Cerco la strofa

Campi, pianura, attese e stazioni

Ivan Shishkin, I campi di grano, 1878
Ivan Shishkin, I campi di grano, 1878
Quando in mezzo alla banchina della
stazione
e quando tuoneggiano i piedi delle
persone
riconosco le tue gambe:
i tuoi passi sono come il rumore
della pioggia sulle finestre

il suono più dolce delle tempeste.

(Rudy Toffanetti, Sul Confine, Torino, Aragno, 2016)

Non è un articolo come gli altri, questo. Non sempre accade di veder nascere un libro passo passo, anno dopo anno, di vederlo crescere sotto i propri occhi, veder crescere l’autore, vederlo confrontarsi con il tuo stesso mondo, la stessa realtà che vivi, giorno per giorno. E anche tu scrivi, e ti rendi conto che quelle parole, di quel ragazzo taletuoso che hai conosciuto, vivono dentro di te, si trasformano, si mescolano alle tue, fino a rendere il tuo lavoro impensabile senza quelle cadenze, quegli accenti, quelle svirgolate di cui solo lui è capace.

Il libretto che ho tra le mani è il risultato di un lunghissimo percorso, a scapito del centinaio di pagine che lo compone. Non ho paura di dire che è un libretto importante. Più di quanto si siano resi conto i pochi recensori della raccolta. Ma andiamo alle origini. Milano, liceo Berchet, anni 2009-2010 o giù di lì. E’ lì che nasce il nucleo più importante della raccolta. Tra il liceo e l’abisso, come scrive il prefatore. Un giorno, scopro che ha vinto il concorso letterario interno alla scuola. Gli chiedo la poesia vincitrice, la cerca nello zaino. Ce l’ha. La leggo. D’un fiato, così, in piedi, vicino alla macchinetta del caffé.

Vincent Van Gogh, Fattoria in un campo di grano, 1888
Vincent Van Gogh, Fattoria in un campo di grano, 1888

Uno schiaffo.

 

Uno degli schiaffi belli che ti fanno crescere, che ti fanno capire che devi fare sul serio, che non si può scrivere poesia per hobby, che non è un passatempo, non può esserlo. Mai letto niente così, scritto da un ragazzo così giovane. Quella poesia aveva una forza, un potere magnetico dentro: parlava di Atene, quell’Atene degli scontri di piazza, dei riots, dell’uccisione di Alexis, un ragazzo della nostra età. Quell’Atene lì, messa in poesia. Senza farne un volantino politico. Senza parlare proprio di politica.

[…]
Passo leggero di ballo fraterno,
piazza Omonia brucia.
le vetrine sfondate,
il latrare dei cani,
i bar vuoti;

ne senti le urla?

 […]

(Sirtaki, Rudy Toffanetti, op. cit. p. 54 vv. 13-18)

Vediamo il passaggio da un verso classicheggiante (veramente greco, si direbbe) al latrare dei cani, alle vetrine, e i bar. E lo senti il vuoto di quei bar, senti il rumore della gente che se ne va di fretta, e ti sembra di sentir svolazzare qualche foglio, chiudersi una porta. E’ questa piena identità di suono e signifcato ad avermi avvinto, questi passaggi repentini dalla compostezza estetizzante all’espressività potente. E le senti, le urla.
 

Ecco come ne sono rimasto stregato. E come ho desiderato diventare suo amico, cogliere appena un po’ di polvere, appena un pezzettino di quella magia. Non è un articolo come gli altri, questo. Non lo è perché non posso parlare della poesia di Toffanetti senza descrivere, almeno una volta, la bellezza di veder crescere un poeta. Un poeta vero, e se n’è accorto Franco Loi, uno dei più profondi poeti viventi. Sulle orme di Pasolini e De Martino, Toffanetti ripercorre la frammentarietà di un mondo che ha perso la sua cultura contadina, una cultura che dava una cornice di senso alla vita di ognuno dei suoi componenti, per precipitare in una modernità che difficilmente si decifra. Ma la realtà non smette di essere poetica, le nebbie e i prati smeraldo della Lombardia, e il nulla di stradine e di rotonde delle periferie milanesi non smettono di suscitare il pensiero.

Sei bella se cammini a piedi scalzi
tra le rogge erbose e il pianto degli olmi
se la bruma di rosse cascine
è distesa come un segreto
sugli argini fangosi dei fossi
pure se ascolti l’assorto cinguettare
dei passeri all’alba sei bella
nel canto che il tempo non varia
e rotola in polvere gialla

nell’aia assolata

[…]

(Sei bella se cammini a piedi scalzi, Rudy Toffanetti, op. cit. p. 58 vv. 1-10)

Paul Signac, La ferrovia di Bois-Colombes, 1886
Paul Signac, La ferrovia di Bois-Colombes, 1886

