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Cristina Campo, un’orafa della poesia

Bartolomeo Veneto, Ritratto di giovane donna in veste di Flora, 1512-1520
Bartolomeo Veneto, Ritratto di giovane donna in veste di Flora, 1512-1520

La mia lingua, lo so bene, è armoniosa, troppo, persino. È proprio questo che a me non va.  Io faccio dell’oreficeria, mentre si deve lavorare la pietra.

Così scrisse Cristina Campo a Margherita Dalmati nel 1953, a proposito della sua poesia e mai autocritica fu così azzeccata perché, come scopriremo, la sua poesia, pur nella strenua ricerca della limpidezza e semplicità della parola, risulterà raffinata come un gioiello d’oreficeria e mai grezza come una pietra.

Cristina Campo, al secolo Vittoria Guerrini, nasce a Bologna nel 1922 da Guido Guerrini, un maestro di musica, ed Enrica Putti, una donna di nobili origini. Nel 1928 la famiglia si trasferisce a Firenze, quando  il padre è nominato direttore del Conservatorio.

Vittoria, nata con una grave malformazione cardiaca, non ha una frequenza scolastica regolare, tanto che  alla fine degli anni ’30 decide di continuare gli studi da autodidatta e di ciò dirà in seguito: «…in fondo non mi dispiace aver cominciato dalle radici invece che dalle foglie dell’albero, come accade a tanta gente del nostro mondo (mi pare).»

Durante gli anni del secondo conflitto mondiale Cristina, che si trova a Fiesole, lavora alle traduzioni di autori come Dickinson, Mörike , Hofmannsthal e la Mansfield.

Nel 1944 scrisse la sua prima poesia, nella quale la cultura raffinata della Campo soffia come un vento caldo su una liricità semplice, povera di parole superflue e ridondanti. Sarà una costante della nostra autrice: la ricerca della semplicità della parola.

Moriremo lontani. Sarà molto
se poserò la guancia sul tuo palmo
a Capodanno, se nel mio la traccia
contemplerai di un’altra migrazione.

Dell’anima ben poco
sappiamo.

Cristina Campo.
Cristina Campo.

Di questi versi Cristina Campo ne parlerà nel 1955 in una lettera alla Pieracci, in cui dice:«Moriremo lontani è la mia prima poesia. La scrissi in una notte così stanca… Se ti capita di trovarti nei Musei Vaticani, vedrai nella sala egizia una custodia di vetro con dentro i corpi di due bellissimi giovani. E sopra quella coppia millenaria, che è l’immagine stessa dell’amore, c’è un cartello: “Non erano uniti da alcun vincolo familiare».

Nel 1948 conosce lo studioso e fine germanista Leone Traverso, con il quale si lega sentimentalmente, che contribuirà in maniera decisiva alla sua formazione culturale e a introdurla nell’ambiente letterario fiorentino. Conosce e frequenta i più importanti autori del tempo da Luzi a Turoldo, Orelli, Fasano, Margherita Dalmati e Gabriella Bemporad poetessa e traduttrice, grazie alla quale Cristina conosce e apprezza la poetica e il pensiero di Simone Weil, di cui diventa appassionata traduttrice. Nel 1951 conosce Margherita Pieracci Harwell, da lei soprannominata Mita, alla quale scrisse delle bellissime lettere, che sono ora raccolte in un libro, uscito postumo a cura della stessa Mita.

Sono gli anni della Firenze del dopoguerra, della rinascita dopo il buio, che Cristina ricorderà per tutta la vita con affetto e nostalgia.

E’ rimasta laggiù, calda, la vita,
l’aria colore dei miei occhi, il tempo
che bruciavano in fondo ad ogni vento
mani vive, cercandomi…

Collabora con  Gianfranco Draghi al supplemento culturale del Corriere dell’Adda e del Ticino, conosce e frequenta: Bigongiari, la Merini, De Robertis e la Chiavacci. Con Traverso la storia finirà bruscamente nel 1953, anno in cui lo studioso accetta la cattedra all’Università di Urbino.

Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana
dolce Ottobre, e sui nidi.

Con questi versi inizia Passo d’addio, l’unica raccolta di poesie pubblicata da Cristina Campo nel 1956. Sono versi nei quali si avverte il bilancio di una vita emotivamente intensa, in cui sia l’Io che il Tu sono pallide ombre del passato, dove forte è un senso di smarrimento, di oscuro autunno.

Ora che capovolta è la clessidra,
che l’avvenire, questo caldo sole,
già mi sorge alle spalle, con gli uccelli
ritornerò senza dolore
a Bellosguardo: là posai la gola
su verdi ghigliottine di cancelli
e di un eterno rosa
vibravano le mani, denudate di fiori.

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Dal 1955 è a Roma e nel 1956  inizia la sua collaborazione con la RAI, che durerà fino alla morte. Frequenta gli intellettuali più importanti del Novecento: Ungaretti, Alvaro, Silone e Malaparte. Nel 1958 collabora alle riviste: L’Approdo, Letteratura, Il Mondo, Paragone, il Punto, Stagione. Conosce la Spaziani e il filosofo Elemire Zolla, che diventerà il suo compagno di vita.

La neve era sospesa tra la notte e le strade
come il destino tra la mano e il fiore.

Intensa è la sua attività di traduttrice , nella quale trasfonde la sua personale ricerca sulla parola e sull’efficacia del messaggio poetico. Conosce e traduce  Ezra Pound e insieme con Vittorio Sereni lavora alla traduzione delle prime poesie di William C. Williams. Nel 1962 cura la raccolta di saggi critici Fiaba e Mistero (Edizioni Valletti 1962) dove tratta il tema della fiaba nei suoi aspetti critici, cercando di attribuire messaggi più complessi e articolati a una narrazione di fatto semplice e infantile. Tutti i saggi critici sono raccolti in un libro, uscito postumo nel 1987 dal titolo: Gli Imperdonabili.  Nel 1964 muoiono i suoi genitori tanto amati e la Campo elabora il lutto nella mirabile poesia La Tigre Assenza che poi darà il nome al libro curato da Margherita Pieracci che raccoglie tutte le liriche e le traduzioni poetiche di Cristina:

Ahi che la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi!

[…]

Contrasta la raffinatezza dei suoi versi con il carattere ardimentoso di Vittoria, che promuove e organizza manifestazioni per il riconoscimento dei diritti dei popoli oppressi, così come in seguito farà per il riconoscimento della liturgia ortodossa. L’incontro con il divino, sempre presente nella sua poetica, sarà preponderante nei versi del Diario Bizantino, uscito postumo.

Due mondi – e io vengo dall’altro

Una specie di canzone in cui le stanze, di quattordici versi l’una, sono separate da questo verso come ritornello. Diario Bizantino e gli altri componimenti di questo periodo sono paragonabili alle preghiere, dove l’accettazione del dolore e della malattia, che perseguita la nostra amata, non ha mai toni spenti di rassegnazione ma lasciano la libertà alla parola di essere interpretata e rivissuta dal lettore anche più lontano come me da certa spiritualità religiosa.

La soglia è qui, non è tra mondo e mondo

Fra il 1972 e il 1975 finisce e pubblica Il Flauto e il Tappeto, una rilettura tutta spirituale delle più famose favole, molte delle quali tradotte dalla Campo. Umile e schiva al punto da scrivere di sé in una lettera a Mita:

Ha scritto poco e avrebbe voluto scriver meno.

Si spegne a Roma nella notte tra il 10 e l’11 gennaio 1977.

Ho un diploma magistrale e lavoro come impiegata nella scuola pubblica da oltre vent’anni. Sono sposata con due figli, di cui uno disabile psichico. Sono impegnata per i diritti delle persone disabili, delle donne e sindacali. Scrivo per diletto ed ho al mio attivo due libri e numerosi premi di poesia e narrativa.