Federigo Tozzi Siena

Il compito di rifondare il romanzo negli anni del primo dopoguerra, calando in esso la tensione espressionista dei suoi coetanei vociani, spettò a Federigo Tozzi. Fra gli autori della sua generazione, egli fu l’unico a tentare il genere romanzesco con coerenza e ad avvicinarsi ai risultati cui erano arrivati o stavano arrivando i due maggiori scrittori della generazione precedente: Italo Svevo e Luigi Pirandello.

Attraverso le opere di Tozzi è pertanto possibile capire alcuni tratti caratteristici del Novecento. Il suo percorso letterario si spinge infatti dal frammentismo enigmatico sino alla sperimentazione di una scrittura deformante ed espressionista che, a partire dagli spunti autobiografici, mette in luce i temi dell’inettitudine, dell’inconscio e della frantumazione dell’esperienza.

Ma chi è stato Federigo Tozzi? Capire l’istanza “umana” dello scrittore risulta tutt’ora il punto di partenza ineluttabile per prendere parte al disegno complesso ed oscuro delle sue opere; sarà, dunque, di capitale importanza tracciare sommariamente la vita dell’uomo e le influenze che suggestionarono lo scrittore.

Successivamente, attraverso l’esame dei suoi tre romanzi Con gli occhi chiusi, Il podere e Ricordi di un impiegato, sarà analizzata la scrittura “traumatica” che senza sosta sovverte i più ravvicinati orizzonti d’attesa, che volentieri incrina la dimensione logico-consequenziale del racconto tradizionale; e, con essa, verrà messo in luce il legame tra natura e uomo. In particolare, il punto focale verterà sull’evoluzione (o involuzione) del rapporto dei personaggi tozziani con il mondo e il contesto che li circondano.

1. L’uomo, l’autore

1.1. Profilo biografico

Federigo Tozzi
Federigo Tozzi

Federigo Tozzi nasce a Siena il 1° gennaio 1883 e viene subito segnato dal conflitto con il padre, un uomo autoritario e violento arricchito dalla gestione di una trattoria in centro (“Il Sasso”) e dall’acquisto di poderi in campagna. Compie studi irregolari e nel 1901 si iscrive al Partito socialista dei lavoratori italiani: se ne staccherà qualche anno dopo in seguito alla conversione religiosa, assumendo anzi posizioni reazionarie.

Nel frattempo ha un’inquieta relazione amorosa con la contadina Isola (la Ghìsola di Con gli occhi chiusi). Segue per un anno gli studi tecnici a Firenze (1902), poi li interrompe e torna a Siena. Dal novembre 1902 avvia una corrispondenza epistolare intensa e spiritualmente elevata con Emma Palagi, sua futura moglie.Fra il 1908 e il 1914, dopo la morte del padre, vive nel podere di Castagneto, presso Siena. In questo periodo di intenso lavoro scrive novelle, che comincerà a pubblicare nel 1910, e versi (del 1911 è la prima raccolta, La zampogna verde, cui seguirà nel 1913 il poemetto La città della vergine, ispirato alle assidue letture dei mistici, in particolare S. Caterina).

Lavora anche a due romanzi, Ricordi di un impiegato (1910) e Con gli occhi chiusi (1913), che saranno poi pubblicati rispettivamente nel 1920 e nel 1919. Il 1913 è un anno di svolta: supera l’influenza di d’Annunzio, rinuncia alla poesia, sceglie la narrativa. Nel 1914 si trasferisce con la moglie a Roma, per entrare a far parte di un mondo culturale meno provinciale. Frequenta, oltre al noto scrittore e critico Giuseppe Antonio Borgese, che per primo si batté per il riconoscimento pubblico del lavoro tozziano, Grazia Deledda, Sibilia Aleramo, Marino Moretti; collabora a parecchi giornali e conosce Luigi Pirandello. Proprio a Roma, Federigo Tozzi muore il 21 marzo 1920, colpito da una polmonite.

1.2. Lo stile e le influenze

Herbert Bayer
Opera di Herbert Bayer

La prima impressione che si può trarre delle letture delle opere tozziane è sicuramente quella di trovarsi di fronte ad uno scrittore molto difficile, contraddistinto da un’esperienza personale davvero problematica. La vita, nella bellissima e cupa Siena che ci descrive, si riflette nei suoi romanzi in termini di difficoltà formative in un ambiente complesso e condizionante. Tutta la sua scrittura così ostica dipende proprio da questo: dalle tematiche ardue e tormentate che intende rappresentarci.

