La fine delle grandi narrazioni e l’inizio delle iper-narrazioni

Locandina di Stranger Things

Locandina di Stranger Things

Per uno strano allineamento cosmico, il 2019 è l’anno in cui molte delle grandi saghe che ci hanno accompagnato negli ultimi anni, in alcuni casi per decenni, sono giunte al termine tutte assieme.

Ricordiamo ancora il lutto mondiale per il finale, da molti considerato indegno, di Game of Thrones. Per quanto riguarda il grande schermo possiamo citare Endgame, titolo conclusivo della cosiddetta “terza fase” dell’epopea Marvel, ma anche The Rise of Skywalker, l’ultimo film della terza trilogia di Star Wars, in uscita a dicembre. Con sorpresa di molti fan, al termine dell’ultima puntata della terza stagione di Attack on Titan, anime epico tra i più acclamati dell’ultimo periodo, è stato annunciato che la prossima stagione, la quarta, sarà anche l’ultima.

Ma ciò che sorprende non è tanto il numero delle saghe che si sono concluse nel 2019, quanto il fatto che, al momento, pare difficile trovare degni eredi pronti a raccogliere il loro testimone. Quando nel 2007 uscì Harry Potter e I doni della morte, ultimo libro di una saga che, per molti versi, ha segnato un’epoca, ci trovavamo nel pieno di quel periodo in cui sembrava impossibile pubblicare solo un libro alla volta e gli scaffali delle librerie strabordavano di trilogie, quadrilogie ed eptalogie. I fan di tutto il mondo rimasero devastati dalla conclusione delle avventure del loro maghetto britannico preferito ma, nel frattempo, molti di loro si erano già imbarcati per altre fantastiche avventure che promettevano ore e ore di intrattenimento per gli anni a venire. Sì, mi riferisco a Twilight, più tardi Hunger Games e tutte le altre saghe per adulti più o meno young di quel periodo. Nel frattempo, al cinema la fortuna di Harry Potter andava avanti a gonfie vele, persino meglio della controparte romanzesca, con una potenza tale da proseguire per inerzia ancora oggi con i film della saga Animali Fantastici. Più tardi iniziò l’età dell’oro delle serie TV, di Netflix e dell’HBO, di Breaking Bad e Sherlock. Si è scritto molto sul fenomeno della serialità e su come in quegli anni media (fumetti, serie tv, serie animate) e generi (fantasy, fantascienza, giallo) un tempo considerati di serie B riuscirono da una parte a conquistare un pubblico enorme, dall’altro a convincere anche la critica.

Ma, se proviamo a guardarci attorno ora, quali grandi narrazioni ci accompagneranno dal 2020 in poi?

Sulla carta, i titoli non mancano: non ci sono meno libri o meno serie tv rispetto all’anno scorso, anzi, il loro numero è probabilmente aumentato. Ma se andiamo ad analizzarli ci rendiamo conto che qualcosa è davvero cambiato. Tra le 10 serie più viste della storia tre risultano ancora in corso: True Detective, Black Mirror e Stranger Things. Di queste, due sono serie antologiche, cioè non composte da un’unica storia che si sviluppa dal primo all’ultimo episodio, ma da più segmenti narrativi collegati tra loro (In Black Mirror ogni puntata è costituita da un cortometraggio e gli episodi sono legati esclusivamente dal tema della tecnologia e delle sue oscure conseguenze, in True Detective ogni stagione rappresenta una storia differente con personaggi e ambientazioni diverse), mentre Stranger Things ha confermato con la sua terza stagione l’incapacità di creare un intreccio unitario. Stranger Things è una serie che ha successo grazie alla caratterizzazione dei personaggi, all’indubbia qualità della regia, all’estetica vaporwave che fa venire nostalgia degli anni Ottanta persino a chi gli anni Ottanta non li ha mai vissuti. Tuttavia, anche se personaggi e location rimangono gli stessi, ogni stagione rappresenta un nucleo narrativo a sé e gli sceneggiatori non sono ancora riusciti a tracciare un vero arco narrativo per collegare tra loro gli accadimenti delle diverse stagioni.

Anche questa tendenza alla disgregazione si può notare in vari media e non è relegata al mondo delle serie TV. Tra gli anime del momento non ci sono grandi narrazioni continuative come lo è stata, ad esempio, Naruto. Abbiamo Le bizzarre avventure di Jojo, probabilmente il prodotto più postmoderno della cultura giapponese, anche questa una serie antologica in cui ogni stagione è ambientata in un’epoca storica differente. Fa eccezione One Piece, che vola verso l’episodio 900 e non accenna a rallentare: bisogna notare però che anche One Piece è una serie estremamente frammentaria, con migliaia di personaggi e sottotrame differenti ad ogni nuova isola su cui la ciurma di Cappello di Paglia decide di fermarsi. La produzione di film Marvel prosegue anche dopo la conclusione di Endgame ma, se si vanno a leggere i titoli in uscita fino al 2021 e annunciati al San Diego Comic-Con di quest’anno, ci si accorge che si tratta di film dedicati ai singoli supereroi e per il momento non si vede all’orizzonte un nuovo Avengers in grado di incanalare i diversi flussi narrativi in un’unica storia.

