La danza tra performance e rito

Dopo anni in cui aveva smesso i panni di danzatrice per dedicarsi all’attività di coreografa, Chiara Frigo torna sulla scena con un solo di cui è protagonista: Himalaya. Lo spettacolo indaga la dimensione del rito, mostrando, in continuità con le tesi dell’antropologia contemporanea, il legame strutturale che accomuna il rituale alla performance. Il termine “rito” evoca, comunemente, un immaginario di anacronismi, estraneità spaziali e temporali: affinché risulti autenticamente comunicativa, quale forma deve assumere la ritualità nel mondo contemporaneo occidentale? Chiara Frigo offre la sua prospettiva di performer per rispondere a questo e ad altri interrogativi affini.

La montagna sarà al centro del tuo ultimo spettacolo, Himalaya, in quanto archetipo universale del sacro: cosa la caratterizza in questi termini?

Attorno alla montagna si è creata una vera e propria simbologia, è una figura che ricorre in molte filosofie. Si tratta di un ambiente che congiunge due dimensioni: la terra con il cielo, l’umano con una dimensione ulteriore, spirituale, che riguarda l’etere.

Connotato in questo modo, il rimando alla ritualità è molto evidente.

Sì, si può anche dire che quello rituale è un principio che sta alla base di qualsiasi atto che avviene in teatro. Il rito è un sottotesto presente in questo lavoro. Luci, suono, movimento sono concertati per mettere in moto una dinamica e una ciclicità che, come nel rituale, andrà a ripetersi.

Il rito è un atto che deve inserirsi all’interno di una comunità per poter essere comunicativo. In una società come la nostra, dove il senso di comunità è molto fragile, in che modo è possibile costruire autentici rituali in uno spazio artificiale come quello del teatro?

Si tratta di un problema reale. Affinché non perda la propria efficacia comunicativa, la tematica del rituale viene trasformata in maniera artistica, attraverso l’uso di suoni e luci di cui parlavo prima. Una parola che mi piace usare per sintetizzare cosa per me rappresenta il Teatro è “esperienza”: il performer vive un’esperienza e la trasmette alle persone in sala. Si crea una relazione che non nasce dallo sguardo o dalla narrazione, non ha un’origine verbale, ma prova a passare da canali più sotterranei.

L’esperienza è quindi un terreno di condivisione fra il performer e lo spettatore.

Lo spettacolo dal vivo non è un sistema chiuso, è continuamente modificato dal tipo di relazione che si instaura fra performer e spettatore. Da performer ti dico che la presenza di altre persone è per me influente, ha un peso specifico su tutto quello che faccio in scena. L’intenzione è quella di avviare una reazione nello spettatore. I due mondi, quello del performer e dello spettatore, devono connettersi: se restano separati lo spettacolo smette di avere senso.

Nella dicotomia schematica fra natura e cultura, il rito viene solitamente collocato nel lato della cultura. Tenendo presente la portata universale di questo fenomeno, è secondo te legittimo pensare al rito come ad una predisposizione “biologica” della specie?

Penso che lo sia, e ciò appare evidente se si guarda ai rituali presenti nel mondo animale o a riti umani antichissimi che sopravvivono ancora oggi. Forse è proprio lo stato in cui siamo arrivati come civiltà ad aver coperto con la polvere questo legame ancestrale che ci lega al rito. È la connessione con la nostra parte più intima e istintiva che è andata a compromettersi, ed è quella che a me interessa riscoprire.

Hai dichiarato che Himalaya segna la chiusura di un capitolo, un punto di svolta all’interno del tuo percorso artistico.

Questo progetto, nato per essere quasi una mia pratica privata, è un ponte che mi sta portando verso una nuova pagina, a partire da questo lavoro a cui poi seguiranno altri che sono in cantiere. Con Himalaya ho riscoperto una danza che conoscevo tanti anni fa e che ad un certo punto ho rinnegato in maniera feroce (provengo da una formazione accademica, danza classica, una danza di codice). Mi sono poi resa conto che anche lì c’è una conoscenza per me fondante e ho voluto ripescare da questo capitolo che avevo chiuso a chiave. È un ritorno a qualcosa di anticamente mio. Himalaya è simultaneamente l’esplorazione in una nuova direzione e il recupero di ciò che appartiene al mio passato.

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