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Su Devilman Crybaby e il guardare anime oggi

devilman crybaby netflixOrmai si tratta di una verità universalmente condivisa e, per quanto paradossale, sotto gli occhi di tutti: essere nerd fa figo.

Se solo fino a qualche anno fa un ragazzo over 12 che volesse giocare all’ultimo titolo della saga dei Pokémon doveva farlo nel buio della sua cameretta, con le tapparelle abbassate per non correre il rischio che qualche coetaneo lo sgamasse con il naso incollato allo schermo della console, se bisognava stare ben attenti a non lasciarsi scappare durante una conversazione in un luogo pubblico di avere fatto una fila di tre ore davanti alla libreria per acquistare l’ultimo libro di Harry Potter, con tanto di occhiali finti e cappello a punta, oggi la situazione sembra essersi ribaltata. Non è strano sentire citare Game of Thrones mentre si cammina per strada o in un ristorante (vinooo!) e chi rivela con candore di non avere ancora visto tutti i film di Star Wars suscita urla di sdegno. Le serie TV sono un argomento che permea a tal punto le nostre conversazioni quotidiane che chi non sa cosa sia Breaking Bad o Stranger Things finisce per essere considerato un vero e proprio outsider. L’abbonamento Netflix di cittadinanza sarà probabilmente nei programmi elettorali di tutti i partiti alle prossime elezioni.

Lasciamo per un attimo da parte le domande sul perché di questo fenomeno di normalizzazione della cultura nerd (nel gergo di internet si parlerebbe di “normiealizzazione”) e concentriamoci invece sui suoi effetti. Primo fra tutti lo sdoganamento di alcuni generi e linguaggi un tempo relegati in nicchie oscure e oggi, invece, fenomeni di massa. Generi un tempo considerati “bassi” quali il fantasy, l’horror e la fantascienza sono stati inclusi all’interno di un discorso ampio e serio sull’arte e sulla cultura ormai da qualche decennio, grazie anche alla riflessione accademica sul postmodernismo. Molto più recente è l’apertura del mondo accademico ai nuovi medium: serie televisive, film d’animazione, fumetti, giochi da tavolo, videogiochi e quella particolare forma espressiva che si pone a cavallo tra le categorie precedentemente citate: il variegato mondo di anime e manga.

devilman crybaby netflixTra il 2005 e il 2012, ovvero il periodo in cui ho frequentato gli ultimi anni delle medie e tutto il liceo, la popolazione dei miei coetanei si divideva in due: chi in vita sua aveva visto solamente i pochi anime trasmessi su Italia Uno e Rai Due e ripetuti all’infinito (Dragon Ball, Digimon, Detective Conan…) e chi invece aveva visto TUTTO. Questa seconda categoria, in netta minoranza, era destinata ad una vita passata tra forum dalla grafica amatoriale, viaggi in autobus per raggiungere la fumetteria più vicina, che era sempre lontanissima, e siti di streaming con video sgranati che si bloccavano ogni tre secondi. A metà tra i due poli si trovavano quei consumatori di cartoni giapponesi che avevano visto qualche episodio di Full Metal Alchemist durante l’Anime Night di MTV e che magari avevano sfogliato un manga prestato dall’amico otaku. Solitamente portavano la frangia emo.

Ma poi, lo dicevamo all’inizio, i nerd sono diventati fighi. E allora ecco apparire tra gli scaffali della Feltrinelli non solo le graphic novel di Gipi e Zerocalcare, ma manuali per disegnare personaggi anime, l’intera serie di One Piece, qualche tankobon di Bleach… Certo, i volumetti erano allineati sugli scaffali alla rinfusa, con vistosi buchi tra un numero e l’altro, però c’erano. In tutta onestà, ho sempre considerato questa scelta commerciale incredibilmente stupida. Chi finisce per comprare un manga in libreria lo fa, nel 98% dei casi, per sbaglio, perché si è lasciato attirare da un’illustrazione accattivante o dal seno prosperoso del personaggio in copertina, e in questo caso tenderà ad acquistare opere autoconclusive o comunque brevi. Chi mai comprerebbe il numero 56 di una serie ancora in corso e che rischia di non vedere la fine se non tra dieci anni? I compratori non occasionali continuano ad andare in fumetteria, dove c’è più scelta, possono trovare con maggiore probabilità tutti i numeri delle serie che seguono e, soprattutto, sono circondati dai loro simili. Però la sezione manga continua a sopravvivere in tutti gli store della Feltrinelli anche molti anni dopo, quindi evidentemente qualcuno che li compra c’è. Oppure non sono ancora riusciti a smaltire le scorte comprate di un impeto di ottimismo cinque anni fa.

