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Vi fidate di Babbo Natale?

Thomas Kinkade, Vigilia di Natale, 2005

Thomas Kinkade, Vigilia di Natale, 2005

Cos’è la cosa più bella del Natale? Sono certo che molti di voi diranno che è l’atmosfera che si respira, o la presenza di un albero colorato in casa, oppure ancora l’immancabile panettone; ma io so quello che state pensando, ormai ci conosciamo e potete ammetterlo senza paura: quello che la maggior parte di noi ama del Natale fin dall’infanzia è lo scambio dei doni! Alzarsi al mattino e scartare pacchi pacchetti e pacchettini, oppure ricevere dalle mani di un amico o un parente questo involucro di carta immaginando quale gradita sorpresa sarà. D’altronde “a caval donato non si guarda in bocca” giusto? Odio dovervi rovinare questo vecchio proverbio, ma, leggendo determinate fiabe, si capisce che ogni tanto sarebbe meglio dare una bella controllata ai denti del cavallo.

I doni nelle fiabe rientrano in determinate categorie, come efficacemente illustrato da Propp nel suo “Le radici storiche dei racconti di magia” (presenza ormai ricorrente in questa rubrica). Questi si dividono in: oggetti di origine animale, di origine vegetale, strumenti, oggetti a cui vengono attribuite forze autonome e oggetti connessi al culto dei morti. I primi sono effettive parti animali (piume, peli, crine, unghie, lische, ecc.) che garantiscono al possessore l’aiuto della bestia in questione (ad esempio l’eroe che grazie alla spina di un luccio in un momento di pericolo si può nascondere nella tana dello stesso) o, addirittura, di ottenere le peculiarità stesse dell’animale. I secondi sono le classiche bacchette magiche che, una volta regalate all’eroe, garantiscono un legame con la natura tale da poter compiere magie.

I terzi sono i classici strumenti che noi tutti conosciamo: quali gli stivali delle sette leghe, piuttosto che la lampada presente nella celebre fiaba cinese di Aladino; questi saranno di indispensabile utilità all’eroe durante la sua epopea. I quarti sono gli oggetti che, indipendentemente dall’eroe, hanno forza propria, quali la tovaglia che dona cibo e abbondanza oppure l’acqua che ridona la vista. Infine, gli oggetti correlati al culto dei morti che garantiscono un contatto tra questo mondo e l’altro; tra questi, i più comuni sono certamente le bambole. Nelle fiabe russe è ricorrente la figura della madre che, moribonda, dona alla figlia una bambola a cui, nei momenti di difficoltà, è possibile rivolgere domande per ricevere consiglio.

Nikolai Yaroshenko, La zingara, 1886

Nikolai Yaroshenko, La zingara, 1886

Fino a qui tutti i doni sono decisamente positivi, ma non abbiamo ancora parlato del particolare più importante: il latore del dono. A questo proposto, voglio raccontarvi brevemente la fiaba, tratta dalla tradizione zingara, del violino tzigano.

C’era una volta, quando ancora gli zingari non avevano violini, una bella ragazza perdutamente innamorata di un giovane che, però, essendo lei decisamente sciocca, non la degnava di uno sguardo. Un giorno, mentre la fanciulla camminava nel bosco, si trovò d’un tratto fiancheggiata da una figura ben vestita, ma con cornetti che gli spuntavano dalla testa e uno zoccolo di capro (non devo starvi certo a dire chi fosse).

Questi le offrì l’amore del ragazzo in cambio dell’intera sua famiglia e la ragazza, avventatamente, accettò. Il diavolo tramutò allora il padre in un violino, la madre in un archetto e i fratelli nelle corde dello strumento; dunque le insegnò a suonare e la musica prodotta dal violino era di tale bellezza che il giovane si innamorò di lei e la sposò. Dopo qualche tempo, tuttavia, i due giovani dovettero fare i conti con il demoniaco latore del dono che li sorprese nello stesso bosco e li portò via con sé. In quel momento il violino cadde di mano alla fanciulla e venne ritrovato in seguito da altri zingari che, rimasti affascinati dal suono che produceva, decisero di produrne altri e, così, questo strumento divenne immancabile in ogni tribù gitana e portò da allora gioia ed allegria nelle notti buie con le sue note.

Si può vedere come qui il dono in sé alla fine abbia una valenza positiva: è il rapporto con il latore che ha reso il regalo fonte di sventura per la protagonista. Questo si può notare anche nella fiaba irlandese di Auguraoro, il quale, alla fine, regala alla malvagia regina che lo aveva sempre odiato un anello che avrebbe continuato a stringere il dito della malcapitata finchè non avesse detto la verità. Dunque la bontà del dono è sempre data non dall’oggetto stesso ma dal rapporto tra le due persone.

Così, ora che siamo sotto Natale, se la vecchina che abita al piano sopra il vostro, quella alla quale non avete mai tenuto aperto il portone e a cui non avete mai dato una mano a portare per le scale le buste della spesa, si presenta con un bel regalo, siete sicuri di voler scartare il pacchetto?


Bibliografia: 
Le radici storiche dei racconti di magia, Propp, 1977, Newton Compton editori
Storie e fiabe degli zingari, a cura di Diane Tong, 1990, Ugo Guanda editore in Parma
Fiabe e leggende di tutto il mondo Celtiche, 1991, Arnoldo Mondadori editore
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Redazione

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Amiamo la letteratura, la poesia e l'arte. Ma da centocinquant'anni i poeti circolano senza aureola, e quanto alla letteratura, dicono che non si senta troppo bene. Sarà vero? Intanto, prepariamo ironicamente le nostre esequie per un'arte ancora lungi dall'essere morta...