Capelli, lacrime e zanzare: una potente saga familiare ambientata in Zambia

Capelli lacrime e zanzare

Capelli, lacrime e zanzare: mai titolo fu tanto evocativo. Il romanzo d’esordio di Namwali Serpell è un’intrigante saga familiare in cui le vicende di tre generazioni – le nonne, le mamme e i figli – si intrecciano a quelle storiche dello Zambia.

Gli uomini non credono mai che il caso possa avere grandi conseguenze. Eppure la storia di questo posto è piena di simili sbagli. Errore, s. m., dal latino errare: vagare, girare, peregrinare. Per esempio, i buzungu che fecero di questo territorio prima una colonia, poi un protettorato, poi una federazione ed infine una nazione, vennero qui solo perché lo aveva fatto Livingstone.

Il famoso esploratore e medico scozzese David Livingstone (1813 – 1873), oltre ad essere tra i primi europei ad affrontare il viaggio transcontinentale verso l’Africa, fu anche il primo occidentale ad imbattersi nel 1855 nelle cascate Mosi-oa-Tunya, letteralmente “il fumo che tuona”, lungo il fiume Zambesi. Le ribattezzò poi Cascate Vittoria in onore della regina.

Nel romanzo Livingstone viene definito un buzungu, che significa “uomo bianco”, riferito non al colore della pelle ma una disposizione d’animo: un buzungu è uno che zunguluka, ossia che vaga senza meta finché non si ritrova a girare intorno. Le peregrinazioni ed esplorazioni di Livingstone ebbero grande risonanza in Inghilterra ed Europa, tanto da dare avvio a molte altre spedizioni esplorative. Proprio sulle sue orme, nei primi anni del Novecento il fotografo Percy M. Clark approdò alle cascate, e rimase così sbalordito dalla loro maestosità ineffabile che decise di restare.

Agness Buya Yombwe, Snake taboo. Agness Buya Yombwe è considerata una delle maggiori pittrici contemporanee dello Zambia, grazie al suo stile naturalistico e onirico.

Da Percy M. Clark prendono avvio le vicende raccontate nel romanzo, che da storico inizia a trasformarsi in una narrazione dai colori vividi e dal ritmo incalzante. Personaggio dopo personaggio si delineano i contorni di questa saga familiare intergenerazionale, che prende avvio dalle “nonne”: Sibilla, che fin dalla nascita è ricoperta da capelli su tutto il corpo, Agnes, che a causa della cecità deve rinunciare alla sua carriera da tennista, e Matha, che da bambina prodigio diventerà una donna infelice e costantemente soffocata dalle proprie lacrime.

Tre esistenze molto diverse tra loro, accomunate sia da una condizione fisica o mentale invalidante sia dall’incontro folgorante con l’amore. Le vite di queste donne cambiano infatti radicalmente quando incontrano i loro rispettivi uomini e sono travolte dall’amore, specialmente quelle di Sibilla e Agnes, che inizieranno una nuova vita fuggendo dall’Europa per andare in Africa. È quindi il continente africano a fare da sfondo alle vicende di tre famiglie, quella bianca di Sibilla, quella mista di Agnes e quella nera di Matha, che di tanto in tanto si sfioreranno. Le tre donne, che vivono chi per caso e chi per nascita in Rhodesia Settentrionale, assistono al fermento del percorso verso l’indipendenza, attraverso cui nel 1964 la Rhodesia Settentrionale diventa Repubblica dello Zambia:

Le bandiere nazionali color verde prato erano spuntate in tutta la città. Gli operai stavano staccando lo stemma inglese favolistico che campeggiava sull’alta corte – un leone e un unicorno – e che sarebbe stato rimpiazzato da uno stemma zambiano realistico.

I riferimenti alla storia dello Zambia emergono spesso durante la narrazione, che procede poi presentando le tre protagoniste della seconda generazione, le madri: Sylvia, Isabella, Thandiwe.

Agnes Yombwe, Taboo woman
Agnes Yombwe, Taboo woman

Balaji era forte e gentile. La misura della sua forza era il tono severo che usava con i suoi commessi. La misura della gentilezza era la lunghezza del tempo durante il quale la sua mano indugiava in quella di un lebbroso che chiedeva l’elemosina: uno, due, tre e quattro e solo a quel punto la ritirava, lasciando una manciata di ngwee nel palmo senza dita. Isa distolse lo sguardo dalla propria faccia nello specchio e prese a guardarsi le mani, quando le venne in mente un’altra giustificazione. Il modo in cui la pelle di Balaji, del colore del caramello di un Twix, le faceva dimenticare la sua, che era del colore del biscotto. L’espressione dei suoi occhi, il tremolio delle sue labbra, quando l’aveva baciata per la prima volta la settimana prima.

Questo passaggio, che ha come protagonista Isabella, intenta a giustificare agli occhi dei suoi genitori un matrimonio con l’amato Balaji, cattura bene l’essenza della scrittura di questa autrice e la sua capacità di raccontare delicatamente i sentimenti dei suoi personaggi. Le nonne, le mamme, e in seguito anche i figli, Joseph, Jacob e Naila, sono personaggi profondamente umani, che tentano di reagire alle circostanze della vita ma che sanno anche accettarne l’imprevedibilità. Non ci sono eroi, ma solo persone che talvolta hanno la forza di rialzarsi, rimettersi in gioco, e altre volte invece si arrendono al proprio destino fatto di capelli, lacrime trattenute o versate e zanzare che cantano melodie deliranti.

L’esordio di Namwali Serpell è imperdibile: da romanzo storico si tramuta in saga familiare con accenni di realismo magico, per poi concludersi nel futuro, e affronta i temi più disparati, dall’amore al colonialismo, dalle convenzioni culturali alla sorte. Il susseguirsi delle generazioni ci fornisce varie lenti per osservare l’avvicendarsi della storia e le continue evoluzioni del mondo, e questo, unito alla piacevolezza della scrittura e all’originalità della trama, è il motivo per cui non posso che consigliare caldamente la lettura di questo romanzo meraviglioso.

 

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Namwali Serpell è una scrittrice dello Zambia e oggi insegna presso l’Università di Harvard, negli Stati Uniti. Nel 2015 ha vinto il Caine Prize for African Writing. Capelli, lacrime e zanzare, pubblicato in Italia da Fazi Editore, è il suo primo romanzo, che le è valso numerosi premi e riconoscimenti. 

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Vittoria Pauri

Alla domanda “Qual è il tuo motto?" non avrei esitazione a citare una frase di Gandhi: il miglior modo per trovare se stessi é perdersi nel servizio degli altri. Le due cose di cui non posso fare a meno sono la curiosità di capire ciò che mi capita intorno e un quadernetto su cui scrivo tutto quello che mi passa per la testa e su cui colleziono frammenti di libri, poesie e conversazioni.