Ma il momento in cui mi sono reso conto davvero che la comunità otaku fuori dal Giappone si era espansa a tal punto da poter definire anime e manga “popolari” è stato quando ho letto l’annuncio della nuova serie anime originale Netflix: Devilman Crybaby. Già la prima volta che avevo effettuato l’accesso alla nota piattaforma di streaming legale ero rimasto piuttosto colpito da un’offerta non particolarmente vasta, ma che comprendeva alcuni titoli poco mainstream e che si sarebbe notevolmente arricchita negli anni. Qualche tempo dopo, il lancio di Death Note mi aveva lasciato del tutto indifferente, e infatti si è dimostrato un flop annunciato. Al contrario, con Devilman c’erano un sacco di buoni motivi per essere eccitati.

devilman crybaby netflixFacciamo un passo indietro: cos’è Devilman? Devilman è un manga disegnato nel 1972 da Go Nagai, autore molto famoso in quegli anni soprattutto grazie ai suoi mecha, celebri robottoni del calibro di Mazinga, Goldrake, Ufo Robot e Jeeg robot d’acciaio. Il fumetto, raccolto in cinque volumi, racconta la storia di Akira, un ragazzo del liceo che accoglie nel suo corpo potente demone Amon trasformandosi così in un uomo-diavolo, Devilman appunto. Il giovane si troverà a combattere contro esseri umani, demoni, Satana e Dio in un’escalation di violenza che culminerà con l’apocalisse. Mica male, no?

Per le sue tematiche mature, che portano il lettore a riflettere sulla natura umana, il destino e tutto quanto, per l’originale stile grafico, nonché per le memorabili scene di violenza, Devilman ha finito per diventare un vero e proprio cult che, nel corso del tempo, ha goduto di svariati spin-off e adattamenti anime. Qualunque otaku finisce prima o poi per imbattersi in questo titolo, se non altro per l’influsso che ha avuto su opere che oggi godono di grandissima fortuna quali Neon Genesis Evangelion o Berserk. Si tratta pur sempre, però, di un prodotto di nicchia nella nicchia, un titolo pubblicato quasi 50 anni fa e con uno stile che difficilmente può attrarre i giovani. Avete presente quel meme in cui si vede un iceberg che si immerge nelle profondità oceaniche e in cui ad ogni livello, man mano che si scende, si trovano nomi di band e artisti sempre più strani e sconosciuti? Ecco. Nell’iceberg dei manga letti dagli otaku italiani troviamo, proprio sul cucuzzolo innevato, i battle shonen più mainstream come Naruto e One Piece. Subito sotto Hunter X Hunter, Le bizzarre avventure di Jojo e Berserk. Ben al di sotto della superficie abbiamo le adolescenti squartatrici di Elfen Lied, quindi i titoli del maestro dell’horror Junji Ito e poco più giù, dove l’acqua inizia a farsi decisamente scura, il nostro Devilman. Fidatevi, non volete sapere cosa si trova oltre questo punto.

La scelta di un’azienda come Netflix di produrre un adattamento per un’opera di questo tipo è già di per sé tutt’altro che scontata. Ma la notizia è diventata ancora più incredibile quando è stato annunciato il nome del regista del nuovo adattamento dell’opera di Go Nagai: Masaaki Yuasa. All’interno di un contesto come quello del mercato dell’animazione giapponese, in cui più spesso si ricordano i nomi dei grandi studi piuttosto che dei singoli autori, Yuasa è uno di quei pochi registi che si ricordano perché lasciano sempre un’impronta molto personale sulle loro opere. L’animatore di The Tatami Galaxy e Ping Pong The Animation è famoso soprattutto per un design dei personaggi estremamente semplice, che viene deformato fino all’inverosimile durante le sue altrettanto caratteristiche animazioni concitate.

devilman crybaby netflixIl risultato è uno stile unico e immediatamente riconoscibile, allo stesso modo in cui è immediatamente riconoscibile lo stile dei film di Hayao Miyazaki e dello studio Ghibli, con i loro bambini paffutelli, le vecchiette rugose ed i teneri mostriciattoli. Affidare a Yuasa la direzione di questo progetto sembrava quindi una scelta avventata per diversi motivi: sarebbe riuscito a comunicare attraverso il suo stile naive tutto il pathos tragico e l’orrore presenti nell’originale Devilman di Go Nagai? Ricordiamo a tal proposito che Nagai ha dichiarato di essersi ispirato alle illustrazioni di Gustave Dorè per disegnare i mostruosi demoni che popolano il suo fumetto, mentre le animazioni dei lavori precedenti di Yuasa, con le forme e le proporzioni che si deformano come se i personaggi fossero fatti di plastilina, finiscono per ricordare i cartoni della Disney e Tom e Jerry. La collaborazione tra due artisti così importanti eppure così diversi non avrebbe rischiato di risultare grottesca? Il risultato è stato, se non altro, quello di suscitare grande fermento e curiosità tra gli appassionati.

Il giorno stesso della release di Devilman Crybaby su Netflix, recensioni positive e negative hanno cominciato a fioccare sui siti Web e sui gruppi Facebook dedicati agli appassionati di anime. Come era facile immaginare, la critica era divisa in due. Devilman Crybaby è una serie fatta di contrasti e resa ancora più esplosiva dall’altissima concentrazione di avvenimenti, soprattutto verso il finale. L’azione procede con un ritmo inarrestabile tracciando una parabola che, in appena 12 episodi, racconta la storia dell’estinzione dell’umanità: può coinvolgere lo spettatore fino alle lacrime o disgustarlo, ma di certo non può lasciare indifferenti.

