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Quando sei nato non puoi più nasconderti: Carlo il Giovane

Friedrich Kaulbach, Incoronazione di Carlo Magno, 1861

Friedrich Kaulbach, Incoronazione di Carlo Magno, 1861

Trace the origin of – Parte III

Un po’ di anni fa, forse durante la stagione primaverile, più probabilmente durante i mesi centrali dell’autunno, andai al cinema con la mia classe delle scuole medie. Il film si intitolava Quando sei nato non puoi più nasconderti, diretto da Marco Tullio Giordana. Non lo ricordo bene, però mi è rimasto impresso il titolo.

Quando sei nato non puoi più nasconderti. Vero e falso insieme. Nascondiamo gelosamente i nostri desideri, nascondiamo a volte quello che pensiamo. Non sempre riveliamo tutto di noi. «Vivi nascostamente», diceva Epicuro. O meglio: «vivi passando inosservato». Questo era più semplice ai suoi tempi. Oggi sembra impossibile non lasciare alcuna traccia del proprio passaggio. Pensiamo alle nostre carte d’identità, ai nostri passaporti, ai nostri account facebook ricchi di like e di post. Pensiamo alle liste elettorali alle quali siamo iscritti, ai conti che abbiamo in banca, agli oggetti che usiamo tutti i giorni, ai registri delle camere d’albergo e degli ostelli, ai database delle aziende che raccolgono i nostri dati.

In passato, invece, si producevano molti meno documenti. Milioni di persone sono nate e morte senza aver lasciato nessuna traccia durevole. E questo è inevitabile se si pensa alla grande massa dei contadini, o degli schiavi. Però, a volte, ci sono figure di potere, o molto vicine ad esso, che continuano a sfuggirci e di cui fatichiamo a disegnare il contorno. Cesarione, il figlio di Cesare e Cleopatra, che ha ispirato la mente di Kavafis, per esempio.

Oppure Carlo il Giovane.

Partiamo dall’inizio. Carlo Magno lo conosciamo tutti: Carlo il Giovane è uno dei suoi figli.

Albrecht Durer, L'imperatore Carlo Magno, 1512

Albrecht Durer, L’imperatore Carlo Magno, 1512

Carlo Magno fu un uomo molto virile, un uomo a cui piaceva andare a caccia, mangiare, fare all’amore con le donzelle. Il bilancio della sua attività sessuale è molto ricco: contando solo le donne e i figli di cui abbiamo certezza documentaria, sommiamo cinque mogli a sei concubine, per un risultato finale di più di dieci figli maschi e altrettante figlie femmine.

Dalla prima moglie, Imiltrude, ebbe un figlio già nei primi anni Settanta dell’VIII secolo: Pipino, passato alla storia come il Gobbo a causa della sua malformazione fisica. Dalla seconda, la principessa longobarda figlia del re Desiderio ribattezzata da Manzoni Ermengarda, non ebbe alcun figlio; probabilmente il matrimonio durò troppo poco. Dalla terza, Ildegarda, ebbe tre figli maschi: Carlo, detto poi il Giovane (772-811), Carlomanno (777-810) e Ludovico, poi detto il Pio (778-840).

Carlo pensò subito di assegnare a Ludovico il regno dell’Italia, e a Carlomanno, che cambiò il nome in Pipino, il governo del turbolento territorio aquitano, al confine con gli arabi.

Il primogenito, già chiamato dai contemporanei Carlo il Giovane, per distinguerlo dal padre, invece, sembra escluso da queste responsabilità. È vero che nel 789 Carlo affidò al giovane il ducato del Maine con annesse ben dodici contee della Neustria[1], ma rimaneva comunque una responsabilità (a cui era connessa una dignità) esigua se paragonata a quella dei fratelli. Di fatto il principe rimase per molti anni vicino al padre, cercando di non dare particolarmente nell’occhio.