La natura parla ancora nelle poesie di Toffanetti, senza che queste prendano un sapore dolciastro e zuccheroso: gli argini dei fossi, la polvere gialla rendono materica la poesia, ricordano quei bei paesaggi di Robert Frost, dei poeti americani. Le rogge e i filari degli alberi sono quelli del pavese, sono quelli del lago di Garda, «dove ogni centimetro è un ricordo», come dice, e dove ancora si può raccogliere l’eredità di un luogo, la sua sacralità. C’è un’idea di sacralità perduta, in questi versi, negli abitanti del paese che si cercano dentro alla nebbia, nei bambini che rincorrono le lucertole e negli occhi vacui delle carpe. Ed è così che ci troviamo di fronte paesaggi lievi, immersi in quella foschia dell’autunno, quando i raggi del sole filtrano nell’aria e punge il primo freddo, e si sente la presenza delle cose abbandonate:

L’albero

Ti capita spesso di vedere l’albero che perde
le sue foglie in uno stormo folle accanto
al campo dove tira a canestro qualche bimbo.
Ricordi appena i passi e le corse del giorno
che forse era ieri e sarà domani,
ricordi le foglie fallire,
nell’addensarsi dell’aria farsi fosche.
Non era autunno, ma primavera:
quando la stagione si rinnova e spuntano i fiori
da una terra gelata e i papaveri memori

del sangue che fu.

Guarda quell’albero e le tue mani
ed ora sai perché tanto piangeva,
perché tanto fogliame cadeva

sulle api che ronzano.

 

(Rudy Toffanetti, op.cit. p. 47)

A dispetto del linguaggio lineare e immediato, si tratta di una poesia decisamente complessa. Si apre con un’alba diafana, le foglie che si affastellano come un folle stormo di uccelli (e già le immaginiamo, belle come piume), vicino a un campo, dove «tira a canestro qualche bimbo». Musicalità perfetta e recupero di un oggetto impoetico come un canestro da basket. L’abbiamo già visto con Sirtaki. E queste foglie cadenti (fallire è insieme latinismo – fallĕre, venire meno, ma anche deludere – e inglesismo, a dimostrazione della densità della parola di Toffanetti) accompagnano, nel loro disfarsi, la crescita del poeta e dei ragazzi che vede, che frequenta.

Piet Mondrian, l'albero rosso, 1908-1910
Piet Mondrian, l’albero rosso, 1908-1910

Sono le mattine nebbiose ad aspettare il treno (come abbiamo visto in Suburbana); sono i giorni sempre uguali passati nell’inedia e nell’attesa, scanditi come il ritmico rimbalzo di un pallone da basket. E qui il rivolgimento, che getta un alone di surrealtà alla scena: non era autunno, bensì primavera. Quando la terra gelata si spacca, e da questa ferita sgorga un fiore. E quindi il nostro poeta ci dice che l’addensarsi delle foglie, il loro cadere, fallire, non è invano; e i papaveri, nella loro bellezza, sono simbolo del sangue, della lacerazione, di questo primordiale dolore.

E, ancora una volta, vediamo come il prima, il momento creatore, l’origine di tutto, sia il perno della riflessione di molti poeti; anche Toffanetti mostra quest’inclinazione: è il “terrore ancestrale di Cariddi”, come lo chiama nella poesia Ulisse. E’ la seconda pelle del mondo, il suo volto nascosto. E ora capiamo il piangere dell’albero, il suo disseminare foglie sulla terra scura. Guardiamo le nostre mani, cresciute insieme al disfarsi dell’albero, capaci della migliore e della più terribile delle azioni (ricordate l’Antigone?), e capiamo che da quella ferita rinascerà un giorno un rosso papavero, come dalle crepe dell’asfalto nascono germogli e, parafrasando il gigante Loi, la vita ritorni ad essere vita.

Leggetele, queste poesie. Posso solo dire che non sono le solite poesie. Non sono poesie da concorso letterario, non sono le poesie che si scrivono a quattordici anni, quando si è tutti un po’ poeti. Sono le poesie che ci ricordano che la letteratura non finisce. Non finisce nell’orpello, nel passatempo; non finisce nel silenzio; e non rimane nemmeno nel ristretto spazio della pagina: viaggia con noi. E, magari dopo anni, senza nemmeno accorgercene, un suo verso ci verrà alle labbra. E Toffanetti, che oggi conta 22 anni, ha ancora tempo per nuove, meravigliose e laceranti scoperte, che racchiuderà in qualche poesia in modo da farcene sentire l’essenza, il profumo. 

 


 Rudy Toffanetti (1994) vive a Lacchiarella (Milano). Dopo aver conseguito la maturità classica al Liceo Berchet a Milano, studia lettere antiche all’Università di Pavia. Al liceo ha vinto tra gli altri il premio nazionale di poesia “G. Marconi”. È autore di testi teatrali e ha conseguito il diploma d’attore presso la scuola di teatro di Studionovecento. Dal 2015 è volontario attivo presso la Croce Rossa Italiana. Sul confine è la sua prima opera pubblicata. Qui potete trovare il libro.

27 anni, abita a Milano. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e gli effetti si vedono ancora. Si è rassegnato a includere l'arte tra le discipline umanistiche e non nel rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.