All’inizio degli anni Novanta una ricercatrice di Amnesty International, mentre era in viaggio su un treno, immaginò la storia di un giovane mago occhialuto. Cominciò allora a scrivere il primo romanzo della serie e a delineare, al contempo, la trama degli episodi successivi.

Quella giovane scrittrice era Joanne Rowling e il giovane mago occhialuto Harry Potter, protagonista di una delle serie fantastiche più lette e amate al mondo.

Uno degli aspetti più interessanti che caratterizza l’opera della Rowling è il recupero, in chiave pop, di molti elementi della tradizione popolare inglese propri dei racconti di maghi e streghe, elementi inseriti senza forzature nell’universo fantastico da lei costruito, un mondo immaginario parallelo a quello reale in cui si muovono personaggi carismatici spesso ben caratterizzati.

Negli anni successivi molti scrittori, seguendo l’esempio dell’autrice inglese, hanno rivisitato in chiave pop miti, leggende o favole della tradizione popolare sperando di bissare il successo ottenuto dalla serie con protagonista il maghetto, ma senza riuscirci.

Il limite più grande di queste saghe si riconosce nell’incapacità degli autori di trattare – o rielaborare – adeguatamente il materiale di partenza e, allo stesso tempo, di inserirlo senza forzature nelle storie, spesso poco originali, che scrivono.

Di conseguenza ci si trova spesso di fronte a dei completi disastri, a dei romanzi di cui non si può salvar nulla: dall’intreccio, troppo banale, alla caratterizzazione dei personaggi, spesso rozzi ingranaggi asserviti alle necessità di una trama prevedibile. Se a questo poi si aggiunge l’incapacità che molti dimostrano nel raccontare una storia, beh, lasciamo perdere.

Altre volte, invece, si leggono, per fortuna – e per sfiga -, solo dei mezzi disastri.

Gustave Dorè, Caronte, Illustrazione per la Divina Commedia
Gustave Dorè, Caronte, Illustrazione per la Divina Commedia

Tra questi ultimi si può contare, ad esempio, uno degli ultimi romanzi pubblicati da Fazi, ovvero Ferryman di Claire McFall, il primo capitolo di una trilogia in cui l’autrice rivisita il mito di Caronte, il traghettatore delle anime dei defunti di origini greche.

Dylan, la protagonista, è un’adolescente con i classici problemi di una ragazza di quindici anni: una madre che non la ascolta – ma iperprotettiva –, dei compagni scemi che sembrano l’incarnazione di stupide serpi, un padre assente e una migliore amica che vive lontano, troppo lontano per poter esserle d’aiuto.

Durante un viaggio in treno intrapreso per andare a conoscere il padre, la poveretta muore. All’inizio non capisce cosa sia accaduto, è confusa, ma accetta passivamente quanto successo senza preoccuparsi più di tanto delle persone che le hanno voluto bene, anzi dimenticandosene quasi del tutto.

Il motivo di tale dimenticanza, oltre ad una vita presentata dall’autrice in maniera sommaria come molto triste, è certamente l’incontro con l’uomo che dà il titolo al primo volume della trilogia, il ferryman – nome con cui si indica la figura del traghettatore delle anime dei defunti nella tradizione irlandese – che risponde al nome di Tristan: giovane bello aitante biondo burbero ma non troppo oh mio Dio l’uomo perfetto!

Inutile spendere ancora qualche parola sul prevedibile sviluppo del loro incontro.

Stucchevole? A dir poco.

Le premesse, in effetti, non sono certo le migliori (e neanche le prime 30 pagine) eppure, proseguendo la lettura, non si può far altro che rimanere sorpresi. Questo perché l’autrice, docente di letteratura inglese, riesce a scrivere una storia quasi credibile che si regge esclusivamente su due personaggi e sul loro rapporto. Lei anima contenta di essere morta, lui eterno prigioniero di un limbo, la Terra Perduta, che cambia sempre aspetto in superficie ma mai la sua essenza, quella cioè di una terra colma di insidie, orrori e sofferenza.

Ferryman Fazi EditoreLa storia tra Dylan e Tristan, nonostante le premesse, è una storia d’amore che, pur essendo poco originale e sdolcinata in più punti, risulta particolarmente incisiva nel mostrare la tenerezza che contraddistingue il loro rapporto, la necessità che trasuda dalla loro relazione.

Quella della McFall è una rivisitazione pop che, nonostante i difetti, sembra molto più convincente di altre operazioni simili tentate negli ultimi anni (come quella, terribile, fatta dalla Meyer ai danni dei vampiri) non solo perché è una brava scrittrice, ma anche perché l’aldilà che immagina riprende molti degli aspetti che caratterizzano la nostra quotidianità.

Ciò è dimostrato, su tutto, dalla natura della Terra Perduta, luogo che assume l’aspetto conferitole dall’anima che l’attraversa: è Dylan, infatti, a conferirle l’aspetto che essa ha nelle pagine del romanzo, ovvero quello delle Highlands scozzesi. E così avviene anche per l’aldilà vero e proprio, il quale si riduce ad essere la proiezione dei nostri desideri più reconditi, la realizzazione di un attimo eterno di felicità.

Entrambi sono mondi che si è scelti l’anima, non mondi a cui il morto è destinato per volontà di un Dio sconosciuto o un contenitore dai contorni evanescenti di cui non sappiamo nulla.

Tutto ciò è da una parte molto inquietante e dall’altra parte perfettamente in linea con quello che viviamo, desideriamo ogni giorno: avere la possibilità di vivere in un mondo che creiamo noi, o che meglio possiamo acquistare – se siamo molto ricchi – quando lo vogliamo al fine di perpetrare in eterno la nostra felicità, in solitudine o in compagnia delle persone che più abbiamo amato durante la nostra esistenza.

Di conseguenza, però, in Ferryman le tensioni che accompagnano i due protagonisti lungo il loro viaggio sono smorzate, attutite da una realtà certamente ambigua ma solo di rado veramente pericolosa.

Purtroppo, nonostante la notevole capacità narrativa della scrittrice e l’invenzione azzeccata della Terra Perduta, il primo capitolo di questa trilogia rimane un tentativo, in gran parte fallito, della rivisitazione di un mito, quello di Caronte, che pecca d’ingenuità e che dimostra, ancora una volta, quanto sia difficile rielaborare in chiave pop miti e tradizioni del passato senza banalizzarli.

 


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Salvatore Ciaccio
Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.