L’assalto al cielo: la Comune di Parigi

Perché la fabbrica è la forza collettiva. La forza collettiva è l’idea socialista, è lo sciopero, è assai più che la Rivoluzione di un giorno: è la Rivoluzione in permanenza.

P.-O. Lissagaray

Negli ultimi capitoli di Guerra e pace, Tolstoj sostiene che in guerra non è determinante la capacità militare dei comandanti, ma il caso.

Diciamolo meglio, a essere determinante in guerra è l’intrecciarsi, l’accavallarsi, il fondersi di una mole di eventi fortuiti – individuali prima ancora che collettivi – tale da rendere l’esito delle battaglie imponderabile.

Noi non possiamo che rigettare le ragioni che muovono Tolstoj a tali conclusioni. La Provvidenza, il libero arbitrio (almeno come lo intende lui, ossia in senso eminentemente cristiano) sono concetti a noi del tutto estranei.

E tuttavia Tolstoj coglie nel segno. Come Tasso prima di lui, egli capisce che il «caso» e la «sorte» decidono l’esito della battaglia ben più di tutti i piani meglio elaborati.

Mirò, quasi in teatro od in agone,
l’aspra tragedia de lo strato umano:
i vari assalti e’l fero orror di morte,

e i gran giochi del caso e della sorte[1]

La porta di una città assediata lasciata sguarnita, l’incredulità di un comandante di fronte al rapporto della vedetta, una pioggia più insistente che impedisce di manovrare l’artiglieria… Questi e mille altri elementi contribuiscono all’esito di una battaglia, di una guerra.

Ecco, la Comune di Parigi ne è forse l’esempio più lampante. Il caso, non la capacità di McMahon o di qualche altro generale, fornì l’occasione per soffocare nel sangue la prima rivoluzione socialista della storia.

È la sera del 21 maggio 1871 quando al “bastione 64” di Parigi un uomo in vestiti borghesi appare agitando un fazzoletto bianco. Al di fuori delle mura le truppe dell’esercito versagliese. All’interno la Comune di Parigi.

Sono ormai due mesi da che è scoppiata l’insurrezione: il Quarto Stato di Parigi ha cacciato il governo repubblicano di Thiers[2], che aveva contrattato un’indegna pace con la Prussia vincitrice. Al governo dei latifondisti (monarchici di vocazione, repubblicani per l’occasione), della grande borghesia industriale, dei finanzieri, il proletariato parigino contrappone l’autogoverno.

Tutte le cariche pubbliche diventano elettive e revocabili dagli elettori. Lo stipendio massimo per un ufficiale pubblico è stabilito uguale allo stipendio di un operaio qualificato (6000 franchi annui). Il lavoro notturno dei fornai viene abolito. Stato e Chiesa vengono separati e la religione dichiarata un fatto privato. L’esercito è dichiarato sciolto e sostituito dalla Guardia Nazionale (ossia dal popolo in armi). Le fabbriche chiuse e abbandonate sono requisite e la produzione è avviata dagli stessi lavoratori. La compravendita di oggetti al Monte dei Pegni viene sospesa, così come il pagamento dei debiti. Le multe e le trattenute sui salari vengono abolite.

Nel complesso si assiste al primo tentativo nella storia, da parte delle classi subalterne, di costruire una società a misura dei bisogni e delle esigenze delle classi subalterne. Una società più egualitaria, più giusta, in cui «ognuno [dia] secondo le sue capacità; a ognuno [sia dato] secondo i suoi bisogni».

In una parola una società socialista, in un’epoca nella quale il termine “socialismo” non era stato macchiato dagli orrori del “socialismo reale”: una società oppressiva in cui una casta di burocrati privilegiati hanno mantenuto il potere in nome del socialismo, macchiandosi di crimini indicibili. Esattamente il contrario insomma di ciò che il socialismo è e dovrebbe essere.

Ma torniamo a noi. In effetti, nei due mesi che seguirono l’insurrezione, nei due mesi di vita della Comune, le condizioni di vita dei lavoratori migliorano, tanto che i furti e le rapine quasi scompaiono a Parigi. Questo nonostante l’assedio delle truppe prussiane, che certo non hanno simpatia per il socialismo[3].

Certo, non è tutto oro quel che luccica. Opportunisti che saltano sul carro della rivoluzione ce ne sono (saranno le giornate di maggio che li smaschereranno), la disorganizzazione – specie militare – è grande, in un primo momento non si trovano tecnici per far andare l’illuminazione pubblica, le fognature, l’approvvigionamento (molti erano scappati a Versailles insieme al governo di Thiers)… Ma tutti i tentativi e soprattutto quelli più grandiosi hanno bisogno di tempo. E la Comune non ne ha avuto.

