso il fatto di non ricordare nulla di quel che i preti della chiesa che frequentavo dicessero durante una delle parti fondamentali della celebrazione: l’omelia.

L’omelia – o, per gli amici, la predica – è praticamente l’unico momento della messa in cui il celebrante possa concedere qualcosa alla propria fantasia. Non tutti riescono a sfruttare questa possibilità con uguale efficacia, ma un’omelia fatta bene dovrebbe essere in grado di rimanerti in testa per anni. Dovrebbe colpire, scuotere, annidarsi nella testa di chi l’ascolta spingendolo alla riflessione, e per ottenere questo scopo non dovrebbe temere di utilizzare tutte le armi della retorica e, all’occorrenza, di essere audace: non è un caso che mi ricordi ancora di un prete che, quando avevo circa nove anni, infilò nel suo discorso una paradossale battuta sul fatto che Gesù avesse troppo da fare per fermarsi a casa degli amici a giocare alla playstation tra un miracolo e l’altro.

Nel mondo antico, comunque, la situazione non era diversa. Nonostante gli sforzi pretesi dalla Chiesa per dimostrare il contrario, i preti erano uomini che si portavano dietro, sul pulpito, gli stessi pregi e difetti che sfoggiavano nella vita quotidiana; trovare un buon oratore nella casta sacerdotale non era qualcosa di scontato, perciò quelli che c’erano godevano di una giusta e sconfinata ammirazione. Le omelie di Basilio, vescovo di Cesarea dal 370, rappresentarono un vero e proprio modello di stile per tutto il mondo bizantino, e insieme a quelle di altri grandi maestri come Gregorio di Nazianzo e Giovanni detto il Crisostomo seguitarono ad essere lette, copiate, imitate fino alla tragica caduta dell’impero nel 1453.

Un San Marco che si calca anacronisticamente gli occhiali sugli occhi

Un San Marco che si calca anacronisticamente gli occhiali sugli occhi

Dall’Europa occidentale, quella che parlava in latino, non ci sono giunte figure di omelisti di un peso storico e letterario paragonabile a quello dei maestri bizantini[1]. Ci è però giunto qualcosa di diverso e infinitamente più bizzarro: ci sono giunti i Gesta Romanorum.

Si potrebbero definire i Gesta Romanorum come una specie di prontuario per predicatori[2]. Concepita non si sa quando, non si sa dove, non si sa da chi, quest’opera imperversò per tutta l’Europa medievale, andando incontro a un successo non paragonabile nemmeno a un’uscita di Playboy con uno special fotografico sull’harem del Saladino. Scritta in un latino elementare, sicuramente da più mani, l’opera si proponeva di soccorrere chi, nel momento in cui l’Onnipotente aveva distribuito agli uomini l’originalità, era rimasto a farsi due patatine da McDonald’s commentando con gli amici il fatto che non ci fossero più le mezze stagioni.

I Gesta erano sostanzialmente una raccolta di aneddoti, novelle e curiosità tirate fuori dalle fonti più disparate e messe giù in modo tale da poter essere utilizzate come base per allegorie di stampo moraleggiante. Traevano il loro nome dal fatto che ogni capitolo si presentava come un aneddoto tramandato dalle antiche storie dell’impero romano: la frase “Nella città di Roma regnava un tempo l’imperatore tal dei tali” ritorna puntualmente come un ora pro nobis all’inizio di ogni storia, che ha quasi sempre per protagonista un imperatore o qualcuno che vive sotto la sua autorità. Poi, terminato l’aneddoto, il compilatore vi aggiungeva l’immancabile “moralizzazione”, la chiave di lettura per comprendere l’allegoria spirituale nascosta nelle righe precedenti. Per esempio, a quel punto veniva rivelato che l’imperatore altri non rappresentava che Dio padre, che il figlio che gli si era ribellato o gli aveva rapito la concubina era il cristiano peccatore, che il consigliere che aveva ricondotto con bei discorsi il figlio scapestrato alla ragione era l’immagine di Gesù Cristo, dello Spirito Santo o semplicemente del buon sacerdote che sapeva fare il suo mestiere.