In seno al genere romanzesco che va sviluppando, si situa una particolare sfaccettatura dello stesso: il romanzo di formazione. Almeno due delle opere di Tozzi che verranno analizzate nei prossimi capitoli (Con gli occhi chiusi e Il podere) si possono a ragione catalogare all’interno di questa definizione. Particolarmente importante, inoltre, risulta il notare come gli esiti di entrambi- l’esito, cioè, che segue il nodo cruciale della formazione di un giovane protagonista- siano fallimentari e pessimistici: il tutto aspramente in accordo con la visione del mondo e delle relazioni espresse dalla tematiche di Tozzi.

Il senso di disgregazione che permea la scrittura franta e dissociata di questo scrittore è pertanto il riflesso della dissociazione che lo stesso “uomo” vuole raccontarci. In questa sintassi “ridotta all’osso”, apparentemente lineare e paratattica (spesso implicitamente suggerita dall’interpunzione), si evince l’espressionismo deformante e alterante del Tozzi “scrittore” (è la sua sigla caratteristica e specifica). Le vicende autobiografiche e lo stile narrativo procedono, dunque, su binari paralleli, uniti in un vincolo inscindibile.

I personaggi tozziani – i protagonisti dei romanzi come quelli delle novelle – si rivelano, per lo più, come identità a brandelli: uomini dalla volontà annientata e dai gesti incontrollati, permeabili a tutte le istanze esterne e, al tempo stesso, stretti nella morsa dei moti discontinui del proprio inconscio. Incapaci di dare continuità al proprio agire, di saldare le intermittenze della psiche e del cuore, di suggellare un qualche senso alle proprie vite, essi si tormentano, dolorosamente, in un susseguirsi d’istanti slegati e di pulsioni incontrollate.

Le differenti forme della discontinuità– discontinuità ideologiche, strutturali, narrative e stilistiche – risultano infatti davvero consustanziali alla sofferta sensibilità di un autore, Tozzi, che rappresenta il reale come un’indecifrabile congerie di attimi irrelati e dettagli sconnessi. Perché il suo è un mondo integralmente tragico, che non contempla alcuna totalità, nessuna concezione organicistica, nessuna ipotesi cosmografica o salvifica, nessuna costruzione ideologica rassicurante. Solo quadri frammentari e incerti, se non ridotti in frantumi e schegge, tanto più laceranti quanto meno ricomponibili in un qualche insieme ordinato.

È appunto un dominio del discontinuo, dove cose, uomini e bestie (tutti tendenzialmente posti sullo stesso piano) cozzano e confliggono in maniera convulsa e irragionevole; smarriti o sbalestrati nel mezzo di una realtà che si dà sempre come parziale e incongrua. E che tale appare, anche perché solitamente colta in tralice, deformata o accesa espressionisticamente da soggetti che a loro volta sono esseri perturbati e scissi.

Clarence Gagnon, Sera a Siena, 1911
Clarence Gagnon, Sera a Siena, 1911

Molto evidente, infatti, è l’analogia fisico-psichica tra l’inettitudine, il torpore dell’anima di molti dei personaggi dei romanzi di Tozzi (primo fra tutti Pietro, il protagonista di Con gli occhi chiusi) e la descrizione di alcuni scorci di Siena, raffigurata spesso come tutta raccolta in sé e inaccostabile. La realtà provinciale in cui si muovono i personaggi fa da sfondo alla loro destino di solitudine e cecità:

Stava a giornate intere, solo, in casa; guardando, con la faccia sui vetri, il sottile rettangolo di azzurro tra i tetti. Quell’azzurro sciocco, così lontano, gli metteva quasi collera; […] E allora sentiva il vuoto di quella solitudine rinchiusa in uno dei più antichi palazzi di Siena, tutto disabitato, con la torre mozza sopra il tetro Arco dei Rossi; in mezzo alle case oscure e deserte, l’una stretta all’altra; con stemmi scolpiti che nessuno conosce più, di famiglie scomparse[1].

