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Determinatio negatio est: la dialettica

La scuola di Atene

Raffaello Sanzio, Scuola di Atene, Città del Vaticano, stanza della segnatura, 1509-1511

L’importanza di essere dialettico – Parte I

Quando decidemmo di dedicare una rubrica alla filosofia, la scelta del nome cadde su “dia-logos”. Non è un caso. Il dialogo non fonda la filosofia solo storicamente (pensate ai dialoghi platonici), ma costituisce la logica stessa del filosofare. Dialogo, confronto, esposizione sistematica di tesi opposte: A e non-A, B e non-B. Ogni affermazione può essere negata e la negazione a sua volta mette in moto un processo di revisione, di ritorno sul già detto, sul già compreso. La negazione permette di ri-flettere: piegarsi indietro e guardare le cose da un altro punto di vista.

Tuttavia, la “potenza del negativo” trovò piena legittimità filosofica solo in tempi tutto sommato recenti. La branca della filosofia nata dal dialogo, la “dialettica”, fu relegata a lungo al mero rango di “scienza dell’apparenza”.

La ragione è ontologica. L’essenza del mondo non è contraddittoria, così si è ragionato per tanto tempo. Pertanto la contraddizione può essere propria solo della “scorza” del reale, della sua apparenza. Ma quando ci si allontana da questi lidi, quando dall’apparenza si perviene all’essenza, allora conviene dismettere i panni del sofista e accettare i tre principi del corretto uso della logica: principio di identità («A = A»), principio di non-contraddizione («A = B» o «A = non-B») e principio del terzo escluso («o A o B»).

Non stupisce allora che ancora Kant definisse “dialettica” la sezione della sua Critica della ragion pura dedicata ai problemi aporetici (l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’anima e l’infinità del mondo). Alla dialettica si contrapponeva l’analitica, la scienza del retto uso delle categorie dell’intelletto.

Le cose cambiarono con Fichte e poi sopratutto con Hegel. “Dialettica” assunse il significato di “momento della negazione”, il motore del processo dello Spirito verso l’autocomprensione di sé, cioè della totalità.

Johann Gottlieb Fichte

Johann Gottlieb Fichte

Perché? Perché ci si rese conto che la strada aperta da Kant doveva essere completata. Già Kant aveva contrapposto alla pura logica formale di stampo aristotelico una logica “materiale”, che si facesse carico di dedurre (cioè di giustificare) le condizioni di possibilità della conoscenza, tra cui le categorie dell’intelletto di cui parlavamo sopra.

In parole povere, mentre Aristotele si era preoccupato solo di classificare le diverse forme dei giudizi (ne aveva individuate quattro: quantità, qualità, modalità e relazione), Kant sentiva l’esigenza di dimostrare che queste quattro categorie non sono semplici forme dei giudizi, ma sono innanzitutto forme del pensiero o, per usare le sue parole, dell’intelletto. Che cioè l’intelletto non può operare sul materiale dell’esperienza in altro modo se non attraverso le sue quattro categorie. Per questo logica materiale. Grazie a Kant la riflessione logica non era in grado di definire solo come esprimere una conoscenza, ma anche quali sono gli oggetti di conoscenza (piccolo spoiler: l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’anima e l’infinità del mondo non sono oggetti di conoscenza e ogni tentativo di costruire un sapere su questi argomenti si risolve, appunto, in una dialettica, in una “scienza dell’apparenza”).

KantOra, per tornare alle categorie. Il ragionamento di Kant era più o meno questo. Ogni nostro giudizio («A è B», «D è F»…) è possibile perché noi “classifichiamo”, spontaneamente e inevitabilmente, il materiale datoci dall’esperienza. Il modo in cui operiamo questa classificazione è determinato dalle categorie dell’intelletto: quantità, qualità, modalità, relazione.

Sembra più complicato di quanto non è in realtà. Immaginiamoci che ci vengano dati degli oggetti che dobbiamo inscatolare. Gli oggetti sono il materiale d’esperienza, le scatole sono le categorie dell’intelletto. Per poter inscatolare gli oggetti, noi dobbiamo già avere le scatole prima di procedere all’inscatolamento. Se così non fosse, sarebbe per noi impossibile inscatolare alcunché. Il concetto è lo stesso: le categorie sono già prima dell’esperienza e costituiscono una condizione a priori della nostra comprensione del mondo.

Abbiamo detto che sono quattro: quantità, qualità, modalità, relazione. Facciamo degli esempi. «Ogni uomo è mortale» è giudizio quantitativo (riguarda quanti uomini sono buoni) universale (riguarda tutti gli uomini). «Le pere sono cattive» è un giudizio un qualitativo (riguarda una loro qualità) e affermativo. «È necessario aiutare gli altri» è giudizio modale (il modo dell’azione) di necessità («è necessario che…»). «I pianeti del sistema solare girano intorno al sole per via dell’attrazione gravitazionale», giudizio di relazione (tra i pianeti, il sole e la forza di gravità) causale (la forza di gravità è causa dell’attrazione tra pianeti e sole). E così via.

