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Christine Lavant, la ricerca della porzione di luce per una donna

Questi giorni non diventeranno vita.
Forse già nel ventre di mia madre il mio destino
s’è coraggiosamente separato da me
e se n’è andato – audace come io non sono mai stata –
sulla stella abbandonata da Dio
ed è rimasto là, s’è messo a dormire
e forse sogna ciò che mi deve accadere
con le tempie luccicanti.
Maliziosa mi lascio portare dal vento
vicino al focolare della realtà
mi lascio abbrustolire, mi lascio sbucciare
e da coloro che sono amaramente delusi
mi lascio risputare nel fuoco
o nell’acqua salata.
Là spesso rifletto e mi chiedo, se Dio sappia di me
se ci siano spiriti custodi anche per quelli come me
e se il sacro nucleo dell’anima
ce l’abbiano davvero solo i sani
che rompono le noci con i denti
e prendono il destino degli altri per il loro.
Nel fuoco e nell’acqua nessuno è lucido –
Perdonatemi Dio Padre, Figlio e Spirito Santo!
Voi siete una trinità e io sono così sola
e nessuno lassù risveglia il mio destino.

(Questi giorni non diventeranno vita)

Si consegna così al lettore, Christine Lavant (pseudonimo di Christine Habernig), nata il 4 luglio 1915 a Groß Edling presso St. Stefan nella valle Lavant (Carinzia), con la sua poesia che è una testimonianza viva e vibrante dei pensieri di una donna umile, sufficientemente sfortunata, nella quale neppure il trascendente è un aiuto, un sostegno.

La Trinità, cui la nostra poetessa chiede perdono, è composta di tre figure maschili, davanti alle quali una donna è sola e piccola, schiacciata da un peccato originale, racchiuso nella sua femminilità e nella sua bellezza.

La stessa donna che nel corso dei secoli ha imparato a rivendicare la porzione di mela, che le spetta, senza ancora averla potuta addentare.

[…]

Non portarmi il grano! Non ti ho reso acciaio
per saziarmi o addormentarmi
a me spetta la metà di quella mela
che matura tra i rami dell’albero del serpente.

Christine è l’ultima di nove figli di una famiglia poverissima, il padre minatore e la madre casalinga. Le condizioni di vita e lo scarso nutrimento minano il fisico già gracile della poetessa, che si ammala di polmonite e altre infezioni, avrà per tutta la vita problemi di udito e di vista.

Appassionata lettrice, nonostante non avesse frequentato per poco tempo la scuola, si cimenta ben presto nello scrivere prosa e poesia.

Dovendo stare in casa per motivi di salute, si dedica al disegno e si specializza nella maglia e nel taglio e cucito, con cui si guadagna da vivere.

Di lei scriverà in una lettera del 1956 a Martin Buber: “Sono poetessa – non sempre, in realtà sempre più di rado, nella vita di tutti i giorni faccio la maglierista.”

Mentre io, turbata, scrivo,
nel disco della luna piena brilla
la parola che osservo
da quando la colomba mi ha deriso
perché dallo specchio dell’acqua
senza nome, senza sigillo,
entravo nell’arido.
Non fosse cresciuta
la semina dell’osservazione
dovrei uccidere luna e colomba
che sempre m’ingannano
e fanno il nido sul mio albero del sonno
che per questo rinsecchisce.
[…]

Nel 1931 Christine si cimenta, nonostante la forte depressione, nella stesura del suo primo libro di narrativa, che distrugge subito dopo essere stato rifiutato dall’editore, con il proposito di non scrivere più nulla.

Nel 1935, provata dal forte stato depressivo, tenta il suicidio e chiede di essere ricoverata all’ospedale psichiatrico di Klagenfurt. Di questa esperienza uscirà postumo il libro: Appunti da un manicomio.

La poesia di Christine Lavant solca il dolore come un aratro con la terra, come una zattera, fatta di parole, che naviga lentamente su un fiume giallognolo, sul quale si affacciano salici frondosi, dove sibila il vento della consapevolezza, della rabbia, dell’amore. Molte liriche non hanno un titolo, sembrano far parte di un grande dialogo tra l’autrice e … Dio, noi, voi, nessuno.

