La felicità non è una questione di merito

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I giorni della scuola – IV

 

Merito. Se c’è una parola che più di ogni altra ha segnato gli ultimi trent’anni anni, e non solo in ambito scolastico,  questa è proprio “merito”. Meritevole dev’essere chi va a scuola, meritevole chi pretende una posizione migliore sul posto di lavoro, meritevoli devono essere i rappresentanti politici. Così, quatto quatto, senza che ce ne siamo accorti, il merito è diventato giudice della vita associata, al punto che in nome del merito,  e della meritocrazia, sono fiorite leggi e riforme, con impattanti conseguenze sulla vita di ciascuno di noi.

Sembra ragionevole. Nessuno vorrebbe avere a che fare, per qualunque mansione o incarico, con persone incapaci, incompetenti, o tuttalpiù mediocri. Anche quando la mediocrità sembra essere un dato di fatto, una realtà a cui ci siamo rassegnati, guardiamo sempre con interesse e desiderio paesi come la Germania, o il Giappone, in cui un forte senso competitivo porta – stando a ciò che si dice – molte persone a desiderare di migliorarsi, di essere più capaci, studiando di più, lavorando di più, diventando cioè dei “buoni cittadini”, come si dice, o  almeno cittadini “migliori di un tempo”. Sembra una spinta positiva della società, al punto che ne sentiamo spesso lamentare la mancanza in Italia, sia dagli editorialisti dei maggiori giornali, sia da imprenditori e uomini d’affari, ma anche nella più banale chiacchiera quotidiana. L’italiano, si sa, è indolente e tira a campare.

L’idea che il merito debba essere, se non nei fatti, almeno in teoria, il metro di giudizio dei componenti della società è talmente radicato che non pensiamo che vi possa essere un altro criterio, e siamo naturalmente portati a considerare la meritocrazia come necessaria conseguenza: se il merito è il metro di giudizio, allora è dovere della società premiare i meritevoli. E, al contrario, è un demerito se non lo fa.

Ma, come diceva Giorgio Agamben «se […] la terminologia è il momento propriamente poetico del pensiero, allora le scelte terminologiche non possono mai essere neutrali[1]», e dunque sarebbe necessario riflettere su cosa sia esattamente questo “merito”, questo “essere migliori”.

Partiamo da un assunto banale. “Migliore” e “peggiore” sono giudizi relativi. Relativi a un’azione (essere bravo a giocare a basket, o a far di conto), ma anche relativi al contesto: posso dire di essere un miglior corridore se parto cento metri di distanza rispetto agli altri?

merito successo

È un assunto banale, certo. Ma è un assunto che viene sistematicamente ignorato ogniqualvolta si parli di merito. Ciò è evidente, per esempio, a scuola.

La scuola italana è, per una serie di strani fattori, fortemente contraddittoria. Da un lato, grazie anche all’influenza di Don Milani e di un certo cattolicesimo, presenta tratti egualitari, molto più dei sistemi scolastici di altri paesi (come la sopra citata Germania, in cui molto presto si accede a percorsi differenziali). Allo stesso tempo, però, è una scuola ancora figlia della riforma Gentile, con scuole di serie A, i licei, e scuole di serie B, i tecnici e i professionali. È inoltre una scuola fortemente burocratizzata, in cui gli insegnanti sono costretti a sacrificare tempo prezioso per preparare le lezioni o migliorare la propria didattica a fronte di compiti d’ufficio, riunioni la cui importanza è spesso più formale che sostanziale, resoconti e tabelle per il Ministero, e così via.

È, infine, una scuola in cui, per trent’anni, si sono succedute riforme parziali dei più vari orientamenti pedagogici, non ultimo, appunto, l’orientamento meritocratico, che è andato man mano a stemperare l’impianto egualitario, per conformarla ai sistemi scolastici anglosassoni, considerati più razionali ed efficienti. Fondamentale in queste riforme è stata la progressiva riduzione dell’autonomia del professore rispetto a una serie di regole e di obblighi: aumento del numero delle valutazioni obbligatorie, scritte e orali; un controllo più rigido sui programmi; aumento del potere dei presidi, anche in termini contrattuali, sui professori. Infine, e non meno importante, l’introduzione di sistemi come gli Invalsi, in modo da dare criteri “oggettivi” per la valutazione.

