Il tonfo pesante delle verità che non si possono dire: Cadere di Carlos Manuel Álvarez

Cadere Carlos Manuel Alvarez, Ambra Sacchi

La prima voce che emerge dalle pagine di Carlos Manuel Álvarez parla attraverso l’esasperata confessione che il personaggio fa a se stesso: si penetra così nel privato e monologante intérieur della coscienza di uno dei quattro protagonisti, ossia un giovane appena chiamato a rispondere alla leva obbligatoria. Ma nel vestire i panni da soldato egli è profondamente infelice, e nel primo soliloquio si radunano già le ragioni di quello stato d’animo avvelenato: l’ambiente della caserma è un inferno asfissiante, le strazianti telefonate che lo informano dei problemi familiari sono una tortura periodica. Le notizie lo raggiungono come un’eco flebile, che non basta a fargli sentire presenti o vicini i suoi cari. È, questa, la voce di un figlio.

Lungo il romanzo, questa si intervallerà con altre tre voci, alle quali è destinato lo spazio di un capitolo a testa. La loro è un’alternanza che non fa mai coro: essa piuttosto è dissonanza, sfasatura e conflittualità. Le voci sono come nervi tesi che scompaginano la storia molto più di quanto non riescano a tenerla insieme.

Eppure, per quanto suonino sfalsate e distanti le verità che ciascuno porta nella propria voce, la scrittura di Carlos Manuel Álvarez non stira mai le parole dei personaggi in direzioni diverse. Tutta l’alluvione di testimonianze, confidenze, bugie bianche e menzogne stantie che essi raccontano a se stessi si traduce formalmente in una successione di stilettate telegrafiche, ossia frasi secche e recise che intessono tutta la prosa dell’autore, a prescindere dalla singola voce che si stia dimenando tra le pagine.

L’opera intera è innervata dal filo conduttore di questa dominante stilistica: una concisione impietosa che inchioda ogni personaggio alle proprie consapevolezze, obbligandolo ad affrontarle. Nonostante la drammatica asciuttezza degli strumenti di questo frasario, o forse proprio in virtù di questa qualità, la narrazione si ostina ad andare in profondità: la nerboruta energia della scrittura sembra risiedere precisamente in una struttura chiusa, pervicace e decisa, che si reitera proposizione dopo proposizione.

Ambra Sacchi, Cuba
Fotografia di Ambra Sacchi

Così, la natura delle frasi che rimbombano nella coscienza dei personaggi somiglia a quella paradossale delle immagini radiografiche: fotogrammi che scavano nell’anfratto, nello strato di organi e umori che sta sotto la carne. Immagini cioè che – pur nella loro bidimensionalità – sono in grado di rendere lampanti e trasparenti certi segreti del corpo.

A proposito delle camere interne del corpo, si rintraccia nella prosa dell’autore una componente forte di visualità, carnosa, plastica: il corpo è infatti una categoria dominante in tutta la narrazione, perché dimensione in funzione della quale tutta la storia si articola. Vacante come un appartamento da cui si sta traslocando, martirizzato, assediato, misconosciuto, ma anche accudito, coccolato e deposto. È, questo, ciò che accade al corpo della madre.

Quando iniziano a delinearsi, attraverso i capitoli, i disequilibri che minano l’unità di questa famiglia – semmai esistano nella realtà famiglie che, al contrario, possano dirsi inscalfibili, nella propria compatta e soda unità – alcuni tasselli dell’intreccio sembrano acquisire un proprio posto, entro il quale tuttavia non si assestano mai perfettamente. Man mano che la storia procede, infatti, si disallinea e smaglia la coerenza fra le affermazioni dei singoli, che si sbugiardano l’un l’altro, svelando incongruenze sospette e taciuti affronti. Talvolta l’attrito è tale da rendere perfino incompatibili le versioni della storia che ciascuno si racconta.

Ci si domanda perciò se, dopotutto, non sia controproducente intestardirsi a individuare una singola storia, se non sia più utile invece moltiplicare gli sguardi: l’asse centrale della narrazione, se c’è, si sfilaccia e sfrangia da ogni parte, e le storie sono tante quante sono le persone che le confezionano, dentro una più comoda versione, su misura per sé.

Allora, si ascolta la storia un figlio che assiste imponente al proprio martirio in una vita che non ha scelto (quella militare, a cui è stato chiamato e costretto); di una figlia che cerca di tamponare la povertà che dall’infanzia la marchia, come un’onta e uno stigma sociale, attraverso stratagemmi che intorbidano la disperazione con l’illegalità; di un padre che rimane murato dentro il suo nucleo di rettitudine morale e ingenua onestà; infine, la storia di una madre, che una volta è forse stato il baricentro di quella famiglia. Colei che era stata in grado di mantenerne intatto il cuore e saldo l’equilibrio, e che ora ne è invece epicentro inquietante, da cui si promana la catastrofe.

