Perdizione e direzione, di Francesco Di Domenico

Felix Vallotton, Bagnante, cielo tempestoso, 1916 (particolare)

Felix Vallotton, Bagnante, cielo tempestoso, 1916 (particolare)

                   

          Ora che l’infinito è finito
          Non sono più affine ad un eventuale fine
          E se m’imbarco in qualche nuovo inizio
          So già come finisce.

          Finisce. 

          Avrò la giusta vittoria e non più rivincita

          L’arco all’arciere, la farina al sacco. 

          Ora che l’infinito è già ieri
          Non resto scisso e sinistro a cercare l’amor rescisso 
          E se attraverso sguardi veri mi sento perso
          So già che non sbalordisce. 

          Vivrò nella giusta perdizione, 

          Ora che l’infinito è piuttosto finto
          Non sono più attratto dal tratto grigio 
          Di matita, ma dal foglio bianco della vita. 
          Degusto solo ciò che finisce
          Cadrò accidentalmente nella giusta direzione

 

Nel suo Giù, li. O giù di lì (Albatros, 2018) Francesco Di Domenico racconta l’arsura di un amore finito, con toni aspri, ridondanti, mimando la fastidiosità di un pensiero che ritorna, in un meccanismo antimusicale, che si mette in moto e poi si arresta incomprensibilmente per poi riprendere un andare tutto suo, tutto particolare, sempre teso nel’ossimoro di un infinito che finisce, di un infinito che è già ieri; un infinito finto, fatto di pose, gesti convenzionali, modi di essere scelti già confezionati nel grande supermercato della vita. E’ una scrittura estroflessa, in cui i giochi, le ripetizioni, le rime e tutto il corredo tecnico della poesia è esposto agli occhi del lettore, senza dissimulazione, e in ciò Di Domenico è molto contemporaneo, vicino a tratti alla poesia orale, a tratti a una poesia solo scritta, e tutta l’opera è lì nel mezzo, partecipa di queste due tensioni senza trovare uno scioglimento, perché la materia stessa del suo parlare è molteplice, franta come argilla secca. La disillusione, il cammino riarso del poeta rendono contraddittorio e franoso il procedere della sua opera. Al contrario che in Montale, a cui la realtà si parava davanti come un monolite coerente, in cui cercare l’anello che non tiene, il dettaglio che salta, per Di Domenico nulla tiene, e il mondo, le cose, gli si mostrano in tutta la loro sorniona e assurda parvenza di un orologio guasto. 

 


Francesco Di Domenico è nato a Roma nel 1990. Cresciuto tra Ladispoli e Ciampino, si guadagna da vivere lavorando nel mondo del turismo e della ristorazione. Giù, lì. O giù di lì è il suo esordio nella poesia.

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Amiamo la letteratura, la poesia e l'arte. Ma da centocinquant'anni i poeti circolano senza aureola, e quanto alla letteratura, dicono che non si senta troppo bene. Sarà vero? Intanto, prepariamo ironicamente le nostre esequie per un'arte ancora lungi dall'essere morta...