La nostra intervista del 21 settembre 2020 a Francesca Grosso delinea il percorso dell’avanguardia dal Novecento ad oggi. Le tecniche avanguardiste sono ancora in uso, seppur con processi diversi, dato che si fondono con la tecnologia nella creazione di opere d’arte. È possibile infatti affermare che una quarta ondata di avanguardie si stia sviluppando nel XXI secolo. Questa sembra racchiudere in sé gli obiettivi delle avanguardie precedenti, attraverso un incontro sempre più profondo di arti, attuando una rottura sempre meno reversibile tra i compartimenti artistici disciplinari. Infatti a fondersi non sono più soltanto le espressioni auliche quali la scrittura e la pittura, bensì, dal momento in cui la critica ha affermato che può essere una forma d’arte anche il cucito e anche il videogioco, la scrittura si sta congiungendo con i giochi popolari.

Ciò è scaturito, inoltre, dal rapporto viscerale tra avanguardie e società.

Come anticipato nell’articolo precedente, le avanguardie del Novecento reagivano alle catastrofi e ai paradigmi della civiltà, in maniera attiva, tanto da rendere inscindibile il connubio tra arte e società: l’una esiste soltanto perché in relazione con l’altra. Il rapporto è divenuto così stretto che nel nuovo millennio non ci si rende neanche conto del fatto che alcuni giochi popolari come “nome di lui, nome di lei” non provengano dalla tecnica avanguardista del cadavere squisito; tanto meno si ha consapevolezza che un metodo di insegnamento scolastico, quale quello di ritagliare articoli da far ricomporre ai bambini per sviluppare la logica ed esercitare la lettura, non sia altro che un esercizio surrealista chiamato “cut-up”.

Spesso a ricordarlo, però, sono le associazioni che agiscono localmente, come nel caso dell’associazione culturale “Despina”.

Insita nel nome è la volontà di opporsi al senso comune e di trascendere le visioni uniche, citando il celebre romanzo di letteratura combinatoria Le città invisibili (1972) di Italo Calvino.

What a wonderful world

“Despina” è una realtà locale non a scopo di lucro, che intraprende attività culturali, artistiche e letterarie a Vicovaro, un piccolo paese in provincia di Roma. È nata nel 2018 dal bisogno di creazione e di ricreazione di alcuni giovani ragazzi; un gruppo di amici che ha proposto un’alternativa in un ristretto contesto: un’oasi culturale che intende rilanciare eventi tradizionali in via di estinzione, oltre a soddisfare gli appetiti intellettuali dei cittadini. Diversi sono i progetti seguiti (per saperne di più leggere qui) sul che spesso si intrecciano con le avanguardie, appunto perché gli obiettivi in comune sono molteplici, come suggerisce il nome dell’associazione.

Negli incontri annuali di “Tè, libri e altre cose inutili”, un’iniziativa di lettura e dibattito all’interno della Biblioteca comunale, sono stati presentati estratti di opere avanguardiste di autori celebri, tra i quali Jorge Luis Borges, Giuseppe Ungaretti, Miguel de Unamuno e lo stesso Italo Calvino.

Tuttavia non si sono limitati a consegnare strumenti teorici al pubblico, ma li hanno messi alla prova portando le tecniche avanguardiste in piazza. Infatti il 2 giugno 2019, all’interno dell’evento locale “Mercanti del Borgo”, hanno dato vita ad un “Romanzo collettivo”: chiunque voleva, poteva scrivere una frase su un post-it numerato da riporre poi in una scatola; l’intento era quello di leggere e creare una storia incoerente e surreale grazie al contributo dei volontari. La partecipazione fu cospicua, tanto da riproporre la stessa attività in versione social durante il lockdown. Ancora una volta la tecnologia diviene il codice comunicativo dell’avanguardia, dando la possibilità di esprimersi e di intrattenersi attraverso la leggerezza e la giocosità della letteratura.

Infine il 2 agosto 2020 la letteratura combinatoria ebbe un suo festival: “Combinatoria: Festival di letteratura confusionaria”. In seguito alla lettura di estratti di letteratura potenziale, il pubblico si è messo alla prova con due momenti ludici che traevano linfa vitale dalle avanguardie: “Remiscelata” e “Cadavere squisito”.