E anche quando la città offre scorci emozionanti e stupendi, essi servono soltanto per sottolineare il contrasto profondo con la psicologia di tali personaggi, acuendo addirittura il loro senso di sgomento di fronte alla vita.

Andava verso la città sovra la quale si raccoglieva una dolcezza d’azzurro, tra le colline l’una più soave dell’altra. Quella bellezza meravigliosa l’umiliava[2].

Tuttavia, le “cose” descritte da Tozzi non sono mai statiche e prive di vita, anzi, partecipano attivamente alle azioni diventandone parte integrante in quanto «gli elementi della realtà sono compartecipi del vivere umano, in un sodalizio intimo che li definisce attori a pieno titolo dell’evento»[3].

Ma per capire appieno l’evoluzione del rapporto tra i protagonisti dei romanzi di Tozzi e la realtà che li circonda, saranno ora presi in esame tre romanzi esemplari: Con gli occhi chiusi, Il podere e Ricordi di un impiegato.

2. Identità a brandelli

2.1 Con gli occhi chiusi

Odilon Redon, ad occhi chiusi
Odilon Redon, Occhi chiusi

Dei romanzi, risulta essere il più ardito. È la storia d’amore di Pietro, figlio di Domenico, per Ghìsola. Domenico, con la sua aggressività sminuisce il figlio agli occhi della ragazza, aggravandone l’inettitudine. Alla morte della madre, Pietro cerca un’affermazione personale. Idealizza Ghìsola, senza accorgersi che ha già avuto degli amanti. Rimasta incinta, la giovane cerca di farsi sposare da lui, ingannandolo; ma il suo piano fallisce. Il protagonista la rivedrà, ormai non lontana dal parto, in un bordello. Il romanzo si chiude con la consapevolezza, in Pietro, di non amare più Ghìsola.

Cosa significa “con gli occhi chiusi”? A cosa si riferisce Tozzi? Molte furono le interpretazioni, spesso davvero molto varie ed arzigogolate. La spiegazione più profondamente significativa è quella che vede il titolo descrivere un resoconto della patologia di Pietro; significherebbe, quindi, questo suo processo (e non-processo dal punto di vista della formazione del protagonista all’interno del romanzo) dentro l’incoscienza, a tastoni e inconsapevolmente, oppresso da un malessere misterioso che non si spiega (e che l’autore non vuole spiegare). Il tutto diventa quindi un “andare con gli occhi chiusi” procedendo nell’abisso. E gli “occhi chiusi” sarebbero gli occhi dell’inconsapevolezza e dell’impotenza in senso lato. In quest’ottica è possibile che il finale, molto elaborato e modernamente sospeso, rappresenti l’apertura degli occhi; il momento formativo di risveglio verso la realtà e la maturità.

Il testo è diviso in paragrafi di diversa lunghezza: siamo di fronte all’accostamento di singole scene, più che a un racconto consequenziale. Il tessuto formale e il piano compositivo risultano così de-strutturalizzati per richiamare la vulnerabile condizione alogica di Pietro. Anche nella sintassi, sull’ipotassi prevale nettamente la paratassi. In altre parole: sia le singole frasi nel periodo, sia i singoli fatti nella narrazione sono collegati fra loro non da nessi logici di dipendenza, ma da un semplice rapporto di vicinanza.

Le relazioni fra le cose e i motivi del comportamento dei personaggi non sono evidenziati dall’autore, né si desumono dal contesto della narrazione: in questo modo, gli atti dei personaggi non sono spiegabili razionalmente e restano “misteriosi”. La vista si offusca, gli occhi quasi si chiudono di fronte al reale che per via di durezze e «misteriosi atti nostri» (così Tozzi in una sua celebre dichiarazione di poetica, Come leggo io, del 1919) già veicola il tragico, l’insospettato e l’inesplicabile. La cattiveria della vita e la sua assurda crudeltà si impongono, un inevitabile banco di prova per chi affida alla scrittura la sua ricerca della verità.

Di conseguenza il rapporto dei personaggi col mondo che li circonda appare diafano, indistintamente compromesso: in Con gli occhi chiusi siamo nel mondo dell’”inconscio”, un mondo di immagini non sempre spiegabili razionalmente. Lo sfaldamento fisico della consistenza dell’Io domina il legame con il mondo reale spingendo i protagonisti ad un lento declino verso l’abisso dove trionfano le afasiche non relazioni.