Non sappiamo esattamente il perché di questa scelta. Però, quando nell’806 Carlo Magno divide il suo regno in tre parti non uguali, pone una sorta di clausola: qualora uno dei tre figli fosse morto senza eredi, gli altri due si sarebbero dovuti dividere i suoi territori. A prima vista questa disposizione non stupisce, perché puntava, razionalmente, a conservare intatti i territori acquisiti durante una vita di guerre e lotte con popoli stranieri e non. Eppure le circostanze in cui venne vergato il documento conservano ai nostri occhi una certa ambiguità.

Weinfurter[2], in un recente saggio, avanza un’ipotesi interessante.

Se il re franco sembrava da una parte sminuire il ruolo del primogenito, pur tenendoselo vicino (e dunque, presumibilmente, amandolo) è pur vero che gli concedette ben poche possibilità di rendersi autonomo come aveva fatto con gli altri due.

A corte dedicarono a Carlo il Giovane alcuni componimenti. Tra questi risulta essere particolarmente interessante una poesia celebrativa di Teodulfo d’Orléans, Ad Carolum Regem. Nel testo il poeta definisce Carlo “la grande speranza salvifica del regno” rivestendolo dunque di quel manto di dignità giustamente dovuto ad un principe. Lo indica però anche come “magnus puer”, cioè grande fanciullo. Considerando che il poemetto risale all’801, quando il Giovane Carlo aveva già compiuto i 29 anni, sembra non amalgamarsi bene con il resto. Perché magnus puer?

Eugène Delacroix. Due cavaleri combattono in un paesaggio, 1824

Eugène Delacroix. Due cavalieri combattono in un paesaggio, 1824

Qualche anno fa la scoperta di altri versi sembra aver chiarito questa definizione e, più in generale, spiegato la marginalità nella quale Carlo relegò suo figlio. Alludendo ai più stretti familiari di Carlo se ne definisce uno mochanaz, simile, anche nel significato, all’arabo muhannat, cioè colui che in un rapporto omosessuale assume il ruolo femminile.

Mochanaz è definito un famulus[3] di Carlo, Ostulfo, un discepolo di Alcuino di York – uno dei più grandi intellettuali del suo tempo. Sembra che nella cerchia ristretta dei suoi discepoli il rispetto e l’amore fraterno tra gli stessi non fosse interpretato da ognuno in maniera casta. Alcuino, sembra, si vide costretto ad allontanare in un secondo tempo il suo discepolo. Ma il problema di Carlo rimase e fu alla base di alcune tensioni scoppiate durante l’ultimo decennio del secolo VIII.

Per ovviare a questa situazione di imbarazzo il re cerco di fare sposare il figlio, tra le altre, ad Offa di Marcia, una principessa inglese. Nulla da fare, Carlo rifiutava la compagnia femminile.

Il problema maggiore per il padre (ma in questo, forse, siamo suggestionati più dalla nostra sensibilità moderna) non era tanto l’orientamento sessuale del figlio quanto l’impossibilità di Carlo di generare eredi. Quando nell’806 viene a lui affidata una parte consistente del regno (tra cui parte dell’Austrasia dove erano concentrati i beni di famiglia) la situazione del più non giovanissimo principe non si presentava rosea, anzi sembrava condannata.

Una ricostruzione parziale dei fatti ha permesso di ipotizzare una spiegazione alla marginalità di uno dei figli di uno dei sovrani più conosciuti e ammirati del nostro medioevo europeo. Certo rimane parziale, come ogni ricostruzione storica, svuotata della pienezza dei sentimenti che questi uomini vissero.

Carlo il Giovane non si è nascosto ma, come e più per molti altri, il trascorrere dei secoli ha cancellato le tracce di un uomo schiacciato dai tempi.

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Salvatore Ciaccio

Salvatore Ciaccio

Nato a Sciacca in provincia di Agrigento nel 1993, ho frequentato il Liceo Classico nella mia città natale per poi proseguire gli studi a Pavia, dove mi sono laureato in Lettere Moderne con una tesi dedicata all'architettura normanna in Sicilia.