Difatti “Remiscelata” è un gioco influenzato dal cut-up, ossia dei racconti della tradizione vicovarese vengono frammentati in frasi e i ritagli distribuiti ai partecipanti, che dovranno ricostruire la storia in squadre, confrontandosi tra di loro e con gli altri gruppi… ma attenzione l’incoerenza è dietro l’angolo!

Infine è stato presentato un gioco popolare che attinge direttamente dal “cadavere squisito”: a cerchio si scrive una frase per gli argomenti “nome di lui, nome di lei, dove sono, cosa fanno, cosa dice lui, cosa dice lei e cosa dicono gli altri” senza essere a conoscenza della frase precedente; allora si leggono gli stravaganti risultati.

Così appare tutto alquanto semplice e armonioso, ma l’attuazione di una nuova letteratura in un contesto locale ristretto sarà stata accettata dai più? A spiegare come entrare in contatto con nuove formule intellettuali e ad illustrare il riscontro popolare è l’associazione culturale Despina nella seguente intervista:

Come riesce un’associazione culturale a rendere la letteratura d’avanguardia un’attività ludica?

In una certa misura, l’avanguardia è di per sé un’attività ludica. Basta pensare a Palazzeschi e a quanto la sua poesia insista sui temi della dissacrazione giocosa e del riso, sulle figure circensi. Nella dimensione evasiva del gioco c’è di fatto il rifiuto della noia accademica, di una certa idea di cultura come impostazione statica: è azione disordinatice, e in questo coincide con la pratica d’avanguardia (prendiamo qui per non problematica la parola avanguardia, anche se lo è fino all’osso).

Tra le attività della nostra associazione abbiamo inserito anche alcuni giochi che si ispirano a delle trovate delle avanguardie storiche: abbiamo voluto dimostrare – nel contesto locale in cui ci inseriamo, che è piccolo e difficile – che fare letteratura può essere divertente: una risposta positiva c’è stata, e svela anche la diffusione, almeno in certi ambienti umani, di un’idea di letteratura stereotipata che ci interessa, per il poco che ci è concesso, demolire.

Despina
Per la vostra esperienza locale, quanto i giochi popolari attingono dall’avanguardia?

In verità bisognerebbe dare una definizione di “avanguardia” (e intato parlare, semmai, di avanguardie, al plurale) e una di “giochi popolari” (se non addirittura anche di “esperienza locale”). Il discorso sarebbe lungo, ma possiamo intanto chiederci: siamo sicuri che l’avanguardia non sia di fatto un gioco popolare, e viceversa? Prendiamo qui per buona una definizione spicciola e decisamente non esaustiva, diciamo semplicemente etimologica: l’avanguardia – termine militare – indica qualcosa che sta più avanti rispetto a un gruppo (l’esercito).

In campo letterario avanguardia è spesso sinonimo di sperimentazione: sebbene in verità i due termini non siano del tutto sovrapponibili, quando parliamo di avanguardia intendiamo – nel senso comune, almeno – qualcosa di diverso dal solito, innovativo, strano. Ecco: un gioco popolare, oggi, non è di fatto un’avanguardia? E pensiamo anche a giochi fisici come il tiro alla fune: il contesto “basso”, la piazza, non sono dimensioni ormai abbandonate dalla società neoliberista occidentale e quindi in qualche modo “diverse dal solito”? Di fatto, ogni avanguardia, se non partita – il Gruppo ’63 era tutto sommato professorale – sì è quantomeno consumata fuori dai contesti accademici, si è interessata alla piazza o al cabaret, all’azione pratica, all’industria, alla cucina, alla politica extraparlamentare, al gioco; in zone sociali, insomma, al di fuori o ai margini di ciò che comunemente chiamiamo “cultura”.

Con il Cadavere squisito, ripreso dai surrealisti (ma, si noti, diventato proprio un gioco popolare che ha dimenticato l’origine “intellettuale”), e con Remiscelata (inventato da noi: tre storie mescolate, ogni partecipante uno stralcio, obiettivo ricostruire le storie in un certo tempo cercando di interpretare, con gli altri, la coerenza delle frasi man mano giustapposte), abbiamo cercato di portare in piazza giochi testuali, ispirandoci all’Oulipo, e alla possibilità di fare coincidere il gioco con reali meccanismi semiotici ed ermeneutici.

oulipo giochi popolari

I codici comunicativi sono mutati con l’avvento di nuove tecnologie, divenute di uso quotidiano. Quale evoluzione apportano alle tecniche avanguardiste?