2.2 Il podere

Constant Troyon, Ritorno della gregge, 1860
Constant Troyon, Ritorno della gregge, 1860

Protagonista della vicenda è Remigio Selmi, un giovane che per i continui screzi col padre si è allontanato da casa- un podere nella campagna senese- e lavora come impiegato alle Ferrovie. Torna ad assistere il padre agonizzante per un piede andato in cancrena. Dopo la sua morte, Remigio eredita il podere, ma scopre di essere del tutto incapace di gestire la proprietà.

Questo scatena una lotta in cui i vari personaggi (la matrigna che teme di essere allontanata dalla proprietà; la giovane amante del padre che rivendica un debito inesistente; gli assalariati che non lo rispettano) prendono tutti posizione contro il protagonista, sfruttando la sua inesperienza e la sua scarsa autorevolezza. Con l’aggravarsi della situazione Remigio cade in una spirale di prestiti, carte bollate e cambiali, notai e avvocati; nel frattempo i contadini e i sensali approfittano della sua inettitudine per rubare frutta, ortaggi e fieno.

Remigio è incapace di comunicare con gli altri e non sa farsi rispettare. Inoltre la proprietà del podere è per lui simbolo della figura paterna, autoritaria e dispotica, del quale si è sempre sentito rivale[4]. Dunque non riesce a concludere niente, a portare a termine nessuna iniziativa decisa, a far valere nessuna autorità, e proprio per questo si fa odiare da tutti. Il podere va in rovina: con il raccolto distrutto e i debiti da pagare Remigio decide infine di ipotecare la proprietà. Esasperato dall’odio e dalla rabbia, Berto, uno dei suoi contadini, lo uccide con un colpo di accetta sulla nuca.

Tozzi fa muovere i personaggi in un mondo cupo e violento. Il romanzo è ambientato in campagna, eppure la natura non offre immagini di grazia e di dolcezza: Remigio, timido e inesperto, appare subito spaesato in questo nuovo mondo, incapace di gestire la situazione; fin dall’inizio subisce l’ostilità dei contadini, che non gli dimostrano né stima né simpatia.

Remigio è un déraciné; evita di «incontrarsi con i sottoposti; non sapeva né meno riconoscerli l’uno dall’altro e, per timidezza, voleva sorvegliarli di nascosto… non sapeva che fare; si sentiva solo troppo e senza denari»[5].

Inutili i suoi tentativi di costruire delle relazioni significative: Remigio, estraneo a tutti «si sentì pieno d’ombra come la campagna. Guardò il podere, giù lungo la Tressa; e dove c’era già buio; e gli parve che la morte fosse lì; che poteva venire fino a lui, come il vento che faceva cigolare i cipressi»[6]. E poco oltre, visualizzando il suo incubo: «Tutta la sua vita sembrava chiusa dentro un sacco, da cui non c’era modo di metter fuori la testa»[7].

Nell’ideale galleria di personaggi tozziani, Remigio è il fratello maggiore di Pietro, come lui segnato dalla «cronica inabilità del soggetto alla vita ‘normale’, la malattia della cecità»[8].

Constant Troyon, Il mandriano, 1860
Constant Troyon, Il mandriano, 1860

Nella natura compaiono segni di morte:

Un uccello nero svolazzava sopra la casa; senza avvicinarcisi mai. Un calabrone, con le ali di un nero luccicante e turchino, cadde nell’acqua; facendo lo stesso rumore di una pietruzza; una delle anatre accorse nuotando e lo inghiottì; poi scosse il becco goccioloso. Egli pensò, come se sognasse: ‘Sono giovane!’[9].

L’ammissione di “giovinezza” equivale qui all’inettitudine del protagonista e appare come lo specchio rovesciato della “senilità” sveviana; si tratta di “giovani-vecchi”, amaramente consapevoli della propria estraneità.

L’ultimo brano citato si presta bene a mostrare altri caratteri dello stile tozziano (peraltro già in parte analizzati nel paragrafo dedicato a Con gli occhi chiusi). Sul piano della sintassi, già nel primo periodo, il punto e virgola è impiegato al posto della virgola, in modo da isolare l’ultima parte della frase, dandole maggior risalto. Altri punti e virgola anomali compaiono anche nei periodi successivi. Si osservi anche la mancanza di nessi causali. Il regime sintattico è anche qui rigorosamente paratattico. Tutto è posto sullo stesso piano; sparisce ogni gerarchia narrativa.