Un duello tra lumache che avrebbe fatto impazzire Luciano di Samosata

Un duello tra cavalieri di lumache che avrebbe fatto impazzire Luciano di Samosata

Se ci si pensa, era un espediente geniale.

I Gesta provvedevano l’omelista di cultura medio-bassa di un serbatoio pressoché inesauribile di materiale atto a tenere i propri uditori inchiodati alle panche con storie curiose, affascinanti, talvolta avvincenti, sempre e comunque semplici e dirette. L’estrema versatilità della raccolta, che essendo concepita come un repertorio di singole storie poteva essere ampliata o modificata ad libitum da ogni fruitore e compilatore, le consentiva di adattarsi alle esigenze più diverse e alle più diverse occasioni. Nei trecento anni in cui circolò per l’Europa fu copiata, stampata, rimaneggiata, tradotta e presentata nelle vesti più disparate, salvando la vita a centinaia di sacerdoti che, non sapendo che pesci pigliare, infarcivano i loro discorsi di sciapi luoghi comuni che dovevano sortire più o meno lo stesso effetto delle parole di quel tal presule, che per maldestro sfoggio di cultura soleva rammentare ai suoi fedeli che “tutti dobbiamo morire, come diceva Sant’Agostino”[3].

A rendere quest’opera interessante per il lettore d’oggi, tuttavia, non è la sua destinazione, non le sue trite allegorie né tantomeno il suo piatto latino da scuole medie, che più di una volta mi stava invogliando a intitolare questo articolo “(Indi)gesta Romanorum”. No, signori. A rendere unica quest’opera sono proprio le sue storie.

I Gesta Romanorum si presentavano, appunto, come una raccolta di detti e fatti memorabili dell’antica Roma, ma basta buttar loro una rapida occhiata per accorgersi che in questa pretesa c’era più di una nota stonata. Accanto ai tradizionali nomi di imperatori romani, nelle cui corti queste storie si sarebbero svolte, ne troviamo altri che ci suonano perlomeno sospetti. Alcuni capitoli presentano incipit quali “Nella città di Roma regnò un tempo Gorgonio”, “Gioviniano”, “Corrado”, “Pompeo”, o altri che identificano Assurbanipal come “un re dei Greci”[4]. La maggior parte delle storie, inoltre, non presenta alcun elemento tale da permetterci di associarle nello specifico a questo o a quel sovrano: rimpiazzando il nome di Tiberio con quello di Antonino o anche con quello di Fausto Brambilla, il risultato non cambierebbe.

Leone-cavaliere

Leone-cavaliere

Chi sono, poi, i protagonisti dei Gesta?

Da una raccolta di ispirazione palesemente cristiana ci si potrebbe aspettare una serqua di mirabolanti imprese di santi e di martiri, ma a ben guardare quasi tutte le storie sono ambientate nel mondo pagano. È pur vero che nel cristianesimo vigeva la regola enunciata da Basilio di Cesarea che, con una metafora vecchia ma sempre buona, esortava i giovani a rapportarsi con gli scritti pagani come le api che “non si dirigono indiscriminatamente su tutti i fiori e neppure cercano di portar via tutto da quelli sui quali volano”[5], ma stupisce constatare che, sulle centinaia di novelle che compongono la raccolta, solo una manciata di esse proviene da testi cristiani.

Rintracciare le fonti di tutte le altre è un gioco che può spingere lo studioso sull’orlo della follia, ma che può invece regalare infinite soddisfazioni al semplice lettore appassionato. Alcuni dei Gesta, effettivamente, vantano una provenienza da fonti romane quali possono essere Tito Livio o i due Seneca, il collettivo di autori dell’Historia Augusta o il sempreverde Valerio Massimo[6], ma per altri la situazione si fa molto più complicata.

Fioccano le storie che hanno come protagonista Alessandro Magno, ma che i compilatori preferirono trarre da quel capolavoro del fantasy tardoantico che era il Romanzo di Alessandro piuttosto che da veri libri di storia[7]. Immancabile è la presenza del poeta Virgilio nella sua veste di profeta e di negromante, cui abbiamo già consacrato un precedente articolo; nei Gesta Romanorum, tanto per volare basso, gli viene attribuita la costruzione di un palazzo incantato e di una statua parlante, nonché una complessa pratica magica volta a salvare un soldato dalle insidie della moglie. Analoga è la situazione di Socrate, che con una nonchalance tutta medievale viene di volta in volta trasformato in un filosofo romano e in un sapiente cui il re d’Armenia può tranquillamente rivolgersi per la costruzione di uno specchio d’acciaio dotato del potere di scacciare i draghi.