Lo stile di Yuasa dona nuova rilevanza a temi già presenti nel manga originale di Nagai. Il tentativo di conservare la propria umanità anche in un mondo post-umano, nel bel mezzo dell’apocalisse, è il punto centrale di questo nuovo adattamento anime, espresso attraverso la metafora del pianto che compare già nel titolo. Le lacrime diventano, come nella tradizione della letteratura classica giapponese, il simbolo dell’innocenza, unico scudo contro il male insito non nel mondo o nella divinità, quanto nella natura umana. Le animazioni virtuosistiche di Yuasa regalano momenti di grande emozione soprattutto nei combattimenti, anche se a volte queste sequenze sono talmente frenetiche che mi sono ritrovato a dover tornare indietro un paio di volte per capire cosa fosse successo.

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In generale ci sono diversi momenti in cui il ritmo della narrazione si fa un po’ troppo accelerato, ma questa del resto è anche una caratteristica del manga. Forse aggiungendo un paio di episodi e tagliando alcune parti superflue (chi ha visto la serie sa bene che mi riferisco a tutta l’allegoria della staffetta) si sarebbe potuta distendere un po’ la narrazione. Allo stesso modo mi aspettavo che l’adattamento anime avrebbe smussato alcune esagerazioni del manga, che pensavo essere ingenuità in parte dovute agli anni in cui questo è stato scritto: il fatto che un adolescente tiri fuori un mitragliatore da sotto un impermeabile e si metta a sparare ad un gruppo di bulli in mezzo alla strada senza che nessuno batta ciglio è qualcosa che va ben oltre le possibilità della mia suspension of disbelief. Molto riuscito invece l’adeguamento dell’ambientazione ai giorni nostri, con anche l’apertura ad una riflessione sul ruolo di internet nel nostro mondo.

Cosa possiamo imparare da Devilman Crybaby? Innanzitutto qualcosa che può sembrare scontato agli economisti ma che per noi, comuni mortali che hanno studiato lettere, scontato non è: cioè che l’espansione dei mercati stimola la produzione, anche di prodotti di qualità. Ora che essere nerd fa figo i nerd veri, quelli della prima ora, spesso vedono l’avanzata del mainstream e dei normie come una minaccia. A tutti dispiace un po’ quando qualcosa di bello, che pensavamo di conoscere solo noi e pochi eletti, finisce per diventare una moda, messa in bella mostra da persone che non sanno apprezzarne il vero valore. Ho provato per la prima volta questa sensazione quando uscirono i film di Harry Potter e tutti i bambini della mia generazione improvvisamente si rivelarono grandi fan della saga. “Ma io ho letto tutti i libri!”, urlava il piccolo me di undici anni, che era già piuttosto hipster “Conoscevo Harry Potter da prima che fosse mainstream!”. La parte ancora peggiore per i veri fan è quando il proprio amato libro/film/manga comincia ad essere duplicato all’infinito in una serie di brutte copie che paiono far perdere valore al vero ed unico originale.

Tutti ricordiamo bene l’ondata di saghe fantasy di serie B che hanno invaso le librerie negli anni in cui al cinema uscivano Harry Potter e Il Signore degli Anelli. Eppure sta proprio qui l’effetto positivo del fenomeno di “normiezzazione”: quando il mercato comincia a sfornare migliaia di prodotti identici a volte, in mezzo a tanta spazzatura, sbuca qualcosa di nuovo e degno di nota. Devilman Crybaby è un miracolo nato dall’allineamento tra un ingente capitale, un’idea interessante e un artista con le capacità tecniche per realizzarla. Se questo incontro fortuito è dovuto anche al fatto che il mercato di anime e manga (spesso di qualità mediocre) si sta espandendo in Occidente come mai prima d’ora, allora ben vengano i normie ed il mainstream. Bisognerà solo diventare più bravi a selezionare.

La seconda cosa che ci insegna Devilman Crybaby è che, se non lo sapevamo già, il Giappone è una fonte inesauribile di idee nuove e nuove possibilità di sperimentazione. Ad esempio gli autori della Disney e della Marvel potrebbero provare ad ispirarsi al lavoro di Yuasa per provare, una volta tanto, a tentare la strada di un remake o di un adattamento cinematografico con un minimo di originalità, invece che continuare a riproporci la stessa minestra scaldata come fanno, ormai, da parecchi lustri.

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Giovanni Luca Molinari

Giovanni Luca Molinari

Nato a Milano, ha studiato Lettere Moderne e Comunicazione tra Italia e Germania. Appassionato di cinema e letteratura, ma anche di arti visive, anime, meme, giochi da tavolo... In questo momento è particolarmente affascinato da quei punti di contatto tra vecchie forme espressive e nuove tecnologie.