Sul piano della rappresentazione psicologica, sono molto importanti la mobilità e la varietà estreme dei sentimenti di Remigio. All’inizio sta per piangere; poi, vedendo un bel sole, si sente meglio; subito dopo scorge l’uccello nero, il calabrone e l’anatra che lo ingoia e pensa trasognato di essere ancora giovane. Si tratta di una constatazione e, insieme, di un presagio di morte: il «giovane» è tale perché non sa affrontare la vita; è un inetto, incapace di vivere. Tale incapacità lo induce all’idea di morte, d’altronde confermata dall’uccello nero, indizio di sventura, e dalla scena di crudeltà e violenza quotidiana fra animali che ricalca la cattiveria esistente fra gli uomini. Con la battuta finale torna dunque a prevalere l’angosciosa tristezza da cui per un attimo il giovane si era liberato.

È questa una condizione soffocante che il protagonista non riesce mai a comprendere, pur dibattendosi all’interno di essa; la crescente assenza di vie d’uscita, la sensazione di trappola, acquistano ben presto la dimensione di una tragedia che può solo precipitare verso l’inesorabile finale. In Remigio la figura di proprietario entra in conflitto con quella di inetto, e questa contraddizione inconciliabile viene risolta dalla società solo eliminandolo.

Ciononostante, le vaghe prese di posizione e i falliti tentativi di dare un ordine al mondo valgono se non altro a porre Remigio su di un piano più alto rispetto a Pietro: il tentativo nevrotico di risollevare con qualunque mezzo le proprie sorti (Remigio passa da avvocato ad avvocato; parla con tutti cercando soluzioni; si arrischia in scelte errate; insomma: si mette in gioco) lo distacca dalla staticità inesorabile di Pietro, protagonista de Con gli occhi chiusi.

Ne Il podere, inoltre, ritorna insistentemente la dialettica tra “sguardo” e “occhi chiusi”, già fil rouge del primo romanzo giovanile di Tozzi. In entrambe le opere, però, non viene dichiarato da cosa Tozzi voglia “far togliere lo sguardo” ai suoi personaggi; nemmeno viene enunciato il perché si debba volgere altrove la vista o, addirittura, serrare gli occhi escludendo la possibilità di vedere. Una possibile interpretazione viene suggerita dallo stesso Tozzi, però, in un altro capolavoro del periodo romano, Ricordi di un impiegato, anch’esso costruito su materiale autobiografico.

2.3. Ricordi di un impiegato

Isaac Leviathan Ferrovia 1899
Isaac Leviathan Ferrovia 1899

Ricordi di un impiegato è la rielaborazione di un diario autobiografico del 1910-11 (pubblicato però postumo nel 1920) sull’esperienza compiuta dall’autore come impiegato delle ferrovie a Pontedera. Ma quello scritto giovanile diventa storia di un personaggio oggettivo, Leopoldo. Questi vorrebbe sposarsi con la fidanzata, Attilia, ma i genitori si oppongono.

La proibizione è particolarmente forte da parte della madre, che sta per avere un’altra figlia. In realtà Leopoldo teme il matrimonio: non riesce mai a guardare in faccia una donna e appare sempre incapace di un comportamento maturo. Insomma, è un altro inetto della galleria tozziana. Alla fine la morte della fidanzata gli permette di tornare nell’ordine familiare, dopo uno strano patto con la madre: questa metterà alla figlia che ha appena partorito il nome della ragazza morta e Leopoldo in cambio non si interesserà più a nessun’altra donna. Il protagonista accetta, insomma, di restare per sempre «giovane». La giovinezza, per Tozzi, è infatti una sorta di malattia, coincidente con l’inettitudine (come visto per Il podere), con l’incapacità di decidere e con l’impossibilità di distinguere i fantasmi della mente con la realtà oggettiva.