La sensazione è che gli autori facciano sempre più fatica a contenere le loro storie in un’unica narrazione coerente, che i personaggi si moltiplichino a dismisura e che gli intrecci si sfilaccino in decine di sottotrame aggrovigliate. Le strutture che sostengono le forme classiche di racconto (l’arco di trasformazione del personaggio, il viaggio dell’eroe, la struttura in tre atti…) vengono più o meno consapevolmente abbattute a favore di situazioni inattese e scenografiche e questo spesso rischia di portare al collasso l’intera narrazione. Un esempio evidente è proprio Game of Thrones: l’autore de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco aveva già mostrato più volte la sua abilità nel giocare con le aspettative del lettore per creare sconvolgimento, ad esempio troncando di netto l’arco narrativo di un personaggio nel momento più alto della sua parabola (la morte di Ned Stark o le nozze rosse). Tuttavia il finale della serie TV è stato talmente contratto da rendere incomprensibili le trasformazioni dei personaggi, che pure con tempi più dilatati ed un maggiore approfondimento psicologico avrebbero avuto senso. In cambio gli sceneggiatori ci hanno regalato alcune delle scene più memorabili della storia delle serie TV: la battaglia notturna contro gli Estranei e l’incendio di Approdo del Re.

Nei suoi primi episodi Game of Thrones era una serie estremamente complessa e realistica, che faceva del suo punto di forza l’intreccio, la complessità dei personaggi e i dialoghi. Le scene di violenza, sesso e magia erano espedienti utilizzati sporadicamente ed enfatizzati soprattutto dalla versione televisiva per mantenere alto l’interesse dell’audience. Con il tempo questo rapporto si è completamente ribaltato: la struttura narrativa ed i personaggi sono passati in secondo piano mentre venivano esaltati gli effetti speciali, le spettacolari scelte di regia e le situazioni più iconiche, perfette per essere trasformate in meme.

Si passa così dalle grandi narrazioni alle iper-narrazioni. Intendo qui il prefisso “iper-” con un doppio significato. Da una parte nel senso dimensionale in quanto, proprio come gli Iperoggetti del saggio di Timothy Morton, le narrazioni contemporanee sono incredibilmente estese, non solo nel senso della lunghezza (basti pensare alle dimensioni di un romanzo ottocentesco come Guerra e Pace): le iper-narrazioni si propagano in tutte le direzioni, duplicandosi, estendendosi e generando falsi spesso indistinguibili dall’originale (libri, film, fumetti, prequel, sequel, spin-off, fan fiction…). Dall’altro intendo “iper-” nel senso di “ipertestuale” perché questa miriade di frammenti dispersi nel mondo reale, nel mondo virtuale e nell’immaginario collettivo sono collegati tra loro solo da legami di senso più o meno evidenti e raccoglierli nella loro interezza sarebbe impossibile.

Se le grandi narrazioni sono composte dagli elementi con cui siamo abituati a pensare la narrativa (personaggi, trame e sottotrame, ambientazione…), le iper-narrazioni andrebbero lette come sistemi complessi di meme.

Il termine “meme” è già stato citato più volte all’interno di questo articolo ed è una parola con cui tutti abbiamo imparato a familiarizzare, se non altro per le simpatiche vignette in cui spesso ci imbattiamo scorrendo la bacheca di Facebook e che a volte ci fanno sorridere, a volte proprio non capiamo. In realtà, come illustra Alessandro Lolli nel suo La guerra dei meme, questo termine ha un significato molto più preciso e complesso: un meme è un’unità culturale, un qualunque tipo di fenomeno che si replica, modificandosi, all’interno di una cultura, sia esso una melodia, un’idea, una frase, una moda o uno di quei contenuti che circolano su Facebook, tipicamente formati da testo più immagine, che vediamo diffondersi senza controllo sulla Rete, con piccole varianti e ricombinazioni ad ogni passaggio.

