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Ancora violenza sul corpo delle donne

Pablo Picasso, testa di donna addormentata (studio per nudo con drappeggi), 1907

Pablo Picasso, testa di donna addormentata (studio per nudo con drappeggi), 1907

Fra tutte le creature dotate di anima e intelligenza, noi siamo le più sventurate. Anzi dobbiamo comprarci con una robusta dote un marito, anzi prenderci un padrone del nostro corpo, che è malanno peggiore.

Parlava così la Medea di Euripide alle donne di Corinto, esortandole a prendere coscienza della loro condizione, dei soprusi subiti dal potere degli uomini, alimentato ahimè dalle donne, carnefici e vittime di se stesse.

Pregiudizi e prevaricazioni che continuano a perpetrarsi ai danni delle donne, della loro sessualità ma soprattutto del diritto a decidere del proprio corpo.

I fatti di Verona la dicono lunga sul clima oscurantista di questi nostri giorni. La legge 194 del 1978 che legalizza e disciplina l’aborto è stata una grande conquista, preceduta da dibattiti, referendum e lotte di migliaia di donne, stufe di morire sotto i ferri dannati delle mammane.

Giusto tempo fa leggendo gli Scritti Corsari di Pasolini mi sono imbattuta in una sua querelle sul tema dell’aborto. Conosciamo bene la criticità di Pier Paolo verso tutto ciò che si lascia fagocitare dal sistema consumistico. L’aborto, per il quale dice, di non essere favorevole, ( cosa che mi ha a tutta prima lasciata perplessa. ), non è trattato come banale difesa della vita, ma dal punto di vista dello sviluppo della società. Seppur da donna abbia qualche problema ad accettare i suoi discorsi, sono alla fine costretta a trovarmi concorde, nella misura in cui effettivamente la questione morale relativa alla sessualità e all’accoppiamento non sono stati mai del tutto trattati e superati. Negli anni Settanta le battaglie delle donne, molte delle quali vinte, sono state nel tempo fagocitate e stravolte dal potere dei consumi, così come le conquiste dei lavoratori, i contratti e le tutele.

È grazie alla legge sull’aborto se sono nati i consultori familiari per la tutela della salute delle donne e della maternità, che hanno contribuito notevolmente a divulgare la prevenzione delle malattie femminili e dell’aborto stesso, perché, ricordiamolo, è un dramma per ogni donna.

Pablo Picasso, Donna che piange, 1907

Pablo Picasso, Donna che piange, 1907

Purtroppo i continui tagli alle spese sanitarie e sociali, la presenza negativa dell’obiezione di coscienza negli ospedali pubblici e la crisi economica, che ormai è diventata malattia cronica del nostro paese, hanno ridotto drasticamente i fondi destinati alla salute e al sociale. Inoltre le giovani coppie hanno difficoltà a creare una famiglia, a causa del lavoro precario e mal pagato. Molti, troppi dei nostri ragazzi decidono con amarezza di emigrare all’estero.

La nostra terra sta diventando una Nazione di vecchi e di tutto questo sordamente, alcuni pensano di attribuire la colpa alle donne, che non figliano e agli immigrati che sbarcano, perché sono bersagli facili da colpire.

Per non parlare del fatto che è praticamente impossibile crescere un figlio, sottostando agli estenuanti orari di lavoro, soprattutto nel settore privato, senza l’aiuto e il sostegno della famiglia.

In questo modo si erodono i diritti elementari, che tanto faticosamente si erano raggiunti.

Ci stanno ricacciando negli angoli, ci accontentano con le Quote Rosa, neanche fossimo mucche al pascolo. Ci crocefiggono nella televisione spazzatura in un’immagine degradata, che avvilisce la nostra intelligenza e noi come Medea possiamo ben dire:

Il mio sapere o suscita gelosia o mi fa ritenere [una perditempo o un’impicciona o] addirittura una nemica.

Assistiamo con rabbia e sgomento a questo delirio, mascherato da un presunto amore della vita, nel quale si nasconde il sogno della donna nutrice, di ben nota memoria, che il comune di Verona, con il consenso di molte donne, alcune di una finta sinistra sinistrata, ha dimostrato.

Ecco perché a rileggere ora le parole di Pasolini, rimaniamo impressionati dalla lucidità con la quale ha disegnato il percorso, ovviamente obbligato, del devastante potere consumistico, di cui siamo attori e spettatori.

C’è da lottare, prima di tutto contro la «falsa tolleranza» del nuovo potere totalitario dei consumi, distinguendosene con tutta l’indignazione del caso; e poi c’è da imporre alla retroguardia, ancora clerico-fascista, di tale potere, tutta una serie di liberalizzazioni «reali» riguardanti appunto il coito (e dunque i suoi effetti); anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna moralità dell’onore sessuale ecc. ecc.

