Fregio palaziale achemenide Persepoli
Intersezioni

Citati e la Persia millenaria

Le librerie dell’usato sono sempre una fonte di ispirazione: ci entri e ti trovi davanti varie pile di carta più o meno gialla, più o meno disordinata, e inizi a cercare fino a quando un libro ti chiama. Non era molto usato il libro che mi ha chiamato l’ultima volta, un librino recente che porta la firma di Pietro Citati: La primavera di Cosroe[1]. Ammetto che ad attirarmi fu la miniatura persiana in copertina più che il titolo.

Degli imperatori sasanidi (quale è il suddetto Cosroe) mi ero sempre occupato poco. A torto, devo dire. Si tratta di un mondo sconosciuto, scomparso, eppure estremamente affascinante: la Persia. Come un moderno Erodoto, Citati è capace trarre storie dalla Storia, di raccontarle con il suo stile né saggistico né romanzesco, ma solo e semplicemente narrativo. E così in poco più di 140 pagine ci ri-crea davanti agli occhi più di mille e cinquecento anni di quello che oggi chiamiamo Iran, ma che per millenni è stato la Persia fantastica, mitica, la Persia dei racconti delle Mille e una notte e dei tappeti ricamati come giardini di maggio.

Ma come parte questa storia?

Che domande, dall’inizio. Quando Roma non era ancora fondata, e neppure Omero era ancora nato.

Miniatura dal libro dei Sette Troni
Miniatura persiana dal “Haft Awrang” (“Sette troni, un classico della letteratura persiana) commissionato dal principe Savafide Ibrahim Mirza, 1560, (Freer Gallery of Art, Washington, DC)

Siamo nel mille avanti cristo, l’epoca in cui sulle coste anatoliche si combatteva (a quanto si dice) la famosa Guerra di Troia, e sull’immenso Egitto regnava Psusenne, che fece costruire le leggendarie Luxor e Karnak. È in questo periodo che dal nord, dalla Siberia, calarono i Persiani. Come è noto, da popolo minuscolo, assoggettarono via via le più grandi città, sottomisero l’antica Ninive, la potentissima Babilonia terra di genti e scienziati e costruirono la grande città di tutti i tempi: Persepoli.

E, molti secoli dopo, anche l’Egitto, l’Egitto antichissimo pure ai loro occhi, cadde sotto la forza dell’esercito persiano. Solo un piccolo paese non si arrendeva, e mise in scacco prima il grande Dario, e poi Serse: la Grecia. Ma Citati non si sofferma: questa storia è nota, la canta Eschilo celebrando la grande vittoria di questi greci «a nessuno sottomessi[2]», ricchi solo di una sorgiva d’argento e delle loro povere armi. Sono le preghiere ad Ahura Mazda che non si spengono mai, come il fuoco incostante e mai tranquillo, le glorie dei grandi imperatori, di questi Dei in terra il centro del piccolo libro che ho tra le mani: è lì che si cela tutta la fragilità (e la poesia, in un certo senso) di un mondo che viene da lontano, dalle fredde steppe, e non ha alcun desiderio di ritorno.

E fragile è davvero: cade sotto Alessandro Magno, si frantuma durante l’epoca degli stati macedoni frastagliati e irrequieti. Raccontando e raccontando, Citati risale il corso della Storia, attraversa il regno dei Parti, che sconfissero il ricco Crasso, governando dall’Eufrate all’India, fino a quando un piccolo vassallo, Ardashir (? – 241), si ribellò e prese il potere. Da allora nacque una nuova dinastia, la dinastia Sasanide, che riportò alla luce il culto mazdaico e la lotta contro i romani. Di questo sovrano forte quanto volubile, nato sotto la dea Fortuna e destinato al successo (e infatti i cantastorie locali si inventarono parentele proprio con gli antichi Serse e Dario) ci parla un antico romanzo pahlavi[3], probabilmente del V secolo, che stupisce per la capacità di delineare un personaggio a tutto tondo, violento, sensibile, fragile e potente come il suo impero.

I suoi successori sono quelli che Citati chiama «i re nascosti». Shapur, che vinse ben tre imperatori romani. Bahram II, Narse, Hormizd II, Yazdijird I. Nessun Tacito, nessun Sallustio si è mai occupato di loro. Dobbiamo rifarci alle invenzioni dei cantastorie, alle storie delle storie, e ancora molti sembrano essere solo nomi, anche se forse possiamo farci un’idea di uno di questi, il Cosroe che dà il nome al librino. E la sua primavera.

Il re sasanide Ardashir e la schiava Gulnar, miniatura in un manoscritto dello Shahnameh, 1527-28
Il re sasanide Ardashir e la schiava Gulnar, miniatura in un manoscritto dello Shahnameh, 1527-28

Che sarà la primavera di Cosroe?

Non vorrei farne una Rosebud[4], ma preferirei non rivelare l’aneddoto.

Descritto dai tardi poeti persiani come ardente e giovane, il nostro Cosroe poteva essere una versione roaring dei nostri (si fa per dire) dandy di fine ottocento, dai gusti estrosi, le idee brillanti e irrealizzabili. Ancora di più, era un vero e proprio edonista, in un vitalismo incredibile e sfarzoso.

E, come se non bastasse, era anche un grande imperatore, che invase l’impero bizantino, fino nel cuore della Cappadocia; invase la Siria, e i suoi eserciti arrivarono a Gerusalemme, e questo fece grande scandalo.  Come un novello Annibale, seppe far paura a Costantinopoli, ma non abbastanza: presso Isso venne sconfitto. Una beffa che venne rappresentata anche da Piero della Francesca. La guerra proseguì diversi anni a vicende alterne, ma Cosroe dirigeva la guerra da lontano, e  doveva temere nessuno, tranne suo figlio, Kavadh, che lo spodestò. Da allora l’oscurità cadde su questi re amanti del lusso, e li nascose. Un analfabeta arabo di lì a poco avrebbe cambiato il mondo. E qui si profila la Persia medievale, con i suoi cantori e i suoi santi, i suoi assassini e anche un uomo, un certo Al-Hallaj, che venne chiamato il Cristo dell’Islam. E questo è tutto un altro capitolo.

27 anni, abita a Milano. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e gli effetti si vedono ancora. Si è rassegnato a includere l'arte tra le discipline umanistiche e non nel rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.