Cuba Ambra Sacchi
Fotografia di Ambra Sacchi

Da qualche tempo, infatti, la madre è malata; l’autore, in una videointervista realizzata per la casa editrice SUR che ha importato e tradotto l’opera in Italia, ha definito la malattia il vero “detonatore” di tutto quanto il romanzo. Il suo disturbo è frutto di una complicazione dovuta forse al precedente ciclo di chemioterapia cui, tempo prima, si era sottoposta, per combattere contro l’ultima recidiva presentatasi della malattia: il sintomo che quasi quotidianamente si verifica, adesso, è la caduta del suo corpo a peso morto. Nel precipitare, corpo e mente, carne e cervello scivolano in uno stato di semi-coscienza opaca.

In un’occasione, la scrittura fa vivere dall’interno quel momento-soglia che precede immediatamente la catastrofe, presentita e descritta come un cataclisma naturale, di cui si percepisce tutto il rovinoso impatto, fin nei rumori più incandescenti. Si percepisce la voce deprimersi dentro un corpo che si affloscia, si avverte tutta la tossica corrosione della malattia che cozza contro le fibre muscolari, le pareti delle ossa, si insinua nei tendini, sfalda la coscienza.

Nell’attraversare questi momenti, la scrittura comunque rimane estranea a qualsiasi sbavatura di sentimentalismo metaforico; al contrario, le parole danno forma carnosa al morbo, in un’agghiacciante rappresentazione visiva.

Quelle che ritraggono la malattia nel suo progredire, in presa diretta, sono immagini dense di umori:

Il mio corpo è come un paese che a volte visito. Ho aspettato per mesi sulle panchine avvitate alla circonvallazione delle mie orecchie e non è venuto nessuno, nessuna macchina, nessun carretto, nessun messaggero. Ho attraversato l’arco della mia fronte, pensando si trattasse della strada principale della città, pensando che l’avrebbero percorsa gli autobus e che ci sarebbero stati semafori e venditori di giornali agli angoli, finché una polvere rossa e vecchia mi ha inondato gli occhi. Le pietre rotolavano e cadevano rumorosamente[1].

Carlos Manuel Alvarez, Cadere, copertina

Se da un lato è vero che alcune delle disfunzioni da cui questa famiglia è erosa si acquattano in tutte le case, in tutte le famiglie, di qualsiasi materiale siano le fondamenta su cui posano il peso, d’altra parte ciò che di eccezionalmente doloroso ha la vicenda di questa famiglia consiste nel fatto che, di questi personaggi, la scrittura svela e scuoia (quasi) tutto, o almeno si mette nella posizione di auscultare ciò che essi ammettono stentatamente a se stessi: di essere proprio loro, i mostri che infestano il focolare. Loro li hanno autorizzati ad entrare, insieme a un codazzo di bugie e confortevoli omissioni; li hanno aizzati a distruggere quel microclima familiare in cui adesso spadroneggiano la malattia, l’insonnia, la pulsione di morte, ma anche la paura che la morte finalmente arrivi. Una paura insinuante che si confonde con il terrore di dover vivere così, mentre alita addosso alla vita la minaccia di precipitare ancora più in basso, di cadere:

Dopo un certo numero di cadute, il corpo a volte fa lo stesso rumore dei sacchi di cemento o dei libri spessi e duri tipo i dizionari, ma a volte fa anche lo stesso rumore dei bicchieri di cristallo o dei vasi di porcellana[2].

Il romanzo d’esordio del giovane scrittore cubano Álvarez lascia sotto shock: bisogna ripensarci in continuazione, si prova il desiderio urgente di incamminarsi a ritroso nelle pagine, risalire la corrente del narrato alla ricerca di quell’indizio che avrebbe potuto evitare… qualcosa – la malattia? La deflagrazione? L’ennesima bugia?

L’intreccio dell’opera sembra smagliare le zone d’ombra di questa assolata e torbida atmosfera familiare cubana, compiendo lo sforzo gigantesco e necessario di raccontare anche l’indicibile, rifratto nel crocevia di voci che nella storia si danno il cambio. Ugualmente a come avviene tra recipienti non comunicanti, il malessere covato dai diversi membri non sa travasarsi.

L’impressione ultima che perciò viene restituita è quella di un groppo di cose immonde a dirsi; anche solo pensandole si scende all’inferno. Eppure c’è bisogno di metterle a fuoco nella coscienza, di dirle e leggerle: sulla pagina rimangono per essere rilette ancora, precise e tangibili, nella loro dolorosa evidenza.

 


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Viviana Veneruso

Classe ’96, napoletana espatriata a Bologna, l’unica città capace di rendermi felice anche senza il mare. Mi tengono viva tante passioni: quasi tutte hanno a che fare con i libri e la scrittura, che è il mio modo di situarmi nel mondo e mettere a fuoco le cose.