Nel frattempo il governo repubblicano ritirato a Versailles contratta con i prussiani la restituzione dell’esercito catturato in guerra. Thiers, nel corso degli ultimi due mesi, aveva provato a radunare soldati freschi da tutte le province. Nessuno però si era presentato. E così, nonostante la professione di fede patriottica, il capo del governo deve chiedere al Paese vincitore se può liberare i soldati prigionieri. Soldati che manderà a reprimere i lavoratori parigini.

Bismarck prima nicchia, poi concede, in cambio avanza pretese: la pace, per la Francia, sarà più onerosa.

E così l’esercito di Thiers è formato. Sono circa 100.000 uomini e 700 pezzi d’artiglieria. La Comune può opporre, secondo le memorie di un testimone comunardo Prosper-Olivier Lissagaray, circa un decimo degli uomini[4]. Disorganizzati, inesperti, poco disciplinati, non avvezzi alla guerra, i soldati comunardi sono lavoratori che prendono le armi per difendere i diritti sociali che hanno conquistato.

Ma dicevamo la notte del 21 maggio. Un uomo sventola dal bastione un fazzoletto bianco e fa segno all’esercito dei versagliesi di avanzare, che nessuno protegge quell’ingresso. Se la sua voce fosse stata coperta dal crepitio dell’artiglieria, se quell’uomo fosse stato scambiato per un nemico e fosse stato ucciso, se non fosse stato creduto, se fosse successa una sola di queste cose l’esercito non sarebbe entrato a Parigi.

Così non è stato. L’esercito entra in massa e si riversa per le vie. La Guardia Nazionale è presa alla sprovvista, tenta di organizzarsi, ci riesce solo in parte. La battaglia infuria. Si combatte in ogni via, casa per casa. Per otto giorni i comunardi tentano una disperata difesa. Cadono sulle barricate. Quelli che sono catturati vengono fucilati seduta stante. I più fortunati (o sfortunati) sono tradotti a Versailles in attesa di essere mandati al confino nella Guiana o nei bagni penali.

La repressione è un massacro. Non si hanno i numeri precisi, poiché la maggior parte venne uccisa senza processo, ma si calcola che dal 21 maggio al 7 giugno furono massacrati all’arma bianca, dai plotoni di esecuzione o dalla mitraglia più di 20.000 persone. 40.000 sono invece i prigionieri.

Oggi, dopo i massacri immani del Novecento, sembrano numeri piccoli. Cosa sono in confronto con gli stermini di massa perpetrati durante la Prima o la Seconda Guerra Mondiale? Ma all’epoca lo shock fu tale da scandalizzare persino gli inviati del Times londinese.

Le memorie di Lissagaray sono colme delle descrizioni delle atrocità compiute dall’esercito versagliese sia durante la battaglia sia dopo. Ne riportiamo due esempi per rendere l’idea, benché la scelta sia stata davvero ardua.

[I prigionieri comunardi] Erano stati gettati là, all’aria aperta, col capo scoperto; dormivano nel fango, non avevano altro nutrimento che un po’ di gallette avariate e l’acqua infetta attinta da uno stagno nel quale i guardiani non si peritavano di fare i loro bisogni. Le prime notti furono molto fredde e piovve molto. In quella di venerdì 26 [maggio] ne morirono diciassette.

[…]

Nella notte dal 25 al 26 vi fu una specie di rivolta, o, almeno i guardiani affermarono che fu tale. Trecento prigionieri furono passati per le armi. Condotti sull’orlo di una fossa riempita di paglia essi vi furono buttati dentro a colpi di fucile, poi si inondò il tutto di petrolio e vi si appiccò il fuoco. Molti non erano morti. Si udivano urla spaventose.

Ben presto il campo [di concentramento dei prigionieri], benché immenso, fu pieno e si dovettero evacuare le vittime. Dal 26 esse furono dirette verso i porti di mare. Le si chiudeva nei vagoni per il bestiame muniti di solidi catenacci e privi di aperture, salvo qualche buco per l’aria; esse vi restavano spesso fino a trentadue ore. Fra gli altri vagoni se ne intercalava uno composto di vigili muniti di chassepots [fucile francese del 1866] e di revolvers. Alla Ferte-Bernard, il treno aveva passato la stazione di 200 metri, quando partirono delle grida da parecchi vagoni; i prigionieri soffocavano. Il capo della scorta fece fermare il convoglio, gli agenti discesero e scaricarono i loro revolvers attraverso i buchi per l’aria. Si fece silenzio… e le bare rotanti partirono a tutto vapore[5].

Esecuzioni di massa, vagoni bestiame per i prigionieri, crudeltà che si potrebbero definire inumane se non fosse che in realtà solo gli esseri umani si macchiano di queste nefandezze. I nazisti insomma non hanno inventato nulla, hanno solo perfezionato la tecnica.

Sono passati centoquarantotto anni da quei giorni. In conclusione viene spontaneo chiedersi cosa rimane della Comune. Useremo le parole di un cantautore nostrano, Giorgio Gaber: rimane lo slancio, il desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita. Rimane la testimonianza di chi ha sognato un mondo migliore.

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