Vivere con l’infinito addosso: e come il vento, di Davide Rondoni

Giacomo LeopardiÈ un lungo peregrinare, quello di Davide Rondoni. Un peregrinare nei luoghi e nei ricordi, e nelle pieghe della Gioconda della poesia italiana: L’infinito di Leopardi, di cui ricorre quest’anno il bicentenario. Cosa scrivere su L’infinito (e sull’infinito) che non sia stato detto, analizzato, che non suoni come la ripetizione o una spenta ricognizione del già visto?

È una sfida.

Una sfida che si può raccogliere ampliando il più possibile – infinitamente? – il discorso, uscendo dalla minuta analisi filologica e stilistica, e inoltrandosi nella materia che emana il testo, e non semplicemente nella materia del testo, trattandolo esclusivamente in qualità di prodotto; uno sconfinamento che, se a volte può apparire disordinato, è a suo modo metodico. Una poesia non è solo un congegno di parole, ma è tutto l’insieme della vita che si libera all’interno di essa: è i temi che tenta di incarnare, ma è anche il suo sedimentarsi e rimestarsi in chi la legge, quel portarsela dentro, remenarsela, direbbe in milanese Franco Loi: e dunque sono i viaggi in treno, l’addormentarsi della ragazza sul sedile a fianco, sono le stradette ritorte di Genova e le favelas brasiliane, e lo stupore di studenti in gita di fronte all’infinità di un paesaggio, e del paesaggio di parole del poeta di Recanati.

E come il vento è da un lato la storia di questo rimestarsi, e dall’altro il tentativo di un commento, verso per verso, corpo a corpo, ma sempre mettendoci se stesso, i suoi ritagli di vita, considerazioni a prima vista sconnesse. Umberto Eco, in un’intervista, diceva: «Ogni critica seria, ben fatta, adopera mezzi molto rigorosi per spiegare com’è fatta (…). Il voler evitare quest’attenzione alla critica dei testi porta di solito alla critica orgasmica: il critico è semplicemente uno che ci racconta il piacere intenso che ha avuto nel leggere un testo, che è una pagina di diario personale, che può essere interessante quando il critico scrive bene, pochissimo interessante quando il critico scrive male… ma non aiuta gli altri a capire il testo».

Rondoni corre ampiamente questo rischio, ma non lo teme minimamente: il punto è un altro. Non è l’Infinito, con la maiuscola, la poesia come pezzo di carta: conta l’infinito, cioè quello che sta dietro la poesia. Cosa vuol dire vivere con l’infinito addosso?

Jeremy Henderson, Nel giardino della possibilità infinita, 1989

Jeremy Henderson, Nel giardino della possibilità infinita, 1989

È questa, la domanda di Rondoni: cosa vuol dire portarsi dentro l’infinito? cos’è l’infinito di cui parla Leopardi, e in cui ci si perde, fino quasi a «spaurirsi»? E perché tutto questo è insostituibile per la vita umana?

Rondoni ha l’urgenza di «ricordare l’infinito». Quando usciamo di casa e ci incamminiamo per strada, vediamo tutti i giorni le stesse cose: gli stessi alberi, le stesse macchine parcheggiate, gli stessi edifici con gli stessi portoni e gli stessi citofoni; dopo un po’ è come se non li vedessimo più.

Lo stesso accade con le Gioconde. Le vediamo talmente che ci dimentichiamo chi siano. Le diamo per scontate, e il cuore non si spaurisce più.

A quella sete che di solito si ha da giovani di comprendere l’infinità del mondo, di penetrare nell’universo, di poterlo disserrare, squadernare davanti alla nostra intelligenza, cede il passo ad altre questioni e altri problemi, e finiamo per dimenticarci di quella sete. Ci inumidiamo le labbra e andiamo avanti nel nostro cammino nel deserto, fino a quando qualcuno – un critico, un poeta, un artista, un passante per caso – non ci riporta a noi stessi, e in quel momento ci sovviene – ci «sovviene» – la giostra immane dell’esistenza.

davide rondoni e come il ventoNel suo infinito vagabondare e sconfinare, la riflessione di Rondoni è purtroppo asistematica e tocca un gran numero di temi centrali (se l’essenziale sia «invisibile agli occhi» come scriveva Saint Exupéry; la poesia fatta dalle macchine; lo statuto dell’arte e la sua importanza…) senza però poterli affrontare compiutamente, e limitandosi a poche frasi, incisive sì, ma che possono soltanto suggerire. Questo forse, al netto delle tante affermazioni illuminanti e di quelle invece discutibili presenti nel testo, è il limite di un prodotto editoriale che per forza di cose dev’essere agile e non può attardarsi in problematiche che richiederebbero tutt’altro spazio e tutt’altra ricerca.

E come il vento, dunque, è per necessità una veduta ad ampio raggio, più attenta alla visione d’insieme; è un’esplorazione a volo d’uccello sulla poesia e sulla critica, sulla necessità di una critica che sì, come direbbe Eco, continui a lavorare con metodo, ma che non perda di vista il fine ultimo di se stessa, che non è il ridurre a brani il testo, considerandolo un “problema”, un fatto enigmistico da risolvere con abilità d’ingegno, bensì un elemento fondamentale per la nostra vita: perché è ciò che ci riporta all’essere vivi, alla gioia e al terrore di essere vivi.

È una forma di conoscenza, dice Rondoni, e questo lo rende certo una voce solitaria. Forse, lo diciamo quasi tra parentesi, «comprensione» sarebbe una parola più precisa, meno legata al problema della verità; ma non possiamo non concordare sul bisogno di riaprire il problema: che è l’arte? Una «cognitio minor», un sapere “minore”, come si diceva nel medioevo? Oppure non è niente, è solo un gioco di specchi? O che cos’altro?

Forse la poesia sta semplicemente nel continuo rimenarsi, nel portarsi dentro questo meraviglioso meccanismo di parole, questo «magnete», e insieme ciò che esso incarna, il portarsi dietro il suo ex-primere la totalità delle cose. Forse, è proprio «vivere con l’infinito addosso», la poesia.

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