[…]

Imparerò a volare e a nuotare
e lascerò tutto ciò che è pietra sotto la pietra
lascerò la malinconia coricata nella madreperla,
ma solleverò in alto la rabbia e la miseria.
Le mie ali sono più antiche della tua pazienza,
le mie ali sono volate oltre il coraggio,
che s’era fatto carico dell’errare.
Voglio condividere il pane con i pazzi
là, nella spaventosa selva del colombo
dove la capanna divide in tre parti il grande terrore
trasformandolo nel suono tripartito del tuo nome.

(Voglio condividere il pane con i pazzi)

Il 1937 è un anno di grandi cambiamenti per la nostra Christine, perché muoiono i suoi genitori e incontra l’uomo della sua vita Josef Habering, un pittore di 34 anni più anziano di lei con cui si sposa.

Riprende a scrivere nel 1945 e nel 1948 pubblica una piccola raccolta di poesie dal titolo La notte nel giorno, che però va perduta. Sollecitata dal suo editore, si cimenta nella prosa. Nascono i racconti: La Bambina e l’anno dopo La Piccola Brocca.

È del 1956 la raccolta di poesie La ciotola del mendicante, che prende il titolo da una poesia davvero bella, profondissima ma semplice, le cui parole quasi disadorne arrivano dirette al cuore e all’intelletto.

La ciotola del mendicante

Tendi l’orecchio, è la ciotola vuota del mendico,
per metà ancora di fango, ma già mezza di pietra
e a te ogni volta tamburella
canti di fame tra pane e vino.
Non distogliere lo sguardo e non fare il sordo!
Da tempo le tue dita sussultano vogliose,
senza controllo ti danza nelle froge
superbia da mendico e furto disdegnato.
Continua solo a spezzare il pane lodato!
Da cima a fondo è già inacidito
dal sale che mi fa sfregare gli occhi
e minaccia di riempire la mia ciotola.
Quando il tamburo all’improvviso il suono smorza
nessun pasto più sulla terra gusto avrà
e il tuo cuore per moto proprio si arrotonderà
nella mano che al mendicare ti forza.

Tutti siamo chiamati ad arrotondare la mano, perché tutti siamo mendicanti d’amore, di un sorriso, di una mano tesa. “Non distogliere lo sguardo e non fare il sordo! è un’esortazione che ci arriva diretta allo stomaco, al di là dei riferimenti puramente religiosi, contro l’indifferenza e la superbia.

Che notte senza testa!
Non un cane che abbaiando cacci la luna turgida,
davanti alla finestra aperta il vento si volta
e torna da dove è venuto.
Odore d’immondizia sta in tutte le cose
e ottiene dignità e si erge
in una minuscola Babele di polvere
in cui le stelle delle mie pupille assetate
intravedono il flagello di Dio.
[…]


La magia della poesia vera è racchiusa nella sua capacità di farsi profetica di tutti i tempi, in cui si ha l’onore di leggerla. Quel vento che torna indietro, che sembra rifiutare la nostra desolazione davanti all’immondizia, residuo fisso di un’umanità che gioca con la sua distruzione, attaccata alla polvere di “una minuscola Babele“, è un concetto sempre attuale, purtroppo.

La voce argentina e caparbia di Christine Levant cresce e si fa robusta, ma non perde mai la spontaneità del linguaggio sincero di una donna del popolo.

Nel 1959 pubblica la raccolta di poesie: Un fuso nella luna e nel 1960 una raccolta di poesie e racconti: Getta via l’argilla; nel 1962 esce: Il grido del pavone.

Tutto si umanizza nei suoi versi e diventa motivo di dialogo, di riflessione interiore, che ci vede spettatori e protagonisti a fianco della nostra poetessa.

Dov’è finita la mia desolazione?
Sono stata con lei molto severa
e l’ho quasi completamente trasformata
nel momento dell’addio era straniera e muta.
I suoi capelli salivano erti e tutti grigi
nella direzione da me voluta
e andandosene ancora masticava
la pietra che mi rotolava via dal cuore.
[…]
Ma a chi piace mangiare da solo?
Se soltanto tornasse da me la mia desolazione
e mi togliesse la rabbia dalla bocca

allora sì che anch’io sarei davvero sazia!

