Fernando Colombo e il sogno di una biblioteca universale

Nel corso dei nostri studi abbiamo tutti sentito parlare di Cristoforo Colombo, lo scopritore del Nuovo Mondo, il primo colonizzatore delle Indie Occidentali. Ma quanti di noi hanno mai avuto a che fare con il figlio, con Fernando Colombo?

Eppure, quando ci si addentra lungo gli incerti contorni della sua biografia non si può che provare lo stesso sentimento che pervade il lettore di storie di naviganti ed eroi. Uomo poliedrico, capace di unire uno spiccato senso della tradizione ad un’attitudine tutta moderna, Fernando Colombo (Colón, seguendo un’altra dizione) incarnò il crinale tra il vecchio mondo morente e il nuovo che stava nascendo.

Siamo nel 1488, nella Spagna dei Re Cattolici, Isabella e Ferdinando. Da circa vent’anni le corone di Aragona e Castiglia sono unite, ma ancora resiste nella penisola iberica una enclave musulmana: il regno dei Nasridi di Granata cadrà nel 1492.

Fernando nasce il 15 agosto. È figlio illegittimo del futuro Governatore delle Indie e Ammiraglio del Mare Oceano e di Beatriz Enriquez de Arana, una ragazza, figlia di contadini di Cordoba. Nonostante i natali non esattamente gratificanti per Fernando – almeno stando agli standard dell’epoca –, il padre decide di prenderlo con sé e di dargli il suo cognome.

Gli anni di infanzia di Fernando sono quelli di massimo splendore del nome dei Colombo: il padre nominato Governatore e Ammiraglio, la concessione dei Re di tutti i territori scoperti sotto forma di possesso personale dei Colombo, il figlio introdotto nel dorato mondo della corte spagnola (dove farà da paggio all’Infante Giovanni, l’erede al trono di Aragona e Castiglia[1])… Ma è uno splendore fragile, minato a più riprese dagli insuccessi di Cristoforo e dalla lotta di potere che si consuma tra i favoriti della corte iberica.

Cristoforo Colombo in ginocchio davanti a Isabella di Castiglia in una stampa ottocentesca

Cristoforo Colombo in ginocchio davanti a Isabella di Castiglia in una stampa ottocentesca

Proprio la precarietà della situazione familiare forgerà le attitudini di Fernando. E in particolare gli permetterà di esercitare massimamente una propensione che aveva dimostrato fin dai primi anni di vita, quella per lo studio e soprattutto (cosa strana a dirsi ma vera) per la compilazione di liste.

Non fu un caso che il padre, ormai vecchio e mezzo delirante, lo imbarcò nel suo quarto e ultimo viaggio verso l’America nel 1502: Fernando all’epoca aveva solo 13 anni e doveva tenere il resoconto del viaggio.

Non entro qui nei dettagli della spedizione[2], basti ricordare che – dopo un viaggio alla cieca alla ricerca di un passaggio per arrivare nelle Indie Orientali, scampati per miracolo ad una battaglia contro una popolazione indigena un po’ più bellicosa nei confronti degli europei rispetto ai pacifici Taino, con la maggior parte della ciurma in aperto ammutinamento, Cristoforo Colombo preso da uno dei sempre più frequenti attacchi di febbre, cecità e di pazzia che lo colpirono gli anni prima della morte e, soprattutto, senza più navi, rimasero bloccati in Giamaica per un anno intero dopo aver fatto naufragio.

Ma non è per questo che Fernando Colombo è passato alla storia: non per mirabolanti imprese degne di pirati e corsari, né per avventure che non sfigurerebbero nelle pagine di Salgari. La sua attitudine era lo studio e le liste e, in effetti, Fernando passerà alla storia per lo studio e per le liste.

In particolare, la lista dei libri raccolti durante la sua vita. Quindicimila, secondo un calcolo spannometrico ma abbastanza preciso. Una quantità di testi impressionante considerando l’epoca, che rendeva la sua biblioteca – la Fernandina – una delle più imponenti d’Europa (la più grande se consideriamo solo le biblioteche “private”[3]).

Ciò che più fa impressione però non è tanto la mole, ma la qualità della raccolta. Dicevamo in incipit che Fernando si situa sul crinale tra antico e moderno. La Fernandina rende giustizia di questa duplicità.

Per capirne meglio il senso è necessario fare una premessa. Sappiamo tutti che il tramonto dell’età “classica” coincide in Europa con una profonda involuzione nella produzione e nella diffusione della cultura. Se è sbagliato considerare il Medioevo una “epoca buia”, come è stato spesso affermato, è tuttavia altrettanto sbagliato ignorare il radicale cambio di passo che si produce in quei secoli. Lo sfilacciamento dei rapporti politici e sociali, l’afflusso di popolazioni estranee allo sviluppo della società imperiale (i cosiddetti barbari), il mutamento dei rapporti sociali (frammentazione del latifondo romano, rafforzamento del legame di appartenenza con la terra – sanzionato giuridicamente fin dal IV secolo d.C. –, moltiplicazione dei centri di gestione del territori), il progressivo spopolamento delle città determinò un radicale mutamento nei luoghi dove la cultura veniva praticata e trasmessa.