Dal saggio Sacer del 30/1/1975 tratto da Scritti Corsari di P.P.Pasolini

Da Euripide a Pasolini in mezzo a una miriade di donne, che hanno lasciato un segno della loro esistenza, della loro coscienza, scritto con il sangue. Ora voglio farmi due chiacchiere con alcune amiche, alle quali voglio rivolgere delle domande. La prima che interpello, visto l’argomento spinoso dell’aborto, che non è mai stato accettato dalla nostra società semi-feudale, è Elisabetta Canitano. Ginecologa presso la Asl rmD di Roma, regista per passione, gestisce l’Associazione Vita di Donna Onlus e Agenda Gravidanza; è impegnata da sempre nella battaglia per le donne e con le donne. È volontaria presso La Casa Internazionale delle Donne, un’amica che ho il piacere di conoscere da trent’anni e che ha seguito le mie gravidanze, sogni e speranze annesse.

Elisabetta Canitano

Sulla destra, Elisabetta Canitano

Elisabetta cara, raccontaci brevemente la tua esperienza umana e di medico, che ti ha visto sempre in prima fila nelle lotte per l’emancipazione femminile fin dagli anni del mitico liceo Mamiani.

—Cara Silvia, sono partita con la voglia di fare la rivoluzione, in un tempo in cui i compagni dei collettivi all’improvviso e bruscamente dicevano alla loro ragazza “vai a farci un caffè”, durante le lunghe riunioni. Faccio parte di quelle donne che il caffè smisero di farlo, e conquistarono la piazza, il diritto di parola, e il futuro per se stesse e per le donne più giovani, che si affacciavano allora alla vita. Poi ho fatto il medico, con un occhio a Che Guevara e uno a Salvador Allende. Una bellissima esperienza che mi ha permesso di abbracciare e curare molte donne e di vivere le loro vite nei loro racconti e nelle mie attività di sostegno e cura.

Alla luce dei fatti di Verona, del dilagare della violenza sulle donne, cosa possiamo realmente fare, per rendere consapevoli le giovani generazioni dell’importanza del femminismo, della sua storia e del bisogno di recuperare i valori, in cui siamo cresciute e che credevamo di crescere le nostre figlie?

—La storia è fatta di corsi e ricorsi, e quindi le giovani donne quando vedranno crescere la minaccia interverranno e subentreranno nelle battaglie. Già ora abbiamo giornaliste, avvocate, psicologhe, donne di tutti i tipi che si mettono in gioco in queste battaglie., Da questo è nata la rete “moltopiùdi194” e il blog “ho abortito e sto benissimo”, per contrastare narrazioni inquietanti, minacciose e colpevolizzanti sull’aborto volontario. Io sono fiduciosa che le nuove generazioni sapranno creare altri movimenti e altre lotte, e proteggere le donne che verranno, anche quelle che non lottano. Anche allora fu così, quando le donne ci dicevano “ma io amo cucinare per mio marito”. Le conquiste che alcune fanno alla fine servono a tutte.

Giovanna Caratelli

La seconda è Giovanna Caratelli, scrittrice e insegnante che vive attualmente vicino a Civitavecchia, nota a questo blog dove ho parlato di uno dei suoi libri: Un po’ di sole in strada, edito dalla casa editrice: Altrevoci.

Giovanna anche tu come Elisabetta hai vissuto in prima persona il periodo più fertile del movimento femminista degli anni settanta. Quanto di quell’esperienza ha influito sulla tua professione d’insegnante e di scrittrice?

