Fantasy
Favoloso

Draghi in fila alle poste: concretizzare il fantasy

Domanda a bruciapelo: quanti di voi sono cresciuti a pane, Nutella e romanzi del Mondo Emerso di Licia Troisi? Sappiate che, a prescindere dalla distanza fisica, dalle barriere geografiche e dal pedaggio dell’autostrada, sarò in grado di percepire correttamente le risposte dei puri di cuore; come se a recarmele fosse stato un alito di vento primaverile che fa stormire i rami in fiore d’un ciliegio “Momento Intersezioni: tenue suono di contestualizzazione orientale in sottofondo”.

Il buon vecchio Mondo Emerso… Quanti ricordi. La prima trilogia di questa ormai longeva serie ha segnato gli anni della mia infanzia. I libri descrivevano un mondo vivo e pulsante, meno stereotipato di tanti altri ed esplorato con gli occhi allora (e tuttora) enigmatici e “diversi” di un personaggio femminile[1]

Non si trattava solo di un fantasy fatto come si deve: era un fantasy italiano fatto come si deve. Nessuna traduzione da lingue straniere e misteriose, solo il testo così come l’autrice romana aveva voluto metterlo su carta[2].

Il mio bagaglio “culturale” era arrivato a includere le prime due saghe, con una marcata preferenza per la prima; l’uscita della terza serie mi aveva visto già più grandicello e quindi interessato ad altro.

I tomi del Mondo Emerso non erano l’unica epopea fantasy che dilettasse le mie ore giovanili, certo; tuttavia, essi rivestivano un ruolo di spicco in un panorama abitato da rettili sputafuoco di stazza inusuale e individui bassi e villosi muniti di asce. Anche dopo essermi lasciato il “periodo fantasy” alle spalle per virare verso letteratura più “matura”, il mio ricordo delle letture infantili era rimasto totalmente positivo.

Questo, perlomeno, fino a esperienze più recenti. Primo e cruento impatto con la realtà delle cose fu quello vissuto all’ultimo anno di liceo durante la lettura di Inheritance, ultimo libro del cosiddetto “Ciclo dell’Eredità” nato dalla mente dello statunitense Christopher Paolini. Sfogliata ormai maggiorenne e a tre anni di distanza dal volume precedente, infatti, l’opera non riuscì a non procurarmi qualche sbadiglio. Le formule che mi avevano intrattenuto per i lunghi anni dell’infanzia, il susseguirsi ininterrotto di tenzoni a dorso di drago, concitate battaglie all’arma bianca e tradimenti tutto sommato prevedibili, non esercitavano più l’influenza di una volta su un bambinone un po’ più cresciuto e ormai dotato di un filo di senso critico[3].

Licia Troisi
La grande Licia Troisi, luce dei miei occhi infantili, mentre si appresta a fare da giudice a X Factor. … Ah, no?

A risultare veramente distruttiva[4], tuttavia, fu un’esperienza del secondo anno d’università. Fu allora, durante un colloquio con un amico, che mi trovai a rimembrare con piacere i tempi del Mondo Emerso. E fu allora, con mio inizialmente superficiale dispiacere, che l’amico rispose con un dissacrante “ma erano scritti malissimo!”.

I miei amati per quanto ingenui ricordi sembravano dirmi altrimenti. Non volli e ancora non ho voluto contrariare o assecondare il parere del collega filologo riprendendo in mano i libri. Non è da escludere che non lo faccia, troppo attaccato ai buoni ricordi per volermene separare con un’occhiata fredda e ormai asetticamente “letteraria”.

Questo scomodo momento, tuttavia, si rivelò fondamentale. Fu proprio allora che compresi come il problema della mediocrità letteraria di tante saghe fantasy vada ad aggiungersi a quello che è il grande difetto del genere: la ripetitività, l’asfissia di un universo fittizio all’interno del quale pare impossibile respirare aria nuova

Cosa fare al riguardo?

