Daniel Varujan e il genocidio armeno negato

Il pianto di Dio

Quando nello spazio non si era ritirato
ancora il Nulla di questo Universo,
io credo che Dio cercasse qualcosa,
come rimedio alla ferita della noia.

In un istante girò intorno allo spazio,
e non trovò nulla tranne se stesso:
volle un’Essenza della sua Essenza: –
e la sua Essenza fu la sua eco.

Poi ritornando, triste e addolorato,
dal sordo Silenzio e dal cieco Nulla,
anche da loro volle qualcosa, ed essi
diedero se stessi, cioè non diedero nulla.

Quando Egli trovò l’Immensità così vuota,
provò un profondo, crudele dolore:
e sul Silenzio e sul Nulla
pianse dal cuore la sua disperazione.

Cadendo, le sue lacrime lo esaudirono,
formando ogni stella nel cielo: –
e come al Poeta anche a Dio,
per creare, fu necessario piangere.

Daniel Varujan

Daniel Varujan

In questi giorni non si fa altro che parlare di Memoria, ricordando la Shoah degli ebrei europei, dimenticando o meglio sottacendo un altro terribile massacro, perpetrato nella nostra Europa dai Giovani Turchi, nei primi anni del sanguinoso Novecento ai danni del popolo armeno. Un genocidio negato a tutt’oggi dalla Turchia, che punisce con il carcere chiunque pronunci questo termine. Nonostante siano trascorsi cento anni, gli armeni continuano a non veder riconosciuto lo sterminio, cui sono stati vittima. Ho scelto non a caso Daniel Varujan, un poeta armeno vittima di quel massacro. Una voce sublime, che ha cantato Il pianto di Dio di fronte alla rovina, che gli si palesava davanti, paragonando la creazione dell’Universo con quello della Poesia. È la voce profetica del poeta, che nel dolore immenso trova la forza di cantare gli odori della sua terra, fatta di fango, di falci, di pietre e sangue e degli accesi colori dei fiori di campo e dei roseti. La terra, i fiori, la falce e l’umido odore di fieno che si accosta all’amabile odore di un seno, di un abbraccio. La poesia che segue: Raccolgo la messe, è un canto a più voci, costruito con la tecnica retorica dell’anastrofe, cioè il sovvertimento naturale delle parole e qui di un intero verso, che mi ha fatto pensare al coro delle tragedie greche. Un dialogo senza risposte, solo schizzi di luce, odore e suono che invadono la mente del lettore, in questa danza antica, festosa e terribilmente malinconica.

Raccolgo la messe…

Raccolgo la messe con la falce,
– La luna è la mia amata –
cammino di solco in solco.

– La mia amata è sposa di un altro -.

A testa nuda, scalzo,
– I venti sono dolci –
io vago fra i campi.

– I suoi capelli sono oceani -.

Grano e papaveri, piangendo di nostalgia,
– La pernice si lamenta –
ho legato con un nastro.

– Le sue mani sono tinte di henné -.

Dal cielo, sulle spighe,
– La stella filante è passata –
gocciolano le stelle l’olio consacrato.

– Il suo viso si è illuminato -.

Quanti covoni bagnati di rugiada,
– Il roseto è umido –
ho legato come giocando.

– Il suo seno è scoperto -.

Nel mio campo sono rimaste le stoppie,
– La luna se ne va –
con i covoni ho fatto una catasta.

– Il mio cuore è di fuoco -.

La mia falce ha colpito una pietra:
– La mia amata ha un amante –
dalla pietra è schizzata la quaglia.

– Il mio fegato sanguina

Genocidio Armeno

La grazia raffinata e tagliente della parola poetica, che affonda le mani nel sangue del fegato e del cuore, che piange per quella che Pier Paolo Pasolini chiama “disperata vitalità“.

