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Con-tatto: forme di resistenza artistica nelle periferie

Muri corpo vivo – pt.2

 

Parlando con Alessandro Gatti, in arte Gattonero, abbiamo voluto rintracciare un quid elementare, una vocazione primigenia all’origine delle prime tag e dei primi murales, che si cela dietro agli sviluppi contemporanei della street art – talvolta valorizzanti, talvolta ossimorici – e che il writer identifica come affermazione di identità. È la sete di riscatto rintracciabile in quei ragazzi che nel Bronx degli anni ‘70 facevano sentire la propria voce scrivendo sui treni:

Nel Bronx degli anni ‘70 la sensazione che si aveva da parte di questi ragazzi era di non esistere. Tu vieni dal Bronx? Allora tu non esisti, io non ti parlo. Questi ragazzi del Bronx che stavano sempre in strada, come forma di reazione hanno pensato (New York ha la metro che non è come la nostra sottoterra, ma gira esterna e fa tutto il giro della circonvallazione) di scrivere il proprio nome a caratteri giganteschi sul treno, in modo che tutti i fighetti del centro potessero leggerlo, a significare: così ti rendi conto che io esisto, così sai che ci sono. Perché ti costringo a leggerlo.

Reazione al disagio che, nascendo in questo contesto con il nome di “graffitismo”, si è poi allargata divenendo parte di un fenomeno globale e multiforme, continua a raccontarci Gattonero mentre lo intervistiamo davanti a una delle sue opere milanesi principali, il murales “benedetto” sul muro di cinta della Basilica di San Lorenzo.

Il murales raffigura la lotta di successione tra Visconti e Sforza attraverso lo scontro metaforico tra i loro stemmi, andati poi a confondersi nel tempo (il Biscione verde, riconosciuto come simbolo di Milano, viene attribuito erroneamente alla casata degli Sforza, ma apparteneva originariamente ai Visconti, mentre la casata concorrente era rappresentata da un’Aquila nera). “Benedetto” perché, ci racconta divertito, oggetto di una commissione in stile quattrocentesco da parte di un parroco illuminato, Don Augusto Casolo, che stufo di veder versare quelle mura nell’incuria, chiamando a raccolta, nel 2014, 11 writers (gli altri sono Acme 107, Ecns, Gatto Max, Gep, Gianbattista Leoni, Kasy 23, Luca Zammarchi, Mr. Blob, Neve e 750 ml) ha deciso di affidare loro la realizzazione di un’opera collettiva, la Milano Street Hi – Story con il compito di scegliere un episodio o un personaggio della storia di Milano da narrare, da Sant’Ambrogio, ad Attila a Leonardo. E ha fatto poi benedire il muro con tanto di chierichetti e incensiera, felice del risultato.

Mentre rievoca l’episodio, il tracciato descritto dalle spire vorticose delle figure alle sue spalle si interseca con quello della sua narrazione:

Arrivando in Italia il fenomeno assorbiva quindi le caratteristiche della storia dell’arte, insomma… qui abbiamo avuto Michelangelo, Caravaggio, Leonardo, e anche i writers sono stati chiamati a confrontarsi con questa eredità estetica e storica. I writers italiani sono legati a una tecnica, a un senso del bello.

E ci racconta di come questa chiamata sia arrivata fino a lui, parlandoci della sua giovinezza (negli anni ‘90) nelle case popolari del quartiere di Baggio, tra l’indifferenza del Comune, i fabbricati abbandonati, i pezzi di cornicione che si staccano e le panchine a cui riattaccare le viti. E delle giornate spese con gli amici sulle panchine di fronte a questi edifici fatiscenti, fino a quell’intuizione della bomboletta spray: «a un certo punto prendi la bomboletta in mano e decidi di decorare casa tua, di abbellire la tua periferia».

Intuizione passata poi attraverso tre generazioni di artisti, da quella Old School di cui fa parte anche Gattonero legata al fumetto e al figurativo, che studiando le fanzine importate da Los Angeles ha cercato di sviluppare il proprio stile, cercando una mediazione tra il nuovo modello americano e l’eredità artistica europea; a quell’ondata di artisti che 6-7 anni dopo si è fatta rappresentante della fase “hip hop”, e di un modo di fare street art divenuto di moda.

Modalità inizialmente vissuta come mercificante dagli esponenti della Old School: «i grossi palazzoni, a differenza delle case in centro sono grandi famiglie, per cui assistere a questo fenomeno ha scaturito la domanda: come fai a mercificare una cosa così spontanea come io che mi dipingo casa?» commenta causticamente Gattonero.

Questa seconda generazione ha colmato il vuoto lasciato dalla vecchia riempiendo la città con uno stile diverso: meno legato al figurativo e più al classico lettering. Fino a che superata la diffidenza iniziale, la commistione tra le due scuole non ha portato a una terza generazione: identificata con il nome di pop up, e caratterizzata da un uso misto e nuovo delle tecniche, come gli appiccichini prima, e lo stencil poi.

Ma soprattutto intuizione che Gattonero non ha mai abbandonato e che ha deciso di portare anche nei centri, abitando il binomio centro-periferie non sotto un segno oppositivo, ma sotto il segno di una comune riqualificazione delle aree degradate e abbandonate, anche nelle vesti di piccoli squarci urbani, di angoli di città, come nel caso della cinta muraria della Basilica. Oggi questa azione è forte nella nostra città della sua diffusione capillare, di cui abbiamo piccole e grandi evidenze: appena fuori Milano, a due passi da Comasina, troviamo il Castello di Zak, ex fabbrica abbandonata, riabitata e fatta rinascere a mo’ di tempio dell’arte dal tunisino Zakaria Jemai. Edificio quasi magico divenuto sosta obbligata per gli artisti di strada. Ma che possiamo ritrovare ad ogni angolo della nostra città, su ogni muro o anfratto che rivendichi per sé solo espressione, parola.

«Spero sia un abbaglio tutta questa oscurità» leggiamo su un muro del quartiere di Gratosoglio, e già basta a fendere uno squarcio.

 

Leggi qui la puntata precedente


Autrice: Valentina Nicole Savino
Regia e riprese: Davide Cipolat
Interviste: Valentina Nicole Savino, Barbara Venneri
Montaggio: Davide Cipolat
Grafiche: Claudia Antini

Valentina Nicole Savino
Valentina Nicole Savino

Nasce ormai quasi un quarto di secolo fa in un piccolo paese industriale attaccato a Milano ed è convinta che questa sia stata la primissima causa del suo interesse sociologico. Per il resto ama l'arte e la cultura in tutte le loro forme, anche se riserva uno spazio speciale alla parola scritta, avvicinata e abitata fin da piccola. Non si sente particolarmente a proprio agio nel mondo, ma crede che una buona soluzione possa essere provare a farlo parlare.

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