Il carpe diem attraverso i secoli

carpe diem

Oltre le mura, sul volto i tiepidi raggi del sole morente, la crespa verzura scossa dall’Austro[1]. L’odore delle cucine, i rumori dei servi, il soffio del vento, il cantare degli uccelli sul far della sera. Nel cielo le stelle, i miei piedi sul sentiero che erto si inerpica sul colle, l’orizzonte vinto dal Tirreno, le mie mani nelle tue, il cosmo che si dispiega in noi, vive e si nutre del tutto. La presente stagione. Il tuo nel mio sguardo.

Tu non chiedere (conoscerlo è sacrilego) quale fine
a me, quale fine a te gli dei abbiano dato, Leuconoe[2],
e non tentare le cabale di Babilonia[3].
Quanto è meglio
quel che sarà, patirlo! Che Giove ti abbia accordato
molti inverni, che sia l’ultimo quello che il mare Tirreno
strema contro gli scogli, sii saggia: filtra il vino[4],
e ritagliati una lunga speranza in uno spazio modesto.
Mentre parliamo, già sarà fuggito il tempo invidioso:
afferra l’oggi, credendo il meno possibile al giorno che viene.

(Traduzione di Gabriele Stilli)

Carpe diem: due parole tra le più conosciute dell’antichità, divenute emblema e simbolo, quasi ragione del nostro modo di intendere la vita, di viverla, costituiscono una felice e molto fortunata espressione di Orazio, sintesi di un modo di rapportarsi al mondo e alla vita propria non solo del poeta ma anche di molti suoi contemporanei. Oggi, come allora, Orazio ci invita ad afferrare l’oggi, a cogliere l’attimo, a non tentare di scrutare ciecamente ciò che è lontano, ciò che non possiamo prevedere.

William Adolphe Bouguereau, Baccante, 1894
William Adolphe Bouguereau, Baccante, 1894

Tema ricorrente in Orazio, di matrice epicurea[5], già presente nelle Satire, assume un volume non indifferente all’interno dei libri delle Odi e nei precedenti Epodi. L’invito del poeta è sempre lo stesso seppur variato in una serie di motti e situazioni: cogliere i sani momenti che la vita ci offre, non eccedere in smodatezze viziose e non lasciarsi tormentare dall’incertezza di un futuro oscuro e fumoso. In altre parole è l’applicazione dell’Edonè[6], del principio epicureo che invita a godere dei piaceri sani e naturali concessi all’uomo.

L’epicureismo, contrapposto all’austera dottrina degli stoici, vivrà ancora per secoli  assumendo a volte connotazioni scorrette o semplicistiche, ma anche annoverando autentici uomini di cultura (si pensi alla figura di Petronio Arbitro),  fino a quando la civiltà latina non subirà un profondo mutamento antropologico: l’avvento del cristianesimo.

Padre dell’Europa moderna, artefice e demiurgo della coscienza dei popoli mediterranei per i molti secoli del Medioevo, questo nuovo credo propone (impone?) una visione della vita, un rapportarsi con essa, totalmente opposto all’ottica edonistica. Pentirsi della vita, pregare non per un domani migliore, ma per la vita eterna che ci attende una volta varcata la soglia nera della morte. Tale cambiamento, una visione opposta della realtà, è da ricercarsi nel contesto concreto in cui operarono gli epicurei prima e i cristiani poi.

I primi, gente potenzialmente ricca o comunque agiata, si muove all’interno di una realtà multiforme, piena di attrattive e svaghi (non dissimile dalla nostra). Il piacere di cui parlano non è la corruzione della carne e del vizio: è una ricerca del giusto mezzo, per godere giusti piaceri. Ma dov’è il limite tra il giusto piacere e la dissolutezza?

I secondi, oppressi e perseguitati, in uno stato di miseria, tendono a proiettare la loro felicità (ché di questo si tratta) in un’altra vita.

La mortificazione del corpo e esaltazione dell’anima eterna sono solo alcuni dei concetti che guidano la vita dell’uomo medievale, intrappolato nella rete di credenze e riti che segna la sua quotidianità.  Nel corso di questi secoli quasi scompare la filosofia di Epicuro, Orazio è letto in chiave cristiana e apprezzato soprattutto per il suo stile raffinato. Umanesimo e Rinascimento riscoprono (e reinterpretano) la filosofia edonistica: fulgidi esempi sono l’Italia delle corti, le molte realtà del secolo e personaggi quali Lorenzo de’ Medici, come è noto, o anche l’Ariosto. L’edonismo è coltivazione dei piaceri giusti ma nel contesto rinascimentale si spoglia della saggezza e della severità propri dell’originale.

Oggi il termine epicureismo è quasi scomparso; rimane il termine edonismo. Pasolini parlava di edonismo descrivendo la civiltà dei consumi: godere i piaceri concessi dalla vita è il nostro canto, ispirato da un materialismo non meglio definito, impostoci dalla realtà consumista che ci circonda, satura di possibilità da non rifuggire ma da cogliere al momento. Ma tutto ciò non ha nulla a che fare con le parole di Orazio, anzi, ci pone in una situazione contraria a quella oraziana: la vita per Orazio è un giardino di frutti da cogliere e non un vortice di esperienze da consumare. Oggi siamo molto lontani da ciò che il nostro poeta intendeva insegnare alla fanciulla Leuconoe, e ancora più dalla filosofia di Epicuro, da come gli antichi consideravano l’edonè.

Parole rivolte al nostro intimo e al nostro cuore, ci influenzano e ci formano, testimoni della più grande arma che l’uomo ha a sua disposizione. Interpretate e reinterpretate nel corso dei secoli, parlano ad ognuno assumendo di volta in volta nuove sfumature e colori ma rimanendo al contempo sempre le stesse e veicolando sempre lo stesso invito: afferrare il presente, non turbarsi del domani.  Godere i caldi raggi del sole che morente si nasconde dietro alla collina, prima che il velo della notte ci chiuda gli occhi per sempre. Potremmo riaprirli in Paradiso o all’inferno, ma nel dubbio…

 


L’articolo ti è piaciuto? Leggi anche Oltre il contemporaneo, lo sguardo di Orazio

Salvatore Ciaccio
Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.

No Comments Yet

Comments are closed