I miti greci non vengono disdegnati, anche se con qualche opportuna modifica: nella versione epurata del mito di Argo, il pastore dai cento occhi, il dio Ermes diventa “un tale di nome Mercurio”, e la vacca dalle corna d’oro sottratta con l’inganno al pastore è una semplice bestia sotto le cui fattezze non si cela – come invece accade nella versione originale – la bella amante di Zeus. Alcune redazioni della raccolta riportano persino l’esteso riassunto di un tardo romanzo latino, la Storia di Apollonio re di Tiro, che però gli anonimi compilatori dovettero giudicare troppo lunga e intricata da trasformare in allegoria: la moralizzazione del racconto veniva qui lasciata alla fantasia del povero omelista, che doveva quindi scervellarsi per cercare di fornire una patina cristiana allo stupro compiuto da re Antioco ai danni della figlia subito all’inizio della storia.

Così come varia è l’origine degli aneddoti della nostra raccolta, vario è anche il loro genere. Vi si trovano storie di guerra e di tornei, esempi di grandi vizi e grandi virtù, avventure in giro per il mondo, motti di spirito e persino storie romantiche – private, sia chiaro, di ogni dettaglio che potesse fomentare l’evocazione di pruriginosi dettagli da parte della mente dei fedeli: tutto faceva brodo, purché i personaggi delle storie e le loro imprese potessero essere trasformati, nella moralizzazione finale, in qualche cosa di edificante. Alcuni capitoli, a ben guardare, sembrano inventati ex novo, e perdono completamente di senso se privati della loro allegoria. Vediamone un esempio lampante:

La bocca dell'inferno che inghiotte ogni cosa

La bocca dell’inferno che inghiotte ogni cosa

Un potente signore mandò i suoi due figli a scuola [in un paese lontano] perché progredissero negli studi e potessero ricavarne un vantaggio economico. Trascorso un certo periodo, il padre spedì loro delle lettere per richiamarli a sé, al che i due fratelli si rimisero in viaggio per la loro patria. Uno dei due fu molto felice di far ritorno a casa e, quando vi giunse, fu ricevuto con gioia dai genitori, che gli confermarono la promessa eredità. L’altro fratello, invece, fu molto turbato dall’idea di dover tornare. Quando finalmente arrivò a casa, la madre gli corse incontro e lo baciò sulla bocca, ma nel baciarlo gli strappò via i denti; la sorella, dopo la madre, volle baciarlo anch’essa, ma nel farlo gli staccò il naso con un morso. Seguì il fratello, che gli cavò gli occhi, e infine giunse il padre che, afferrandolo per i capelli, gli levò di dosso tutta la pelle.

Se subito dopo non intervenisse la moralizzazione a spiegarci che il potente signore rappresenta Dio, i due fratelli l’anima e il corpo dell’uomo e i parenti stronzi la corruzione cui il corpo va incontro dopo la morte, la storia farebbe una sua figura come trama per il Grand Guignol.

Alcune storie si svolgono in un’atmosfera da incubo, come quella del mercante che, ospitato per la notte da un certo re nel suo castello, vede che la regina viene costretta dal marito a consumare il suo pasto in una testa umana mozzata; rinchiusosi poi in camera in preda al terrore, trova dietro una tenda una lampada che arde proiettando sul muro le ombre spaventose di due scheletri. Altre ancora non sono prive di un certo humor, come quella dei tre pellegrini e della pagnotta o quella – già citata – del mito di Argo, in cui il pastore improvvisa un grottesco dialogo col proprio bastone cercando di immaginarsi come il suo padrone potrebbe reagire se la sua vacca gli fosse rubata. A ben guardare, insomma, anche dietro il rigido moralismo di quella che vorrebbe essere una raccolta di pie esortazioni non si fatica a riconoscere il bisogno mai sopito dell’uomo per il nuovo, il macabro, l’insolito, il sensazionale; un bisogno che, talvolta contro la volontà stessa dei loro autori, proprio i Gesta Romanorum contribuirono a soddisfare, nel corso dei secoli, in forme molto diverse.