Ovviamente uno stesso giudizio può essere (anzi, normalmente è) determinato da più categorie. Se dico «Tutte le pere sono buone» è un giudizio qualitativo affermativo, ma anche quantitativo universale.

Giunto a questo punto a Kant si pone un problema: come fare a essere certi che l’uso delle categorie è legittimo, che produce una conoscenza oggettivamente vera e non invece solo una nostra soggettiva fantasia? La risposta ci occuperebbe troppo tempo e spazio, pertanto noi non lo seguiremo nella sua dimostrazione. Piuttosto, sulla scia degli autori che vennero dopo Kant, solleveremo un altro problema: perché proprio queste categorie e non altre?

E qui, come si suol dire, casca l’asino (e, per quanto riguarda il nostro breve scritto, ritorna il tema della dialettica). Già con Fichte infatti ci si rese conto che Kant non riuscì affatto a spiegare perché l’intelletto opera con quelle categorie e non altre. Egli aveva “trovato” le categorie in Aristotele e le aveva semplicemente assunte come condizioni di possibilità a priori (cioè universali e necessarie) della conoscenza.

Ma questo è troppo arbitrario: se Aristotele avesse elencato cinque categorie invece di quattro, Kant ne avrebbe presentate cinque, se Aristotele ne avesse elencate sei, Kant ne avrebbe presentate sei… Invece per riuscire a spiegare perché proprio quelle quattro categorie, la sua logica “materiale” doveva essere completata. E per farlo non era bastava fermarsi alle categorie dell’intelletto, né semplicemente spiegare quali sono le condizioni di possibilità della conoscenza.

Immanuel Kant

Immanuel Kant

No, era necessario dimostrare daccapo tutto. L’intero edificio delle scienze, dei suoi metodi e dei suoi contenuti. A partire ovviamente – come aveva intuito Kant – dal punto di vista di un soggetto che ne dettava le condizioni di esistenza. La logica materiale di Kant per resistere a se stessa doveva farsi ontologia e metafisica. Dimostrare l’intrinseca necessità del mondo com’esso è fatto: ecco la parola d’ordine del post-kantismo.

E si capisce allora la funzione delle famose proposizioni fichtiane («L’Io pone se stesso», «L’Io oppone a sé un non-Io» e «L’Io oppone, in sé, ad un io finito un non-io finito»): spiegare, non a caso a partire dal principio di identità («A = A», che in termini metafisici è «Io = Io»), come possiamo essere sicuri che se dico che «Il tavolo che ho di fronte è lo stesso tavolo di ieri» sto dicendo qualcosa di sensato perché effettivamente il tavolo che ho di fronte è lo stesso tavolo di ieri.

Non è un caso che già nell’esposizione di questi tre principi (o meglio, momenti), Fichte tiri in ballo l’opposizione, la contraddizione tra Io e non-Io. Se infatti l’Io, l’intelletto metafisicamente inteso, è la condizione di possibilità del reale, la contraddizione non può essere considerata esterna al mondo, propria di un soggetto in preda all’apparenza. La contraddizione diventa un modo di essere del mondo; anzi, ne diventa il modo di essere.

Il ribaltamento è radicale. Se fino ad allora l’essenza della realtà era considerata lineare e la contraddizione era mera apparenza soggettiva, ora la prospettiva è opposta. Poiché il mondo al di fuori del modo in cui il soggetto lo comprende non esiste (il mondo è sempre un mondo-per-il-soggetto) e poiché la contraddizione, la possibilità di porre tesi opposte e tra loro contraddittorie, è fondamentale per la comprensione da parte del soggetto allora anche la realtà dev’essere considerata intimamente contraddittoria. Nessuna «tenerezza per le cose del mondo» per esprimerci con le parole di Hegel. Consideriamo le cose nella loro reciproca opposizione ed esclusione e consideriamo la contraddizione come la struttura ontologica del mondo: questo è l’invito lanciato dai cosiddetti “idealisti” tedeschi.

A ben vedere già Spinoza era sulla giusta strada: determinatio negatio estscriveva il filosofo olandese. Ogni determinazione è una negazione. Il tavolo è un tavolo perché non è una sedia, non è un albero, non è una casa, non è me… Con un linguaggio certamente non spinoziano, potremmo dire che la contraddizione è la condizione di possibilità dell’affermazione.

Torniamo un attimo indietro. Si diceva che il completamento della logica materiale di Kant prese la strada dell’identificazione tra logica, ontologia e metafisica. La questione in realtà è piuttosto spinosa: come giustificarla, quest’identificazione? Come spiegare la necessità di completare Kant proprio in questa direzione?

Questo sarà l’argomento delle prossime puntate. 

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Simone Coletto

Simone Coletto

Nato a Milano, classe 1993, laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Pavia; lettore e appassionato di politica da sempre, ho avvicinato gli studi filosofici sui banchi del liceo (classico) e da lì ho compreso come questa disciplina dia ad ognuno la possibilità di capire e modificare il mondo.
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