Ed ecco che arriviamo alla contraddizione. Abbiamo detto, ed è parsa un’osservazione ovvia, banale, che il merito è un giudizio relativo. Sono bravo a scrivere, ma non a far di conto. Sono bravo nello sport, ma non a tennis. Sono bravo a tennis ma mi sono slogato la spalla. La misurazione oggettiva dei dati risucchia in un numero, in un dato quantitativo, una serie di valutazioni qualitative e irripetibili. Il vantaggio è che così si comparano prestazioni e azioni diverse, le si rendono omogenee anche quando non lo sono. Detto en passant, il voto fa la stessa cosa che fa il denaro con le merci: le rende uguali l’una per l’altra. 10 euro di cancelleria sono uguali a 10 euro di un pranzo al bar, anche se sono cose molto diverse, per fare un esempio. Non c’è da stupirsi che questo ci sembri il metodo più razionale: è semplicemente specchio del meccanismo più intimo e costitutivo della nostra società.

merito universitari cringe

Gli effetti paradossali della ricerca dell’oggettività nei metodi didattici si vedono anche da un semplice fatto, di cui tutti abbiamo esperienza. A scuola, di qualsiasi grado e livello sia, si studia per prendere bei voti. Il voto non è più uno strumento per capire la reale preparazione dello studente, ma un fine, sia per lo studente, sia per il professore, che, una volta assegnato il voto, può dire di aver assolto il suo compito.

Ciò che rimane fuori è invece l’elemento centrale per ogni apprendimento: la relazione. Il voto, in sé, non dice nulla della relazione che ha lo studente con il mondo. Se è una relazione sana o no. E cosa voglia dire avere una relazione sana con il mondo.

C’è un altro aspetto che viene escluso, ed è il diritto. Dove il merito la fa da padrone, il diritto soccombe. Può sembrare una frase molto azzardata, ma in realtà non è così. Quando parliamo di diritti, parliamo di valori che vengono assegnati a una persona indipendentemente dai suoi meriti. Se una persona è malata, deve essere curata, perché è suo diritto inalienabile. Anche se quella persona è la più spregevole che abbiamo incontrato nella nostra vita. Se uno ha fame, o ha freddo, ha fame e ha freddo, ed è dovere della società fonirgli un riparo.

Se insegniamo ai nostri ragazzi che tutto si conquista con i meriti, non dobbiamo stupirci che 10 milioni di italiani soffrano di attacchi di panico. La felicità non è una questione di merito. Né la serenità o la saldezza del proprio animo. Anzi, dovremmo insegnare a tenerceli stretti a prescidere dalle nostre performances, a prescindere da quanto siamo abili e intelligenti, perché solo con animo sereno riusciremo a raggiungere i nostri traguardi.

In un mondo che ci obbliga all'eccellenza fare schifo è un gesto rivoluzionario

E qui veniamo all’ultima questione: se sia possibile una società senza merito. Potrà sembrare strano, ma non è questa la tesi di questo articolo. Merito e demerito sono giudizi relativi, non concetti insensati. Una società non può essere libera se l’uguaglianza diventa un modo per incatenarla, per uccidere le differenze, tarpare le ali. Questa è una falsa idea di uguaglianza: è quella che a scuola si manifestava nei grembiulini, nel grigiume claustrale, in cui nessuno è meglio degli altri perché nessuno ha una personalità diversa dagli altri. È, parimenti, il qualunquismo del 6 politico: una meritocrazia cambiata di segno.

«In un mondo che ci obbliga all’eccellenza fare schifo è un gesto rivoluzionario» dice uno slogan: è apprezzabile per il suo carattere situazionistico, ma come programma politico non può funzionare.

No, non vogliamo davvero «fare schifo». È l’approccio razionalistico e oggettivistico alla valutazione, al merito, e all’insegnamento, che si sostanzia nel termine meritocrazia, a essere un enorme passo indietro per tutti noi.

Un approccio sano dovrebbe mostrare, innanzitutto, che se c’è qualcuno più bravo di noi non è un dramma. Anzi, dovremmo essere contenti per lui, e cercare di capire in cosa possiamo essere bravi noi. In secondo luogo, dovrebbe sviluppare una riflessione collettiva su cosa sia il merito, e quali siano i comportamenti meritevoli in una società. L’Italia fascista che premiava i cadetti e i figli della lupa era, secondo i suoi criteri, meritocratica. In un mondo in cui il nemico è lo straniero, contro cui dobbiamo andare in guerra, uccidere diventa una virtù. In un mondo in cui il bene è lavorare, fare tanti figli e non chiedersi mai chi comanda e perché, l’obbedienza è la migliore delle virtù.

In questo modo è possibile superare la competitività insita in ogni modello meritocratico di società, per permettere un’armonica cooperazione dell’individuo associato agli altri. Un’associazione che permette di uscire dalla propria angusta visuale e di lavorare con gli altri, per gli altri. E allora il merito sarà un merito della società. Un merito di tutti, che non cozza con il diritto, con la possibilità di emanciparsi.

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Simone Coletto

Nato a Milano, classe 1993, laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Pavia; lettore e appassionato di politica da sempre, ho avvicinato gli studi filosofici sui banchi del liceo (classico) e da lì ho compreso come questa disciplina dia ad ognuno la possibilità di capire e modificare il mondo.