Di fatto, Leopoldo vive in un mondo tutto suo: fatica ad aprirsi con i colleghi – che interpretano la sua riservatezza come spocchia –, è impacciato sul lavoro e conduce una vita appartata, senza amici né confidenti. Unica valvola di sfogo è il fitto scambio epistolare con Attilia, la quale però si ammala gravemente ed è costretta a dettare le sue lettere ad un’amica. Leopoldo vive con imbarazzo questa intrusione, soprattutto quando si rende conto di provare attrazione per questa seconda persona. Egli, in sostanza, si rifiuta di accettare che l’unica cosa che aveva creduto pura e incontaminata – l’amore per Attilia – possa deteriorarsi. E finisce per chiudersi ancora di più in se stesso.

L’autentica vita di Leopoldo è quindi quella interiore: una vita che può essere contemplata solo ad occhi chiusi, in ideale separazione da tutto il resto del mondo (la metafora degli occhi chiusi è ricorrente in tutto il racconto; ed è scontato a questo punto il collegamento con i due romanzi analizzati in precedenza). Siccome la realtà esterna non è altro che persecuzione e malvagità, tanto vale farsi da parte e osservare, con ironico e al contempo compiaciuto distacco, la vita degli altri:

Sono io, dunque, che ho voluto restare lontano da questa realtà così dolce! E perché? Sono io che ho chiuso la mia anima per sempre; come quando, da ragazzo, volevo stare solo e mi mettevo a guardar dall’uscio socchiuso quelli che dentro la stanza parlavano[10].

Il rapporto con la solitudine è pertanto ambivalente: essa da un lato è una scelta consapevole ed obbligata (ed è evidente che, in questa scelta, Tozzi individua l’essenza della sua natura di scrittore, il quale altro non è che un osservatore discreto – che guarda «dall’uscio socchiuso» – della vita altrui); ma, dall’altro, è a lungo andare insostenibile, giacché impone la contemplazione di quanto v’è di più angosciante: la morte. Di nuovo Tozzi recupera l’immagine della doppia vista:

Allora mi par di sfuggire alla morte, nascondendomi in me stesso; con una paura che mi mozza il respiro. Mentre negli spazi della mia esistenza passa la sua ombra; e io chiudo gli occhi per non vederla. E, qualche volta, ho paura di non riaprirli più[11].

Chiudere gli occhi dinanzi alla vita per aprirli di fronte alla morte: questo sembra essere, in sostanza, il destino di Leopoldo (e di Pietro; e di Remigio). Ma la morte, in definitiva, non è osservabile: essa rappresenta l’implosione di ogni senso, e non può offrire conforto a chi va in cerca di una ragione valida per sopportare il dolore. Ancora una volta, diventa inevitabile chiudere gli occhi. Col risultato che, nel limbo di un’esistenza interiore a metà strada tra la vita vissuta e la contemplazione dell’aldilà, tutto diventa crudele ed insignificante.

3. Conclusione

I personaggi tozziani vedono i propri limiti: in questo consiste la loro terribile condizione. Sanno di essere decaduti, riescono a percepire che il loro protagonismo è ormai soltanto la cenere di un’illusione. Altro non possono fare che vivere e morire insieme con la loro epoca, rientrando nell’ordine o uscendone con dolore. E anzi afferrano anche di più: questo vuoto storicismo epocale li condanna nello stesso momento ad un ottenebramento globale di ciò che li circonda e non può (non vuole?) toglier loro il paraocchi che limita la loro tentazione di guardare al di là delle rovine e del dissolvimento.

Seduzione, questa, che sottilmente riapre, tra le macerie dell’esistenza e del mondo, una via verso l’inganno della salvezza. Pietro, Remigio e Leopoldo hanno smarrito sia il senso del destino che era loro imposto sia la posizione che credevano di occupare nello spazio: si muovono in un universo dove ogni sicurezza è finita, compresa la sicurezza di questa fine.

Mattia Lo Presti
Mattia Lo Presti

Cercatore d’Essere; Ignobile scrittore di poesie; Fanatico lettore onnivoro. Sono nato a Como nel 1993. Mi sono diplomato al Liceo Classico A. Volta lottando principalmente contro la pigrizia e la matematica. Dimenticavo: sono recidivo. Per questo, forse, mi sono laureato in Lettere Moderne (indirizzo filologico-letterario) presso l’università degli studi di Pavia. Ora vivo a Barcellona.

No Comments Yet

Comments are closed