—Gli anni ’70 sono stati fertilissimi da molti punti di vista. In quel periodo era molto vivace il dibattito sul separatismo femminista (i gruppi di autocoscienza, il divieto agli uomini di entrare nella storica sede di via del Governo Vecchio a Roma) e sulla condizione femminile estrapolata dalla lotta di classe (come suonano estranee queste parole oggi, non è vero?) Sono due questioni ancora in parte aperte. Allora come ora credo che ci sia uno “specifico femminile”. Non è solo la necessità di uno spazio separato per le donne dove discutere e parlare in un modo che non può essere né compreso dagli uomini né condiviso con loro. Ma la consapevolezza di essere portatrice di valori, capacità, possibilità diverse. Non mi riferisco ai luoghi comuni del multitasking (che pure è reale) o della maggiore flessibilità o della “sensibilità femminile” (sempre che si sappia che cosa si intende!) ma di una visione complessiva del mondo e dell’esistenza ampia, spaziosa, inclusiva, aperta alle esperienze. La possibilità di parlare di tutto, dentro e fuori gli schemi, oltre le regole e oltre le ideologie, senza però ignorarle. La caduta del muro del preconcetto. Questo credo è stato per me la presa di coscienza dell’essere donna in quegli anni. Più della lotta per i diritti (necessaria, necessaria!) più dell’idea di riappropriarsi del corpo e della sessualità (scontata in quegli anni) più della necessità della divisione del lavoro domestico e della cura dei figli (mai nella vita avrei scelto di vivere con un uomo che non condividesse con me queste pratiche). Il secondo punto. Esiste un femminismo interclassista? Allora credevo di no e ancora oggi lo credo. E, devo confessarlo, non riesco proprio a commuovermi per una donna ricca bella e privilegiata che si è sottomessa (volontariamente? dietro una forte pressione psicologica?) al potente di turno che sia regista, politico, giornalista o altro per fare carriera, per avere successo, fama, ricchezza. Mi inquietava e mi inquieta un milione di volte di più la sopraffazione sulla donna debole perché ricattabile economicamente. La condizione femminile è legata alla condizione di potere ed oggi è più che mai evidente. Non credo, Silvia, di aver risposto alla tua domanda compiutamente, ma era una domanda difficile.

Lavorando nel mondo della scuola, sei costantemente a contatto con le giovani menti, alla luce di quanto sta accadendo, come pensi si possa intervenire per mobilitare le ragazze e le donne, affinché combattano per non farsi togliere i diritti tanto faticosamente conquistati dalle donne della nostra generazione?

Le ragazze non hanno consapevolezza della ricchezza che hanno ereditato grazie alle lotte delle loro nonne! E’ molto distante da loro la condizione di sottomissione in cui vivevano le donne di quaranta o cinquant’anni fa. L’idea dell’indipendenza economica, della libertà sessuale sono talmente interiorizzate che le ragazze non riescono nemmeno a immaginare come possa non essere così. Per questo non credo che questi diritti possano seriamente essere rimessi in discussione. Ci possono essere dei rigurgiti reazionari, come quelli di Verona, che però sono destinati ad essere fenomeni circoscritti e fortemente contestati. Oggi il tema più sentito è quello della violenza sulle donne. E in questo senso è necessario coinvolgere prima di tutto i ragazzi per una “educazione sentimentale” che lasci spazio all’idea della libertà. I giovani oggi sono ossessionati dalla gelosia, dal possesso le ragazze come i ragazzi sono terribilmente insicuri e fragili. Ti ricordi Silvia quando dicevamo “il personale è politico” ? Ecco io credo che oggi il personale di questi giovani sia il corrispettivo politico della paura che ha consentito la nascita di questi “populismi”. La paura è il sentimento prevalente nei ragazzi, la paura e la sfiducia nel futuro. La frase che più spesso dicono i miei ex studenti e che più mi commuove è “Grazie per aver creduto in me, quando ero fragile e insicuro, quando avevo preso una brutta strada, quando ero stanco e sfiduciato”. Ecco io penso che non dobbiamo mai smettere di aver fiducia nelle ragazze e nei ragazzi. Penso che questa sia la “cura” della nostra società: il coraggio di avere fiducia.

Nadeia de Gasperis

Nadeia De Gasperis

La terza che vorrei intervistare, si fa per dire, è Nadeia De Gasperis, una giovane promessa, scoperta da Mirko Zanona di Aurora Edizioni che le ha pubblicato il libro: Il Giardino di Gezi, che ha avuto un ottimo successo, meritando il Premio di Microeditoria di Qualità.

Nadeia non la conosco personalmente, è un’amicizia virtuale, eppure da quel che condivide e scrive penso possa apportare a questa discussione dei validi spunti di riflessione, soprattutto perché più giovane di noi. Nadeia De Gasperis vive a Sora si è laureata in Scienze Ambientali all’Università dell’Aquila , lavora per il giornale Unoetre.it, del quale è vicedirettrice dal 2018. Collabora con RVM Hub Magazine, una rivista di reportage fotografico documentaristico.

Nadeia, rispetto a Elisabetta, Giovanna e me, sei molto più giovane. Raccontaci in che modo è sentito tra le tue coetanee il problema del femminismo, la sua storia, la sua evoluzione.

