Gli uomini di Filippo il Macedone

La luce del crepuscolo tinge di rosso le asprezze di una contrada deserta, non più silente perché disturbata da uno scalpitio di zoccoli su pietra. Un cavallo e il suo cavaliere alzano al loro passaggio una nuvola di polvere giallastra, che si deposita quieta. Il viso barbuto dell’uomo è deciso ed imperioso, pronto a combattere per raggiungere il suo scopo.

La Macedonia, regione montuosa a nord del ricco arcipelago delle isole greche, è una terra per noi quasi sconosciuta, dai contorni ancora poco definiti e incerti.

Prima dell’avvento di Filippo II, re dal 359  al 336 a. C., è stata una contrada povera, ricca di foreste e con pochi e piccoli villaggi, una federazione di gruppi etnici affini tra loro, guidata da una monarchia il cui re, guerriero e sacerdote, era eletto dal popolo in armi e che era sempre vissuta ai margini del mondo greco.

Negli anni che precedono l’avvento di Filippo II la povera regione è funestata da lotte interne alla corte e da guerre contro nemici esterni, tra cui gli epiri e gli illiri, le cui regioni si affacciano sul mar Adriatico. Dalle ceneri di un regno povero sorgerà il potente re, che rivoluzionerà e razionalizzerà la situazione interna, con determinazione, avventate azioni guerresche e astute mosse politiche, riuscirà infine a conquistare l’intera Grecia in poco più di vent’anni per poi concludere la sua parabola poco prima della partenza per l’Oriente, alla conquista dell’Impero Persiano.

Il re macedone suscita in me un particolare fascino, fomentato dalle molte notizie, spesso parziali e frammentarie, che delineano i contorni di una figura molto forte, astuta, intelligente e magnanima ma non priva di lati negativi. Sin dalle origini, gli storici contemporanei del re o di poco successivi, hanno tratteggiato una figura dai forti chiaroscuri: rispettoso dei popoli conquistati tanto da non cedere mai a violenze gratuite e ingiustificate, ma allo stesso tempo un uomo con una vita privata apparentemente tormentata, ricca di matrimoni (ben sette) e amanti, immersa nel vino e in festini, lasciva e a volte violenta.

Filippo II di Macedonia

Statua di Filippo il Macedone

Ma quale fu il rapporto che si instaurò tra greci e macedoni? Chi erano costoro? Differivano parecchio dai greci?

Probabilmente i macedoni erano un gruppo che apparteneva al ceppo greco (ciò lo lascia supporre la lingua, ancora oggi davvero poco conosciuta e alcuni tratti culturali). Le differenze erano però sostanziali: i macedoni erano un popolo in armi, guerresco (molto vicino ai celti per molti aspetti), guidato da una dinastia regnante e non frammentato in diverse comunità cittadine come il vivace mondo greco. Inoltre, una volta conquistata la Grecia, non avvenne mai una vera unione tra greci e macedoni, entrambi lieti di sottolineare le reciproche differenze. Eppure uno scambio culturale avvenne, perché i macedoni, pur mantenendo una propria identità etnica, divennero sempre più simili ai popoli ellenici.

Tale processo, molto lento eppure inesorabile, stava subendo negli ultimi decenni un’accelerazione incredibile: se infatti per i macedoni si parla di un cambiamento e di un influenza parziale rispetto ai greci, ciò che subiamo noi oggi rispetto al modello americano (per fare un esempio) ha proporzioni molto più grandi e incide sulla nostra cultura molto profondamente.

In questo processo grava parecchio il diverso sistema di comunicazione (e non solo). Al tempo di Filippo si poteva fare propaganda politica e culturale su ‘vasta scala’ (e così sarà per gran parte dei secoli che ci precedono, sino all’invenzione della stampa e oltre) in modo limitato: con testi epigrafici, orazioni pubbliche, scritti che leggeva solo una parte piuttosto limitata del popolo e poco altro. Oggi invece, i sistemi di comunicazione permettono una copertura quasi totale della popolazione (soprattutto in Occidente): un continuo bombardamento di notizie e programmi, film, serie televisive e stili di vita che ci rendono sempre più cosmopoliti.

Ciò che mi chiedo è se saremo in grado di mantenere la nostra identità pur aprendo la nostra mente e il nostro cuore all’altro. Non fraintendetemi: sono favorevole all’apertura verso nuove culture, anzi, senza questo non potrebbe esserci alcun sviluppo umano all’interno delle nostre civiltà. Ma sono altresì convinto che tale processo debba aiutarci a capire chi siamo e cosa siamo stati, in un  futuro di crescita comune.

Il contesto in cui operò Filippo è molto lontano dal nostro, un paragone con l’attuale situazione italiana è praticamente impossibile. Posso solo sottolineare lo stato di crisi che accomuna due mondi così lontani e così diversi: Filippo grazie alla sua determinazione e al suo coraggio (e sete di potere) riuscì a far diventare potente una contrada secondaria. Oggi, all’interno del contesto europeo e con l’attuale classe politica a governarci, l’Italia uscirà dalla crisi? Riusciremo a ritrovare serenità e certezze?

Il cavaliere prosegue il galoppo sotto il cielo stellato: sta attraversando le terre della futura Europa, deciso ad unire i popoli del vecchio continente e a ridar loro fiducia; fiducia nella classe politica, nel lavoro, in un futuro ricco di possibilità, alla vita.

Il suo obiettivo?

Conquistarci!

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