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“Iniziò per sbaglio…” La voce di un impiegato a teatro.

Charles Bukowski

(photo: Ilaria Calò)

L’aria frizzante dell’autunno appena iniziato a Torino mi accompagna verso l’entrata del teatro. Le hostess mi guardano stupite quando mostro loro il mio biglietto: «Galleria?! Salga fino all’ultimo piano». Non capisco inizialmente il motivo della loro interdizione fin quando non giungo a destinazione. Oltre la platea, oltre i palchi, ecco davanti a me una balconata corredata di sedie in pregiata stoffa rossa, solo una signora e una coppia di trentenni a farmi compagnia. Osservo dall’alto teatro Carignano pieno, persone di tutte le età cominciando dai vent’anni fino ai settanta. Il tema della serata non è dei più semplici e di certo non rientra in ciò che una spettatore dai gusti classici vorrebbe vedere.

Il palco è scarno, solo due microfoni, alcuni leggii a corredare, a sinistra due strumenti musicali, a destra un solo libro: la serata si faceva interessante.

Dal buio emerge Javier Girotto, celebre jazzista argentino, afferra il clarinetto e inizia a suonare: il sassofono al suo fianco aspetta fiducioso fino al brano successivo. Questione di minuti, il tempo di immergerci nella California anni ’60 grazie a quelle note di jazz, quando giunge all’altro leggìo Massimo Popolizio (la maggior parte lo ricorderà per la sua interpretazione di Mussolini in “Sono tornato”, film di Luca Miniero del 2018). La musica si ferma, Massimo inizia a leggere: come un prolungamento delle note mantiene lo stesso ritmo, cadenzato dalla parola poste, ricorrente nell’incipit di Post Office, romanzo del celebre Charles Bukowski, vero protagonista della serata.

“Si richiama l’attenzione di tutti i dirigenti sulle regole di comportamento elencate nel paragrafo 742 del manuale delle Poste, e sulla condotta degli impiegati delineata nel paragrafo 744 del manuale delle Poste.
Nel corso degli anni gli impiegati delle Poste hanno stabilito una lodevole tradizione di fedeltà al servizio della Nazione, insuperata in qualunque altro settore…” così la voce di Popolizio sembra confondersi con la musica di Girotto senza quasi mai interrompere quel flusso di sentimenti che ne scaturiscono, con un ritmo frenetico, deciso, rabbioso, firma fedele e inconfondibile di Bukowski.

charles bukowski

Lo spettacolo è parte dei numerosi incontri della XIV edizione di Torino Spiritualità, festival organizzato dal Circolo dei Lettori di Torino tra il 26 settembre e il 30 settembre 2018. Grazie agli adattamenti di testo a cura di Giuseppe Culicchia, famoso scrittore che a Torino ci è nato e che ventiquattro anni fa ha esordito con il romanzo “Tutti giù per terra”, al pubblico è stata donata questa delicata rappresentazione di un libro nato dalle membra di uno degli scrittori più controversi del Novecento. Bukowski racconta con amarezza una vita passata tra alcool, fumo, sesso e scommesse, nascondendo sotto le vesti del suo alter ego Henky Chinaski tutte le sue considerazioni riguardo una società strana, ingenua, crudele e paradossale. La voce di Popolizio dopo circa un’ora e mezzo di narrazione di momenti seri e altri più cinicamente divertenti, legge parte di un’altra opera di Bukowski “E così vorresti fare lo scrittore?”, titolo di cui Culicchia fa tesoro per il suo romanzo del 2013, degna conclusione di un monologo adagiato su melodie suggestive.

Forse scriverò un romanzo, pensai. E lo scrissi.” Mai ringrazieremo abbastanza Bukowski per averci fatto conoscere la vita di un uomo comune, consumato dal quotidiano ma dall’animo pieno di passione.

“Non essere come tanti scrittori, non essere come tutte quelle migliaia di persone che si definiscono scrittori, non essere monotono o noioso e pretenzioso, non farti consumare dall’autocompiacimento, le biblioteche del mondo hanno sbadigliato fino ad addormentarsi per tipi come te, non aggiungerti a loro, non farlo a meno che non ti esca dall’anima come un razzo […] Non c’è altro modo e non c’è mai stato”.

Lui era tutt’altro che uno scrittore, per questo quel che scrisse può essere considerato capolavoro.

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Ilaria Calò

Ilaria Calò

Cerco di abituarmi a questa società paradossale dal 1997, solo da poco ho iniziato a farmene una ragione (non molto in verità). Ferma restando sulle mie convinzioni, evito di sparpagliare considerazioni verso chi non le percepisce. Amo il silenzio, la riflessione e la parola scritta, sono affascinata da molte forme d’arte (ho un concetto di arte molto ampio) in cui includo, tra il resto, anche la natura e la scienza. Avrei voluto nascere qualche decennio prima di quest’epoca ma a quanto mi risulta l’impossibile non può avverarsi. Molti mi dicono che ho gusti retrò e di questo mi accontento. Credo profondamente in sole tre parole: “coerenza”, “rispetto” e “parola”.
Ilaria Calò

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