De omnibus dubitandum

La ricerca di Sofia – IV

 

Descrivere in poche righe il pensiero di un autore non è mai facile. Se poi, come nel caso di David Hume, si tratta di qualcuno che ha influenzato e ancora influenza la riflessione filosofica, il compito sembra quasi impossibile. Si è costretti a fare dei tagli, eludere certi aspetti, a dare una certa prospettiva. Ecco, prospettiva: se dovessi riassumere in una parola la filosofia humiana direi per l’appunto “prospettiva”. Qualcuno potrebbe obiettare che più appropriata sarebbe “abitudine”, “scetticismo”, “prassi”… Tutto vero. Tutti termini che si caricano di un significato nuovo dopo l’opera del nostro filosofo scozzese. Eppure nessuno coglie a mio avviso davvero il punto: lo sguardo verso il mondo è uno sguardo prospettico. Da qui si parte; da qui discende il resto.

Cosa vuol dire che il nostro è uno sguardo prospettico? Cosa significa, epistemologicamente[1] parlando, che guardiamo il mondo in prospettiva?

Sto giocando a biliardo. Prendo la mira, colpisco la bianca che rotola sul tappeto verde e va a impattare una palla. Questa si muove e va in buca. Prendo nuovamente la mira, colpisco la bianca che di nuovo inizia a rotolare fino a urtare un’altra palla, la quale, a sua volta, si muove. Se dovessi colpire ancora la palla bianca saprei che questa si muoverà, se sono abbastanza bravo colpirà un’altra palla, la quale si sposterà per via dell’urto, e così via.

Perché lo so? Perché posso anticipare ciò che avverrà? Conoscere il futuro?

Voi risponderete: «Lo sai perché sai che l’urto della palla A sulla palla B causa il moto della palla B, e questo a sua volta lo sai perché hai una serie di nozioni, seppur minime, di meccanica, ecc.». Può essere.

Io so che la palla B si muoverà perché verrà colpita dalla palla A. So che il movimento di una è causa del movimento dell’altra. Ma perché so che esiste questa relazione? Io vedo degli oggetti: un tavolo, delle palle. Non vedo relazioni, rapporti causa-effetto. Da dove esce la mia capacità di scorgere rapporti, intravedere relazione, anticipare gli eventi?

David Hume
David Hume

Dicevamo, la prospettiva: noi siamo nel mondo occupando sempre una certa posizione e da questa indaghiamo ciò che ci circonda. Abbiamo un punto di vista, certamente mutevole, cangiante ma che non abbandoniamo mai. A partire da questo “punto zero” ci orientiamo, ci muoviamo, agiamo, quindi ci relazioniamo, con noi stessi e con il mondo esterno.

E la relazione è perpetua, è un flusso costante fatto di azioni e reazioni, nelle quali tentiamo, dobbiamo tentare, di scorgere delle regolarità.

Perché abbiamo questo bisogno? Per vivere. Immaginate di porvi ogni sera domande angosciose tipo: “Domani sorgerà il sole? Avrò ancora la testa attaccata al collo? Mi sveglierò nel mio letto o dall’altra parte del mondo?”. Oppure provate a pensare se dovessimo mettere sempre in dubbio la validità della gravità e invece di uscire dalla porta uscissimo dalla finestra. Il sospetto più che legittimo è che non andremmo oltre la prima conferma.

Noi ci abituiamo al mondo. Ci sforziamo di credere che esistano delle leggi, che non sia tutto casuale. E siamo così abituati ad essere abituati, da credere che la nostra abitudinarietà sia frutto del mondo e non dei nostri bisogni.

Se la palla B si muove, la causa è l’urto subito dalla palla A: questa è una legge immutabile del mondo. Perché? Chi l’ha detto? Non è forse vero che possiamo pensare il contrario di ciò che c’è nel mondo senza per questo cadere in un groviglio di contraddizioni? Non possiamo forse pensare che la palla A colpisca la palla B e questa resti ferma? E allora dove sta la legge immutabile? Piuttosto siamo abituati a pensare che se la palla A colpisce la palla B allora la palla B si muove. Ma è ben diverso da quanto detto prima!