Daniel Varujan fu massacrato insieme ad altri 2300 e più intellettuali armeni, prelevati contemporaneamente in più parti del paese in sole tre notti. La Arslan, autrice del libro “La Masseria delle Allodole“, che l’ha resa celebre, racconta come sono avvenuti i fatti di quel lontano e drammatico 1915, che ha ricostruito in anni di studi e ricerche. I Giovani Turchi erano legati alla Germania Guglielmina da rapporti di collaborazione. Gli Armeni, persa la loro indipendenza, vivevano da sempre una condizione di subalternità rispetto alla popolazione turca. Essendo però dei raffinati intellettuali, studiosi e scienziati, nei secoli avevano comunque acquisito una certa considerazione da parte dei Sultani e, grazie alla loro laboriosità erano per lo più colti e benestanti. Con l’avvento al potere dei Giovani Turchi e le forti spinte nazionaliste del Primo Novecento le cose cambiarono. Fu messo a punto un piano per eliminare fisicamente tutta la cultura armena fino allora rispettata e tenuta in alta considerazione, annientando la cultura si annienta la memoria e la storia di un popolo. La scrittrice parla di un inganno teso a tutti gli intellettuali: medici, farmacisti, insegnanti, giuristi e scienziati, che si fossero distinti anche in ambito politico o iscritti a un partito, prelevati tutti insieme in sole tre notte dalle loro abitazioni, senza alcuna violenza, in modo da non destare allarmismi nelle famiglie. Non tornò quasi nessuno a casa, i corpi furono disseminati lungo il deserto, ammazzati e torturati senza pietà.

Il tempo non ha migliorato l’animo umano. Tragedie come questa si continuano a ripetere, sembra che l’orrore non punga veramente i nostri cuori e le nostre anime, così accecati come siamo dalla violenza, dall’ingordigia e dal furore.

La culla degli Armeni

E’ costruita con il cipresso.
e con il sangue colorata:

la dondola la tempesta inferocita.

Dalla volta pendono
perle, perle di turchese: –
sono le lacrime del cielo,
cadute, ghiacciate dal freddo.

Nell’umidità, nel fumo oscuro,
di cui la capanna è piena,
si dondola piano la culla antica,
come l’antica vendetta della mia anima.

E’ l’abisso dove l’armeno
partorisce i suoi draghi ribelli,
dove i baci, le rose rossastre
emanano odore di sangue.

Nessun delicato seno materno
vi apre il suo cielo:
là diventano madre le tenebre,
e i fulmini mammelle.

E in mezzo ai vagiti, al pianto
il ragazzo pallido cresce
tra le braccia dell’amico, del caso
cresce.

E forse domani egli sarà
un guerriero dagli occhi di fuoco, nuvola fulminante:
-A noi la mangiatoia dà un Gesù,
invece la culla armena un Insorto…

Daniel Varujan con la moglie

Daniel Varujan con la moglie

La potenza degli ultimi due versi della poesia “La culla degli Armeni“ ci danno lo spessore dell’orrore vissuto da questo popolo, che per nulla si discosta dai tanti popoli sottomessi e schiavizzati, molti dei quali fuggono nei deserti infuocati del mondo o nelle acque gelide dei mari in cerca di pace, di solidarietà, di comprensione.

Le parole che bucano gli occhi, tanto quanto fecero al nostro poeta i suoi aguzzini, che trafugarono le sue poesie, ritrovate molti anni dopo a Costantinopoli, l’attuale Istanbul, ventinove in tutto, raccolte ne Il Canto del Pane, trasudano la determinazione del popolo armeno, detronizzato e cacciato dalla sua terra, che ha conosciuto fasti e orrori, senza mai perdere la dignità della propria appartenenza.

I pochi sopravvissuti, che lo conobbero in quei mesi strazianti di viaggi e attese interminabili, raccontano di questo giovane uomo, appena trentunenne, taciturno, che in mezzo all’orrore e all’angoscia continuava a scrivere versi di una bellezza assoluta e di una delicatezza raffinata.

I miei buoi sono biondi, hanno le fronti di luce
che ho adornato con un amuleto blu.
Sono ebbri dell’aria primaverile del mattino-

guardano pacifici la campagna tranquilla. […]

Inizia così la poesia Il giogo, una metafora sottile della sua condizione e di quella di tutto il suo popolo, che Varujan amò al punto da tornare pochi anni prima del genocidio, per aprire con la moglie una scuola. Perché per il popolo armeno la cultura è sempre stato un valore sacro e inviolabile. È la conoscenza e la cultura che, nonostante la sudditanza politica e sociale, ha consentito fino a quel tragico 1915 al popolo armeno di essere comunque rispettato dall’impero Ottomano e conosciuto e apprezzato all’estero.

Numerosi e frequenti erano i contatti con Venezia, dove c’era una comunità armena e il collegio Moorat-Raphael dei padri mechitaristi armeni. Varujan, nato nel 1884 a Perknik in Anatolia, si dimostra subito uno studente promettente e nel 1898 i suoi insegnanti lo spediscono a studiare al collegio di Venezia.