Non pretendo di avere le soluzioni per quella che, forse solo nella mia percezione delle cose, è la crisi intrinseca a un genere. Posso, tuttavia, proporre esempi meravigliosamente riusciti (sempre a mio parere) di innovazione del fantasy; che si tratti di sottili modifiche interne o vere e proprie implosioni centrifughe. Le innovazioni qui menzionate, converrà notarlo subito, provengono tutte da campi esterni a quello strettamente letterario. Fatto casuale o indizio eloquente?

Mah.

Cominciamo.

L’elfo Iorveth, accanito sostenitore dei diritti dei non-umani e di quest’articolo. Il personaggio risulta essere un ottimo ribaltamento dei classici topoi fantasy in chiave decisamente più realistica. La realizzazione di tale impresa passa attraverso pochi, semplici passi: 1) Prendete il classico bellimbusto elfico, etereo e slanciato come i modelli di Abercrombie che piacciono alle ragazzine (e alle ragazzone). 2) Deturpategli irrimediabilmente un lato della faccia e fategli indossare una ganzissima benda da pirata (aaaar). 3) Vestitelo con un’armatura improvvisata razziata qua e là dalle sue vittime. 4) Fatene un terrorista anti-umano, un guerrigliero scaltro e spietato che, nel profondo, continua a essere mosso dalla parvenza di un ideale più alto.Et voilà! Avete appena creato uno dei personaggi fantasy più interessanti dell’ultima generazione.

Chiunque abbia un po’ di familiarità col genere sarà certamente incappato nel concetto di predestinazione: la quasi totalità degli eroi fantasy, dediti a missioni irrealizzabili di ogni tipo (senza comunque che nelle avventure sussista un’effettiva varietà), è letteralmente impossibilitata a fallire perché discendente da qualcuno, raccomandata da qualcunorea di aver corrotto qualcun altro  o menzionata in qualche fantomatica profezia. Un catalogo di sfigati cronici che regolarmente si trova a tenere in pugno le sorti del mondo perché lo Zarathustra di turno ha così stabilito secoli e secoli prima.

Immaginate dunque la mia sorpresa e il mio piacere nel trovare questo ormai stantio stereotipo rovesciatototalmente in Kingdoms of Amalur: Reckoning, videogame del 2012 prodotto da Electronic Arts e nato dagli sforzi di uno straordinario dream team composto da designer, compositori e autori fantasy di spicco[6]. In un mondo dominato dall’ineluttabilità delle profezie e dall’infallibilità dei soggetti che si muovono sotto la loro egida, Amalur compie una geniale variazione sul tema, fa esattamente il contrario: al suo interno tutti quanti sono sottomessi a un Fato ineluttabile, incanalati verso destini collettivi e individuali ai quali è impossibile opporsi. Tutti tranne il protagonista, esterno alla cosiddetta “trama” (“tapestry“) del Fato e in quanto tale capace di cambiarla a sua piacimento.

Un rovesciamento arguto, ponderato, geniale, che sposa perfettamente quelle che sono le meccaniche di gameplay.

Questa scelta, poi, non è che una tra le tante mirabolanti trovate che separano Amalur da una marea di prodotti sterili e convenzionali. Quella che superficialmente potrebbe apparire una caratterizzazione banale, dominio di design cartooneschi, colori brillanti e armi troppo grosse perché un essere umano possa impugnarle, cela in realtà un sistema di lore e delle sovrastrutture astratte degne di una trattazione critica approfondita ed esauriente.

Chissà che non arrivi…

Veniamo ai prossimi testimoni, che ritengo sia lecito esaminare insieme: parliamo della serie Il trono di spade[7], nata dalla penna dello statunitense George R. R. Martin e poi trasformatasi in un fenomeno televisivo grazie alla HBO, e di The Witcher, raccolta di brevi novelle del polacco Andrzej Sapkowski resa famosa dalle sue ricchissime trasposizioni videoludiche (o per meglio dire, espansioni) curate dalla casa CD Projekt RED.