C’è per esempio una certa storia che ha come protagonista una fanciulla di incredibile bellezza, figlia dell’imperatore Onorio. Per assicurare la pace al proprio impero, il sovrano accetta di dare la fanciulla in sposa a un principe suo nemico. Dopo una serie di peripezie, nel corso delle quali la nave su cui viaggia viene ingoiata da una balena, la principessa giunge alla corte del re il cui figlio dovrebbe diventare suo sposo, e viene ricevuta con ogni cortesia. La scena che segue potrebbe risultarvi familiare.

Una bella regina

Una bella regina

Quando il sovrano la vide, disse alla fanciulla: «Carissima figlia, che il Cielo ti colmi ora e sempre di ogni bene! Sappi che però, prima di darti mio figlio in matrimonio, voglio metterti alla prova.» Subito il re fece preparare tre scrigni. Il primo era d’oro purissimo, tempestato di pietre preziose, e su di esso si trovava la seguente iscrizione: ‘Chi mi aprirà, troverà in me ciò che avrà meritato’. Questo scrigno era pieno di ossa di morto. Il secondo era di puro argento, pieno di gemme da ogni parte, e su di esso campeggiava la scritta ‘Chi mi aprirà, troverà ciò che la natura gli ha donato’: era pieno di terra. Il terzo scrigno invece era di piombo, e la scritta su di esso diceva: ‘Preferisco star qui e qui riposarmi, piuttosto che in mezzo a tutti i tesori del re’. In esso si trovavano tre anelli preziosi.

Il resto della storia non devo raccontarlo a chiunque abbia letto Il mercante di Venezia di William Shakespeare[8].

I Gesta Romanorum non piacquero solo a coloro che ebbero occasione di ascoltarli dalle panche di una chiesa. Queste storie bastarde, figlie d’ignoto, che si trovavano nella Bibbia come nei libri di storia, nei romanzi come nei testi filosofici, nella Città di Dio come nelle Mille e una notte, nei discorsi degli studenti all’università come nella bocca delle vecchie balie, trovarono in questa raccolta un ulteriore, formidabile veicolo di diffusione. Ispirarono poeti, romanzieri, drammaturghi, artisti, nelle cui opere è incredibile, talvolta, scoprire qualche pezzo di un mosaico cominciato da qualcuno secoli prima, dall’altra parte del mondo.

Come atterrò dalla Persia nel libro dei Gesta Romanorum quel tappeto volante, che re Dario dona al figlio in punto di morte? Per quante pagine dovettero camminare la vecchia e la cagnetta, protagoniste di un racconto che si trova nel romanzo indiano Śukasaptati (“Le storie del pappagallo”), per finire in una raccolta di novelle persiane prima, nella loro traduzione greca poi, e infine in un capitolo della nostra raccolta? Quale ebreo sentì raccontare la novella dell’imperatore Gioviniano e del suo falso gemello, per poi correre a raccontarla ai suoi correligionari trasformandola in una fiaba?

Questo, cari lettori, noi non lo sappiamo. Ma se state leggendo queste righe, significa che forse i protagonisti di quei racconti non sono ancora giunti al termine del loro cammino.


NOTA: Non mi risulta che dei Gesta Romanorum esistano traduzioni in italiano: in generale la loro forma stringata e del tutto priva di pathos nella narrazione sembra aver scoraggiato i traduttori dal presentarle al pubblico moderno. Per l’articolo mi sono servito dell’edizione di Hermann Oesterley, Gesta Romanorum – Weidmannsche Buchhandlung, Berlin, 1872. Tutte le traduzioni dal latino sono mie.

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Federico Franchin

Federico Franchin

È nato a Monza nel 1991 e da allora vive a Senago, nel Milanese. Cresciuto in mezzo ai libri, ha una spiccata tendenza ad interessarsi a scrittori e musicisti giudicati minori o semisconosciuti, convinto com'è che anche a loro faccia piacere sentir pronunciare il proprio nome, ogni tanto.