La letteratura italiana e soprattutto la nostra poesia avranno un forte ascendente nel nostro poeta: Leopardi, Carducci, Pascoli e qualcosa di D’Annunzio. Sarà soprattutto il Recanatese a tracciare il solco più profondo nei suoi versi:

Dolce notte estiva,
la testa abbandonata sull’aratro
l’anima sacra del contadino riposa sull’aia.
Nuota il grande silenzio tra le stelle divenute un mare.
L’Infinito con diecimila occhi ammiccanti mi chiama 
[…]
È squisito per il mio spirito tuffarsi nell’onda luminosa di azzurro,

naufragare – se è necessario – nei fuochi celesti […]

In questa Notte sull’aia è forte il richiamo a L’Infinito di Giacomo Leopardi, la contemplazione e la disperazione che si tuffano nell’onda luminosa del cielo stellato, per naufragare dolcemente, fuggendo dalla storia, fuggendo dal male. Se il male del Recanatese era scaturito dall’incomprensione, dalla malattia e dalla solitudine, assordante e senza vie di scampo, perché oltre che poeta era un filosofo e uno scienziato, senza divinità alcuna, cui aggrapparsi. La disperazione di Varujan ha un Dio sempre a fianco. Un Dio che piange, quasi impotente di fronte alla spietata crudeltà, che accarezza l’anima del poeta, che nuota nel silenzio della meditazione, in mezzo alle urla della morte e del dolore. Poeta che diventa Vate, riappropriandosi del suo vero ruolo, che usa lo strumento della Parola, per confortare, esortare, guidare. Ruolo da sempre assurto dai poeti in Armenia, dove la poesia, al contrario dell’Italia, è tenuta in alta considerazione.

La lirica che segue: Il carro dei cadaveri, di cui riporto le prime tre quartine, ha l’andamento sconsolato e crudo di chi ha capito di non avere vie di scampo. Il tono disincantato di chi non ha più la forza neppure per inorridire. Il massacro della carne, inondato da un sole, che nonostante tutto tramonta, la vita va avanti, e inonda d’oro la morte. Con una grandezza unica, spietata e lucida, Varujan ci catapulta nel suo Inferno, ma mentre Dante può aggirare il fiume di sangue, aiutato da un’anima illustre come Virgilio, il nostro poeta è dannato tra i dannati nel dolore ma santificato da una fede struggente, che merita il nostro rispetto e il nostro silenzio.

Il carro dei cadaveri

Verso sera per le strade deserte
passa un carro cigolando.
Un cavallo sauro lo tira, dietro
cammina un soldato ubriaco.

E’ la bara dei massacrati, che va
al cimitero degli Armeni.
Il sole al tramonto distende
sul carro una sindone d’oro.

Il cavallo è magro: trascina a stento
il raccolto dei suoi padroni crudeli.
Con le orecchie pendenti, sembra
riflettere intensamente a quanti

secoli servono per arrivare all’ultimo
fienile dei santi mietuti …

[…]

Daniel Varujan era conosciuto come poeta per aver pubblicato due raccolte poetiche: Il cuore della stirpe e Canti Pagani. Il Canto del Pane segna una svolta spirituale nella poetica del nostro autore, che si riaccosta a Dio, inteso nella sacralità dei gesti comuni, che nei versi scritti durante la prigionia, assumeranno il ruolo scomodo della memoria. Non a caso fu trafugato, al momento dell’omicidio barbaro del poeta, il quaderno delle sue liriche, che furono ritrovate e pubblicate nel 1921, diventando il suo capolavoro in assoluto.

Quanti poeti sono stati risucchiati dalla violenza del trascorso Novecento, quanti ne risucchierà questo confuso Millennio, se della storia e della memoria non faremo tesoro.

Lasciamoci con una manciata di versi presi dall’inizio e dalla fine della poesia I Fienili, pervasa di malinconia ma anche e soprattutto di una sacrale forza, che stuzzica il lettore a guardarsi intorno, a scoprire nell’umiltà di un fienile la grandezza e la perfezione della natura.

I Fienili

Fienile di trifoglio, colmo di odori
di incenso, di hashish;
quando apro la tua porta
i tori dall’ampia fronte
muggiscono, infuriati,
spezzando il collare di cuoio.
Fienile di piselli, colmo di mille fiori
dall’odore di montagna;
[…]
Fienile di paglia, colmo di sole
che guarda sul focolare;
dove distesa sul tuo tenero ammasso
partorisce la gatta,
tu che rendi d’argento il muso dei miei agnelli,

sii benedetto.

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