È quella desolazione brumosa che Bernhard[1] dice abbiano tutti gli autori nati in terra di Carinzia, o come ha scritto nella prefazione alla raccolta della Levant: : « […].La Carinzia che rende malinconici, privi di spirito, lontani dal mondo ed estranei a esso, è stata fatale per le due sorelle nella poesia, Bachmann[2] e Lavant […].»

Nel 1966 muore il marito e per un paio di anni ritorna nel suo paese natale, dove pubblica nel 1967 un’altra raccolta di poesie: La metà del cuore. Nel 1969 rientra a St. Stefan e dà alle stampe una raccolta di racconti dal titolo: Nell. Sono le ultime pubblicazioni perché il 7 giugno del 1973 muore per un colpo apoplettico.

Dimentica il tuo ciarpame, creatore!
O sarai creatore
di ciò che è cadavere e lo rimane
e si unisce alla terra
ben più volentieri che al cielo.

[…]

Ricorre spesso la figura di Dio nella poesia della Lavant, che del resto era cresciuta in un rigidissimo ambiente cristiano, nel quale non era mai riuscita a identificarsi.

Thomas Bernhard, cui dobbiamo la divulgazione delle sue migliori poesie, 81 per la precisione, in una raccolta uscita nel 1987 e tradotta in Italia da Anna Ruchat, pubblicate nella collana Le Meteore dalla casa editrice Effige, di lei diceva che la sua vita era stata: «distrutta e tradita dalla propria fede cristiano-cattolica».

Dov’è la mia porzione di luce, Signore?
Anch’io voglio arrivare a casa!
Il mio bastone per ciechi è sparito nella corrente
in ritardo è calato il volto della luna
le schiene delle montagne crescono potenti.
[…]
Tu sai che non mi serve una casa in cielo,
mostrami la dimora di un topo

prima che il giorno mi lapidi.

Come non rimanere fulminati da questi versi, per chi ogni giorno si dibatte nella fatica, nella speranza, nella tragica realtà, tra bestemmie e preghiere. Quante volte abbiamo rivendicato la nostra porzione di luce, perché è giusto pretendere di essere felici e nella strana preghiera di Christine si intreccia il sacro con il profano. È proprio in quel profano che i versi della Levant diventano testimonianza della sua ribellione a un Dio che la sacrifica e la mortifica come donna. Una divinità che arriva a sfidare con le sue insolenti domande, che interroga senza avere alcuna risposta nelle lunghe notti insonni.

Christine è una donna dei primi del Novecento, è una donna d’estrazione umilissima. Vivrà fino alla fine dei suoi giorni in un piccolo appartamento ricavato sopra un supermercato, schiva e solitaria. È una maglierista, che ha la poesia intrecciata con la lana grezza delle pecore, ruvida e pratica. Una poesia che spezza le corde della finta morale e incita con l’esempio ad affrontare la vita nei suoi aspetti peggiori, non voltando la testa codardamente altrove.

Voglio finalmente sapere tutto del dolore!
Rompi la campana di vetro della devozione
e porta via l’ombra del mio angelo.
Voglio andare là, dove la tua mano rinsecchisce
nel cervello dei pazzi, nella crudeltà
di cuori rattrappiti che, morsi dall’ira,
si lacerano da soli per spargere rabbia
nel sangue del mondo.

[…]


Bibliografia:

Rivista Poesia Crocetti n.322 di Gennaio 2017 articolo di Anna Ruchat:
Porta via l’ombra del mio angelo, articolo di Giusy Drago;
www.poetarumsilva.com , articolo di Anna Curci;
www.altrianimali.itarticolo di Sara Vergari.
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Silvia Leuzzi

Silvia Leuzzi

Ho un diploma magistrale e lavoro come impiegata nella scuola pubblica da oltre vent’anni. Ho 53 anni, sono sposata con due figli, di cui uno gravemente disabile psichico. Attualmente lavoro al liceo Pertini di Ladispoli e sono impegnata in campo sindacale come RSU del liceo. Scrivo per diletto ed ho al mio attivo, pur avendo ripreso questa attività da pochi anni, quattro premi come finalista, un secondo posto per la poesia e una menzione d’onore per la narrativa.
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