E non possiamo forse pensare che se lascio andare la penna questa fluttui nell’aria? Certo, è strano, ma non impossibile. Almeno, non allo stesso modo in cui è impossibile pensare che 2+2=5. In questo caso non ci sono abitudini che contano: 2 unità di qualcosa sommate a 2 unità di qualcosa danno 4 unità di qualcosa. Pensarla altrimenti è farsesco. Dunque bisogna distinguere: le verità logiche (o per dirla à la Hume: le verità di ragione) non hanno lo stesso statuto delle verità del mondo (alias verità di fatto). Le prime devono essere vere e quindi sono vere sempre, le seconde possono essere false e quindi sono vere spesso. Cosa mi garantisce che sono vere spesso? Nulla, solo l’abitudine a pensare che lo siano.

Van Gogh Il caffè di notte
Van Gogh Il caffè di notte, 1888

Proviamo a dirlo con termini diversi. Hume ci sta mettendo in guardia dall’assumere a priori che la nostra conoscenza del mondo sia frutto della legalità ad esso sottesa. La scienza, che studia la natura e crede di individuarne le leggi, opera in realtà una costruzione intellettuale, utile (anzi: necessaria, dal nostro punto di vista) per per poter operare nel mondo. Ecco perché prospettiva come termine centrale: è in virtù del nostro essere nel mondo secondo un certo angolo di visuale, che noi dobbiamo dotarci di quegli strumenti che ci consentano di comprendere e dunque agire razionalmente. Sono strumenti arbitrari, dice Hume, che funzionano fin tanto che che ci sono utili e che potremo abbandonare quando smetteranno di servirci.

Vale la pena sottolineare un aspetto. Perché questa attenzione alla relatività di ogni conoscenza emerga (relatività che, per inciso, non è relativismo, abbandono di ogni criterio per giudicare la bontà di una teoria, perché, l’abbiamo visto, il criterio è la capacità di rendere comprensibile questo mondo), non è possibile adagiarci sul dogma, sul “partito preso”. Per dirla con un motto: de omnibus dubitandum. Ecco Hume incarna precipuamente questo spirito, lo fa proprio come una seconda pelle, innervando la propria riflessione di questa linfa vitale.

Dicevamo in incipit: riassumere il pensiero di un autore in poche righe è compito arduo. Un pensatore capace di “risvegliare dal sonno dogmatico” filosofi del calibro di Kant, che tutt’oggi tiene banco nelle più importanti correnti epistemologiche contemporanee, necessiterebbe di pagine e pagine per essere veramente compreso e assimilato. Non basta infatti accennare, come abbiamo fatto, alla feroce critica che lo tenne impegnato per tutta la sua sua vita contro ogni forma di dogmatismo, che pretende di possedere la verità senza mai metterne in dubbio i presupposti: egli tentò, sulla scia degli empiristi inglesi, di tracciare una ricostruzione quasi fisiologica dei processi cognitivi che sottendono la conoscenza e permettono l’istituzione di nessi tra gli eventi del mondo, si occupò di morale difendendo chi negava il libero arbitrio, di estetica e di storia. Un pensatore poliedrico insomma, precursore imprescindibile della filosofia sette e ottocentesca.

Siamo costretti però a tralasciare questi temi per poter procedere senz’ulteriori ambagi sulla nostra strada. Non prima però di congedarci da questo formidabile pensatore con un suo motto che riassume ciò che abbiamo fin’ora detto: «L’abitudine, è la grande guida della vita umana».

 


La ricerca di Sofia continua con la prossima puntata

Simone Coletto
Simone Coletto

Nato a Milano, classe 1993, laurea in Filosofia presso l’Università degli Studi di Pavia; lettore e appassionato di politica da sempre, ho avvicinato gli studi filosofici sui banchi del liceo (classico) e da lì ho compreso come questa disciplina dia ad ognuno la possibilità di capire e modificare il mondo.

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