—Ho vissuto, nella pancia di mia madre, tra collettivi femministi e battaglie per i diritti, ero al suo fianco, piccina, quando manifestava nel Comune della mia città per l’apertura di un consultorio. “Il corpo è mio e lo gestico io”, slogan femminista di quaranta anni fa, ancora genera polemiche, con quella lettura strumentale che non si concede il beneficio del dubbio, perché non contempla la possibilità che “gestire il proprio corpo”, possa voler dire, nella sua “religiosa” custodia, anche concepire la vita. Ma le stesse donne che recitavano lo slogan si battevano per i diritti delle donne, dei loro figli, delle famiglie, invocando la nascita di consultori, asili nidi, un miglioramento del welfare sociale, che è la ragione principale per la quale oggi, fare un figlio, in molti casi, è un atto di sconsiderata imprudenza. Oggi, le mie coetanee conoscono poco o niente di quelle battaglie, sanno poco dei loro diritti negati. A distanza di tanti anni dalle lotte di emancipazione viviamo ancora il nostro personale medioevo. Eppure le feste “in rosa” dedicate alle donne, sono organizzate sempre con la stessa formula, stands di cosmesi, sport, benessere, e screening di prevenzione per la salute. Come se fossimo solo questo. Si fa molta fatica a inserire nuove parole nel lessico comune quando fanno riferimento a un universo culturale e sociale fatto di stereotipi.

Visti i fatti di Verona, il drammatico fenomeno del femminicidio, il regresso nel quale la crisi economica ci sta facendo precipitare, come pensi sia possibile coagulare le masse, soprattutto femminili, affinché le conquiste ottenute da anni di lotta, non siano calpestate dagli scarponi luridi dell’arretratezza culturale e morale?

L’intera scena globale è segnata da movimenti di critica, di resistenza al potere, che vede le donne protagoniste. Lo vediamo in America con Trump, ma anche negli altri Paesi contro le misure nazionaliste, xenofobe e discriminatorie. Donne che partendo dalla forza dei modelli organizzativi autogestiti hanno saputo portare quei modelli nei luoghi preclusi al mondo femminile, affermando valori, conquistando spazi e rappresentanza. In Italia, la libertà delle donne è ancora un “imprevisto” per gli uomini.

Non ci serve la vittimizzazione delle donne. Va condotta una battaglia che rivendichi il diritto a un welfare sociale, alla salute, una battaglia per l’ambiente (le donne sono state le prime nelle rivolte della Terra dei fuochi).

Le donne si prendono in carico le ragioni degli “utenti”: malati, disabili, anziani, bambini.
Voglio concludere mutuando quello che la scrittrice Arundathi Roy scrive riferendosi alla disparità tra poveri e potenti, “Noi siamo molte, loro sono pochi. Hanno bisogno di noi, più di quanto noi abbiamo bisogno di loro. Un altro mondo non solo è possibile, ma sta arrivando. Nelle giornate calme lo sento respirare.”

Ringrazio le amiche Elisabetta, Giovanna e Nadeia per il loro supporto, che leggo come incoraggiante, così come lo è la bellissima lirica di Dacia Maraini, con la quale mi congedo.

Donne senza paure

Donne mie che siete pigre,
angosciate, impaurite,
sappiate che se volete diventare persone
e non oggetti, dovete fare subito una guerra
dolorosa e gioiosa, non contro gli uomini,
ma contro voi stesse che vi cavate gli occhi
con le dita per non vedere le in giustizie che vi fanno.
Una guerra grandiosa contro chi
vi considera delle nemiche, delle rivali,
degli oggetti altrui; contro chi vi ingiuria
tutti i giorni senza neanche saperlo,
contro chi vi tradisce senza volerlo,
contro l’idolo donna che vi guarda seducente
da una cornice di rose sfatte ogni mattina
e vi fa mutilate e perse prima ancora di nascere,
scintillanti di collane, ma prive di braccia,
di gambe, di bocca, di cuore,
possedendo per bagaglio
solo un amore teso, lungo, abbacinato e doveroso
(il dovere di amare vi fa odiare l’amore, lo so)
un amore senza scelte, istintivo e brutale.
Da questo amore appiccicoso e celeste
dobbiamo uscire
donne mie,
stringendoci fra noi per solidarietà
di intenti, libere infine di essere noi
intere, forti, sicure, donne senza paure.

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Silvia Leuzzi

Silvia Leuzzi

Ho un diploma magistrale e lavoro come impiegata nella scuola pubblica da oltre vent’anni. Ho 53 anni, sono sposata con due figli, di cui uno gravemente disabile psichico. Attualmente lavoro al liceo Pertini di Ladispoli e sono impegnata in campo sindacale come RSU del liceo. Scrivo per diletto ed ho al mio attivo, pur avendo ripreso questa attività da pochi anni, quattro premi come finalista, un secondo posto per la poesia e una menzione d’onore per la narrativa.
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