La memetica è la disciplina che studia la propagazione dei meme, proprio come la genetica studia la diffusione dei geni. L’idea di meme nacque proprio nell’ambito della biologia quando Richard Dawkins volle trovare un equivalente culturale alla sua rivoluzionaria visione della genetica. Nel saggio Il gene egoista Dawkins cambia il soggetto della teoria evoluzionistica Darwiniana: protagoniste dell’evoluzione non sono le specie di esseri viventi portatori di geni differenti, ma i geni stessi, che utilizzano gli animali unicamente come vettori per moltiplicarsi e propagarsi nel tempo e nello spazio. I geni di Dawkins sono egoisti perché, come parassiti, non hanno il minimo interesse nel rendere migliore la vita dell’organismo che li ospita: il loro unico scopo è venire trasmessi alle generazioni successive e continuare in questo modo ad esistere. Un tipico esempio della crudeltà dei geni è rappresentato dagli animali da allevamento. Con il tempo, l’uomo favorì la proliferazione di mucche, maiali e polli portatori di geni che li rendevano più grassi, più mansueti, più appetitosi. Gli esemplari privi di questi geni venivano abbattuti prima che avessero la possibilità di riprodursi. La conseguenza? Oggi questi geni esistono in miliardi di esemplari di mucche, maiali e polli diffusi su tutto il pianeta. Si potrebbe parlare di un vero successo evolutivo… non fosse che, se andiamo ad analizzare la vita dei singoli individui, mucche, maiali e polli che vivono e muoiono negli allevamenti intensivi non possono essere certo definiti gli animali più felici della Terra.

I meme fanno lo stesso nel campo della cultura. Yuval Noah Harari all’interno del suo celebre libro Sapiens arriva a paragonare i meme a virus in grado di generare vere e proprie epidemie. Se un’idea come “la necessità di primeggiare sulle altre nazioni e difendere i propri confini” comincia a diffondersi su scala globale, allora l’intera umanità può essere in pericolo. È quanto avvenne con la corsa agli armamenti durante la guerra fredda: enormi quantità di risorse (denaro, lavoro umano, ricerca) vennero spese per aumentare l’arsenale di guerra, con la conseguenza di aumentare esponenzialmente il tasso di pericolo per tutte le nazioni.

Nelle iper-narrazioni avviene proprio questo: i meme si trasmettono da un prodotto culturale all’altro, si moltiplicano e ricompaiono con piccole o grandi variazioni, disegnando traiettorie che spesso diventa impossibile ricostruire. Di per sé questo non è né un bene né un male, ma è naturale che se un autore scrive la sua storia concentrandosi su singole scene iconiche o immagini memorabili anziché sul complesso, allora avrà meno possibilità di costruire una trama solida e coerente. È quanto è successo a Game of Thrones e non solo per quanto riguarda il finale, ma almeno nelle ultime tre stagioni, dopo che lo show a cominciato a divergere dal libro.

Per ora abbiamo parlato di iper-narrazioni nel campo della fiction, ma cosa succede quando è la realtà ad essere iper-narrata? È ciò a cui assistiamo ogni giorno quando apriamo i social, ma anche guando accendiamo la TV per guardare il telegiornale delle 20.30. I meme, molto più di un lungo articolo di giornale, sono il medium attraverso cui leggiamo la realtà, che si tratti della puntata settimanale di Temptation Island o dell’ultimo dissidio tra Lega e Movimento 5 Stelle. Chi fa televisione (e politica) lo sa bene e, proprio come gli sceneggiatori di Game of Thrones, adattano il loro discorso per renderlo più memabile. Gli esempi televisivi, come il ritorno alla ribalta di Barbara D’Urso e zia Mara, i cui programmi ora possono essere fruiti senza rimorsi anche da persone che si ritengono intellettualmente superiori all’italiano medio grazie alla scusa della visione post-ironica, si sprecano. Per la politica, come non citare Meloni-chan o il famigerato premio Vinci Salvini? Cambiare il modo di raccontare non significa necessariamente raccontare peggio, ma sfido chiunque a cercare di ricostruire in una narrazione coerente la storia di uno qualunque dei partiti protagonisti delle vicende politiche degli ultimi anni. Attraverso i meme guardiamo ogni aspetto della realtà, da quelli più triviali a quelli più complessi, come l’Antropocene o lo Xenofemminismo. Se non le conoscete, vi consiglio di fare un giro sulle pagine Greta Thunberg triggerata dall’antropocene e Xenoxena.

Tirando le somme: possiamo dichiarare di essere giunti al termine della narrativa (fittizia o di eventi reali) per come la conoscevamo? Probabilmente no. Per tornare al mondo di libri e serie TV, sono molti i controesempi che sarebbe possibile citare. Tra le serie più attese dei prossimi mesi troviamo ben due grandissime narrazioni: Il signore degli anelli, prodotto da Amazon Prime, e His Dark Materials, tratto dalla trilogia di Philip Pullman a metà tra un romanzo di formazione e un romanzo filosofico. È presto, però, per giudicare: per ora abbiamo visto solo qualche trailer.

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