E il mutamento di luogo è anche mutamento di senso: la nascita del monastero come luogo di conservazione e trasmissione del sapere coincide anche con la scelta programmatica di privilegiare determinati testi rispetto ad altri. Le Sacre Scritture, le riflessioni dei Padri della Chiesa, la opere che potevano essere fatte rientrare negli studi del trivium e del quadrivium. Il resto, bene che andava, era subordinato ai bisogni spirituali: era cibo per l’anima, sì, ma secondo una rigida piramide alimentare “inversa”, al cui vertice c’era la teologia e pertanto era quello di cui bisognava massimamente nutrirsi.

Non solo, in una cultura del Verbo, il libro assume un duplice significato contraddittorio: relegato in secondo piano rispetto alla parola orale, è però sacro depositario del sapere. Il suo valore è di fatto inestimabile, poiché per esso e grazie ad esso i fedeli possono venir edotti della «Via, la Verità, la Vita».

Ecco, non c’è un modello più distante da quel che aveva in mente Fernando Colombo. L’Umanesimo, la riscoperta delle “belle lettere antiche”, l’invenzione della stampa aprono l’Europa ad una vera e propria “riconfigurazione gestaltica” nel rapporto con il libro e con la cultura in generale. E infatti «Fernando affermava che la [sua] biblioteca avrebbe accolto “tutti i libri, in tutte le lingue e su tutti gli argomenti, che si potevano trovare dentro e fuori il mondo cristiano”»[4].

Nessuna preclusione dunque sulla materia (si va dalla musica alla botanica, dalle stampe alla filosofia), sulla lingua, sulla cultura, sulla fattura[5] dei libri raccolti nella Fernandina. Il sogno di una biblioteca universale insomma: una biblioteca che, a mo’ di microcosmo, rispecchiasse il macrocosmo del creato.

Ma dicevamo le liste. Riuscire a raccapezzarsi in un tale maremagnum di carta era impossibile senza un qualche tipo di elenco. Fernando non era il tipo da scoraggiarsi e tre sono i volumi di catalogo che approntò: il Libro delle epitomi (con un riassunto degli argomenti di cui trattava ciascun testo da lui posseduto), il Libro degli argomenti (per cercare le parole chiave e i rimandi nel libro delle epitomi) e, il progetto finale della sua vita, la Tavola degli autori e delle scienze. Un progetto folle e innovativo, che permetteva di tenere insieme in un unico volume l’intero scibile raccolto (potenzialmente l’intero scibile umano).

La Tavola degli autori e delle scienze era ripartita secondo la suddivisone medievale di trivium e quadrivium e nei tre ambiti professionali di medicina, teologia e diritto. Ogni sezione poi conteneva altre sezioni più specifiche (la retorica divisa in: sezione di orazioni, sezione di vite dei santi, sezione di storia antica, sezione di storia contemporanea e così via), secondo una costruzione ad albero rovesciato – dal generale al particolare – che ricorda le moderne classificazioni bibliotecarie per come si sono sviluppate a partire dall’Ottocento in poi.

Il progetto, se fosse andato in porto e si fosse conservato e ampliato dopo la morte dell’autore, avrebbe permesso di racchiudere la totalità del sapere in un reticolo fatto di rimandi continui. Un’enciclopedia delle scienze in cui ciascun elemento contiene se stesso e tutti gli altri, senza con ciò esaurire il dicibile su di sé e su tutto il resto.

Il progetto invece non andò in porto. Con la morte di Fernando nel 1539 la biblioteca piano piano deperì. Venne prima trasferita al capitolo della cattedrale di Siviglia, lì lasciata senza cura ad ammuffire nel sottotetto. Di quell’immane sforzo della mente umana per farsi divina non resta che il ricordo e un simbolo, mortuario ma al tempo stesso pieno di vita. Il simbolo araldico di Fernando Colombo: uno scudo con al centro il disegno delle isole, un castello e un leone, circondato dal motto A Castilla y Léon Nuevo mundo dió Colón e alla cui base, in vece dei classici animali araldici, quattro tomi: Autores, Sciencie, Epitome, Materie.

Il sistema geroglifico di Fernando Colombo

Il sistema geroglifico di Fernando Colombo

Per velocizzare la scrittura dei cataloghi, Fernando elaborò una scrittura geroglifica. Sarebbe un argomento da trattare in un articolo a parte tanto è ricco di spunti. In estrema sintesi si può dire però che la scelta fu dettata dalla lettura di Utopia di Tommaso Moro (nella quale era presente una scrittura simile a questa, che nel racconto moriano era la scrittura degli abitanti di Utopia) e dall’idea molto diffusa nell’Europa dell’epoca che la scrittura geroglifica fosse quella più “vicina” alla lingua abramitica e quindi a Dio. Questa credenza, che può apparire piuttosto balzana e che giustifica lo sforzo di Tommaso Moro di inventarsi una scrittura ex novo, era in realtà dettata dal fatto che il Cinquecento è l’epoca in cui si scoprono sia i geroglifici dell’Antico Egitto sia quelli dei popoli amerindi, ossia di quei popoli inizialmente ritenuti “incontaminati” e pertanto direttamente legati al padre di tutti gli uomini. Per somma sfortuna dei secondi quest’idea non resse l’urto della brama di ricchezza.

Alla purezza di cui erano ammantati fece seguito un brutale razzismo che ne giustificava lo sfruttamento e lo sterminio.

Tomba di Ferdinando Colombo

Tomba di Ferdinando Colombo

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