Questa è una domanda da un milione di dollari. Come detto sopra, bisognerebbe mettersi innanzitutto d’accordo su cosa significa “avanguardia” (storicamente e concettualmente, ma anche a livello di disciplina: le arti non seguono sempre storie parallele); se poi intrecciamo il discorso con il peso delle tecnologie, apriamo un ambito enorme. Limitandoci al nostro raggio d’azione, possiamo dire che gli strumenti dei social, degli smartphone, dei computer possono certamente aiutare nella costruzione di giochi e di attività da proporre tramite l’associazione.

Ad esempio, la quarantena che abbiamo tutti vissuto qualche mese fa, ci ha messo di fronte alla necessità di mantenere il contatto con i nostri (pochi, ma bellissimi) affezionati tramite Facebook e Instagram: abbiamo trasferito online il nostro appuntamento mensile in biblioteca, abbiamo riproposto in forma virtuale il gioco del Romanzo collettivo (una sorta di Cadavere squisito gigante) già fatto in piazza, dal vivo, un anno fa.

C’è poi da discutere sull’incidenza negativa di questi strumenti nelle nostre vite, sul rischio di alienazione da second life, sulla dipendenza. Non siamo – ognuno con la sua posizione – né passatisti al punto da non riconoscerne l’utilità né distratti al punto da non vederne i rischi. Semplicemente studiamo ciò che abbiamo di fronte, valutiamo quale rapporto con le tecnologie sia il più degno di essere costruito.

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Dunque la sperimentazione è una caratteristica delle avanguardie, come sperimentale è l’approccio di questo linguaggio da parte di una realtà locale, abituata a una letteratura sepolta e polverosa. Come proponete la sua giocosità? E quale reazione ha il pubblico?

Dicevamo: avanguardia e sperimentazione sono spesso usati come sinonimi. In linea di massima è anche giusto: se avanguardia vuol dire visione al di là, avamposto di vedetta, è praticamente obbligato che la sua pratica sia “sperimentale” nel senso che si fondi su esperimenti e tentativi – a volte anche fallimentari – più che sul tradizionalmente acquisito. Anche su “sperimentale”, però, sarebbe da intendersi, ché non è raro che prodotti che rivendicano per sé etichette di questo tipo si rivelino poi la riproposizione di idee vecchie ormai di cent’anni.

Diciamo che per ciò che facciamo noi – proporre iniziative ricreative e culturali in un paese, Vicovaro, di quattromila anime – è “sperimentale” tutto ciò che da queste parti non s’è mai visto. Alcuni autori di cui abbiamo parlato, alcuni musicisti che abbiamo fatto suonare, alcuni dibattiti sono state – almeno lo erano nelle nostre intenzioni – aria nuova.

Quanto al “pubblico”… da noi si dice “chi lascia la via vecchia pe’ vella nova, sa vello che lascia e non sa vello che trova”; e infatti spesso chi ci frequenta rimane un po’ sorpreso da certe trovate che a primo sguardo possono sembrare strampalate. Ma crediamo innanzitutto che il disorientamento sia parte integrante del processo costruttivo, e che l’obbedienza al già noto non sarebbe poi una così grande conquista; poi, in fin dei conti, non facciamo niente di così assurdo: il nostro “sperimentalismo” – per usare ancora questo termine – è a monte, ed è nel tentativo di fabbricare una tradizione culturale in un un tessuto sociale e comunitario molto complesso e poco coeso.

Già la sola formazione di un gruppo, il solo scambio di idee, una certa costanza nel proporlo, sono la nostra vittoria. Questo ci interessa, e per questo ci impegniamo.

Per concludere, le avanguardie di qualsiasi epoca storica promuovono un approccio attivo alla vita e alla letteratura, suggeriscono una rivoluzione, propongono di trascendere l’abitudine, sottoponendo i codici comunicativi ad una costante esamina e sperimentando tecnologie sempre più innovative ed efficaci. Il 2020 sembra l’anno adatto alla proliferazione di questi movimenti… perché non abbracciarli?

Rebecca Restante
Rebecca Restante

Sono nata a Roma nel 1999. Diplomata al liceo linguistico e studentessa dell'università La Sapienza. Sono in cerca della mia manifestazione tramite la letteratura

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