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Autobiografia in terza persona: Ernesto di Umberto Saba

Umberto Saba e un amico, nel 1951

Umberto Saba e un amico, nel 1951

Saba e la sua Trieste. Saba e i suoi volti animali, le sue parole scarne e vere. Saba del Canzoniere e di Storia e Cronistoria del Canzoniere: fin dalle superiori, tutti abbiamo imparato a conoscerlo. Raramente, però, si fa cenno a un piccolo romanzetto incompiuto, Ernesto, figlio di uno slancio creativo durato appena la parentesi del ricovero di suo padre – se non meno – a Roma nell’estate del ’53; creatura fragile che affonda le sue radici nella mente e nei ricordi del suo autore, tra le viuzze i cantieri il porto e il mare di una Trieste di fine Ottocento.

La vicenda, scandita in cinque episodi, non ha confini cronologici ben definiti: l’autore ci informa solo, appunto, che sono gli ultimissimi anni dell’Ottocento e che il protagonista, un giovinetto di nome Ernesto, di sedici anni scopre la vita, la vita da adulto attraverso un rapporto omosessuale con un bracciante avventizio di cui Saba non dice il nome. La loro relazione è  connotata sin da subito dalla curiosità del primo e dalla passione (mista a paura) del secondo.

Ernesto è innocente e diretto, capace come il suo autore di «giungere al cuore delle cose, al centro arroventato della vita, superando resistenze ed inibizioni[1]». È un giovane che ancora non si è conformato alla società che lo circonda e di cui fa parte, di cui deve far parte. Il gesto, il primo incontro con l’uomo – uomo senza famiglia, per nulla interessato alle babe (donne) – è intessuto dal dialogo tra i due, un dialogo che è dialetto, appena imbastardito da Saba per essere poco più intellegibile; lingua che lega strettamente Ernesto non solo alla sua terra, alla sua dimensione primitiva ma anche alla sua giovinezza, a quel mondo ancora non pienamente consapevole dei ragazzi non ancora uomini, quel mondo fatto di giochi e birichinate, di madri presenti e affettuose[2].

«Oggi semo soli» disse l’uomo, vedendo che Ernesto non parlava. […] Gli si era messo vicino (più vicino, forse, del solito) e stava in piedi, a testa bassa, giocherellando col cartello attaccato all’imboccatura del sacco. […] «Soli» disse «soli per un’ora» «In un’ora se pol far tante robe» incalzò pronto l’uomo. «E lei che robe el volessi far?» «Nol se ricorda più de quel che gavemo parlà ieri? Che el me gà quasi promesso? Nol sa quel che me piaceria tanto farle?[3]»

Ernesto di Umberto Saba

Se in un primo momento l’atto rimane solo un atto, la fusione di due corpi che si desiderano, un gesto che, recepito come naturale, non causa molte riflessioni (solo una subitanea paura, forse un po’ di rimorso), si rivela col tempo essere fonte di tristezza, di tensione. Di lì l’eroe giovinetto di Saba comincia a prendere consapevolezza, passa da una prostituta, da diversi problemi a lavoro che sfociano in una confessione alla madre.

«Resta seduta» le disse, con voce improvvisamente dolce, quasi implorante, Ernesto. «Devo, mamma, confessarti una cosa che ti darà forse dolore, ma che devo dirti» […] incominciava… ma subito si fermò. Come dire quella cosa? Come dirla a sua madre? Con l’uomo, un ragazzo che, come Ernesto, non aveva peli sulla lingua, poteva parlar franco, ma con lei…[4]

Una confessione piena di dubbi da una parte ma infondo risoluta, che ha in sé il germe dell’incompiutezza di tutta l’opera. Saba, infatti, non completerà il suo Ernesto che pure, come scrive ad alcuni amici, alla moglie Lina, sente tanto vivo.

L’autore si costruisce degli alibi per giustificare il suo gesto: il primo è linguistico ed è sostanzialmente inconsistente perché alla metà degli anni Cinquanta, in vista di una pubblicazione, Ernesto non sarebbe stato accolto negativamente tra il Neorealismo e il Realismo espressionistico incipiente di Pasolini.

Il secondo alibi è psicologico e si consuma sia nella confessione della propria esperienza omosessuale ma, ancora di più, nell’incapacità di mantenere la leggerezza – nella lingua nel ritmo nel tono – dei primi quattro episodi.

Il quinto episodio, l’incontro tra Ernesto e il ragazzo Ilio, si avvicina troppo – ancor più di altri elementi usati negli episodi precedenti – all’esperienza del Canzoniere[5], a quella scoperta della propria vocazione poetica che non permetteva più – nemmeno allo stesso Saba – di scindere la propria biografia da quella del giovane Ernesto.

In quest’ultimo episodio, inoltre, lo stesso Ernesto cambia. Ancora fanciullesca, la sua figura da primitiva diviene classicheggiante, vicina all’ideale di bellezza proprio della cultura antica; diviene critico rispetto al mondo, acquisisce maggiore consapevolezza di ciò che lo circonda. Si trasforma quasi in un adulto. Potrebbe infatti essere un riuscitissimo romanzo di formazione questo, attento com’è ai riti di passaggio, alla rasatura della barba, al crescere del protagonista, ma la scelta di abbandonarlo ne ha sacrificato lo sviluppo. Ernesto rimane dunque ancora un ragazzo, una proiezione di Saba al passato. 

Svanita l’ispirazione – Saba aveva scritto ad un suo amico che «Una poesia è un’erezione; un romanzo è un parto[6]» – l’autore abbandona la sua creatura che verrà pubblicata solo 22 anni dopo la sua stesura. La paura dello scandalo, possiamo ipotizzare, ebbe il sopravvento, e così Saba non ebbe il coraggio, la forza di continuare un’opera di cui non riusciva più a mantenere i toni iniziali, e che invece avrebbe potuto affiancare, se non addirittura superare, il suo Canzoniere.

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Salvatore Ciaccio

Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.