Game of Thrones
Game of Thrones

Gli universi delineati dai due scrittori e approfonditi dalla trasposizioni mediali sono crudi, realistici, disillusi. Al loro interno si delineano con cura strutture sociali credibili e in quanto tali deludenti, si sottomette la forza distruttiva e primitiva dei grandi rettili sputafuoco a giochi di potere e intrighi di corte che raramente si risolvono in bene. L’idealismo e l’ingenuità che sono motore delle azioni dei classici protagonisti lasciano il posto a “valori” (se le virgolette non vi vanno a genio, disvalori risulterà un termine più corretto) a noi decisamente familiari: potere, denaro, sesso. La distanza tra i dententori d’autorità fittizi e quelli reali coi quali ci troviamo a confrontarci giornalmente si riduce o addirittura si azzera totalmente; l’innocenza ideale dei subordinati si dimostra acida sottomissione pronta in qualunque momento a esplodere contro l’altro, contro chi è sito più in basso nella catena alimentare.

Che il palcoscenico sia il continente di Westeros diviso tra una miriade di Case affamate di potere o l’agglomerato disorganico dei regni del Nord, temibile solo se non lo si paragona al vorace impero meridionale di Nilfgaard, l’universo delle due opere risulta scevro di qualunque idealizzazione rassicurante, abitato da personaggi le cui brame e la cui perversa e spesso malata psicologia sono garanzia di una tridimensionalità concreta e dolorosa.

Le considerazioni fatte sul Trono di Spade e sulla serie di The Witcher portano a un’ulteriore conclusione. Duole dirlo, ma è necessario: l’unico modo di adattare il fantasy ai desideri di un pubblico più critico è quello di uscire dal fantasy. Perché questa tipologia possa guadagnare maggiore consenso tra i grandicelli, è necessario che essa vada a sporcarsi le mani in quella realtà che, per sua intrinseca natura e a partire dal suo stesso nome, tende a rifuggire. Il genere che nasce come evasione dalla contemporaneità malata e perversa, per risultare veramente accattivante anche a coloro che non vi trovano più una valvola di sfogo ai sogni infantili, deve inevitabilmente ricordarci come l’uomo fittizio rimanga sempre e tristemente fedele alla sua controparte reale.

Che conduca un drago oppure una decappottabile.

Concludo l’articolo odierno con qualcosa di totalmente irrelato (come del resto è mia consuetudine fare). Sfrutterò queste ultime righe per dare una risposta a Cesare Atticus (?), solitario commentatore via Facebook del mio ultimo articolo.

Caro Cesare (??), vorrai scusare il mio ritardo, ma la mancanza di Facebook mi ha impedito di risponderti direttamente e per tempo.

I riferimenti onomastici elencati nell’articolo sono presi direttamente dalle parole degli autori, a loro volta contenute nell’intervista che conclude il volume: allo Jena/Snake di Kurt Russel i Carofiglio hanno voluto far riferimento direttamente. Tuttavia, considerata l’ambientazione, non dubito l’influenza del film di Abatantuono si sia fatta sentire.

Cordiali saluti e complimenti per il nome,

Davide Comensis

No, eh?

Ok, Davide e basta.

Eclettico nella mia conoscenza del nulla, narcisista nella misura in cui il mio ego non incontra quello degli altri, più sensibile agli attacchi emotivi di opere fittizie che a quelli del libro/film/ videogioco chiamato “vita” (aspetto alquanto allarmante). Tento di approcciarmi al mondo nella maniera più amichevole possibile, ma se di dovere (e, talvolta, a sproposito) non mi faccio scrupoli ad attaccarlo con eguale ferocia. Salvo poi, magari, sentirmi dispiaciuto al riguardo. Non aspettatevi che lo confessi, comunque. Jack of… some trades, master of none… in particular.