Sin City fumetto

Dopo quelli che sembrano essere stati eoni, eccomi di ritorno alla notoria rubrica delle origini. È di nuovo con noi Balloons, iniziata alle ultiuume luci dell’estate 2014 e ora risvegliata, come da un letargo annuale, alle prime avvisaglie dell’afa del 2015.

Che stagione, l’estate.

L’estate in quel di Pavia, poi, è qualcosa di speciale.

Un caldo afoso in grado di ridurti a una palude vivente, seguito da impensabili escursioni termiche notturne utili per svegliarsi raffreddati.

Zanzare grosse come vitelli, numerose come youtubers e voraci come tanti conti Dracula[1].

Il fecondo profumo del letame delle vicine campagne amplificato di nove gradi sulla scala Carcasse al sole dalla perenne afa.

Qualcosa di poetico.

Ciancio alle bande, dopo tutto questo tempo penso si possa saltare direttamente al sodo. Avviamoci dunque a un nuovo, esaltante numero di “Quando la trasposizione filmica diventa…”, con una sottile variazione. Nei mesi precedenti, un simile header avrebbe previsto la previa conoscenza tanto della graphic novel quanto, appunto, della trasposizione su schermo da essa ricavata. In questo particolare caso, ho deciso di apportare una variazione sul tema. Quella di oggi non sarà una recensione a posteriori, bensì una a priori. Non andrò a elencare le mie impressioni su un’opera; al contrario, enumererò le aspettative. E, altra sottile variazione, il medium di partenza non sarà l’inchiostro, sarà la pellicola.

Mickey Rourke nei panni del brutale (e qui leggermente malmesso) Marv. La performance è valsa a Rourke un premio alla carriera in qualità di "unico attore vivente in grado di indossare un mento finto senza sembrare un perfetto idiota". Perché di un mento finto si tratta, vero? ...vero?
Mickey Rourke nei panni del brutale (e qui leggermente malmesso) Marv. La performance è valsa a Rourke un premio alla carriera in qualità di “unico attore vivente in grado di indossare un mento finto senza sembrare un perfetto idiota”. Perché di un mento finto si tratta, vero?
…vero?

Sto parlando, per liberarmi del vocabolario incastrato tra le mie corde vocali, dei film di Sin City, e di cosa mi aspetto di trovare nell’omonima serie a fumetti.

Cominciamo.

I due film firmati Robert Rodriguez e targati, rispettivamente, 2005 e 2014, appariranno subito peculiari a gli spettatori. Con una palette cromatica che contempla quasi esclusivamente il grigio dominante e il rosso pomodoro che qualsiasi degno autore ritiene sia proprio del sangue umano, le pellicole portano sullo schermo il sapore originale della carta inchiostrata da Frank Miller, regalandoci un’esperienza unica. Un simile escamotage lascerebbe immaginare una resa dei colori affine anche nelle varie graphic novel; tuttavia, quel poco che ho potuto sbirciare sembra deludere questa prima aspettativa, affidando la vicenda narrata a stupendi bianchi e neri che, va detto, privano la violenza mostrata di parte del suo impatto scenico.

Già.[2]

La brutalità rimane probabilmente l’elemento più caratteristico della serie: è tanta, spettacolare e immotivata. In una città popolata da gangster, papponi[3] e prostitute non è strano veder volare pallottole e scintillare coltelli. Meno nella norma sono le raffiche di frecce scagliate dal nulla, i lacci che compaiono da forche invisibili per stringersi al collo di ignare vittime e le katane orientali taglienti come possono esserlo solo in un’opera fittizia. Dalla carta devo aspettarmi qualcosa di identico, tuttalpiù reso meno surreale dal maggiore anonimato della bidimensionalità contro la parvenza di forzatura del 3D.

La violenza di Sin City, tuttavia, è tutto tranne che ludica. L’opera ha il gusto solenne dell’epica classica, dell’eccesso mitologico. Le figure principali che calcano le strade insanguinate della città, pur descritte come una serie di disadattati e prostitute, non sono in grado di liberarsi dell’aura di invincibilità che le impregna. Persino la formularità espressiva, il continuo ritorno di frasi fatte legate sempre agli stessi personaggi, riecheggia lo stile omerico, i suoi epiteti e patronimici. L’esempio più calzante? Il martellante (e, devo confessare mio malgrado, rapidamente seccante) “Piccola, letale Miho”, ripetuto più o meno a ogni respiro della giovane assassina asiatica. Dalla carta, il medium che ha trasmesso l’epopea per secoli e secoli (secondo solo alla voce), non si può che pretendere una simile atmosfera, una fatalità brutale di achea memoria.

Un’altra volta. Giuro, prova a dire quella frase un’altra volta e avrai a che fare col “pernicioso, machiavellico autore dell’articolo”.

Colori, gore e solennità a parte, cosa si potrebbe chiedere a una serie come Sin City? Le mie ultime (ma non meno importanti) aspettative vanno a Marv, personaggio simbolo della serie. Interpretato da un azzeccatissimo Mickey Rourke, questo colosso incapace di fare qualsiasi cosa all’infuori di uccidere efficientemente ha dimostrato un’incredibile presenza su schermo. Con un trench sempre diverso sulle spalle, un sigaro in bocca e un mento squadrato che farebbe invidia a… a… qualsiasi proprietario di un mento molto squadrato, il titano di Sin City è veramente unico. Dall’originale creatura cartacea non posso aspettarmi che lo stesso.

Che dire. Dall’opera di Miller non mi aspetto niente di più di quanto offerto dalla trasposizione di Rodriguez. È più facile esaudire poche aspettative, no?

E ora, chiudiamo l’articolo in bellezza con del materiale riservato, finora inedito, che andiamo a dischiudere qui, oggi, per la prima volta.

Sono in molti a essere rimasti perplessi di fronte alla sopracitata, eccessiva violenza di cui l’epopea di Basin City (lett. “Città del Bacino (marittimo, eh)”) si fregia come d’un marchio di fabbrica; giustamente guadagnandosi l’iconico nomignolo di Sin City (“Città del Peccato”). Recenti e autorevoli studi hanno indicato le cause di simili eccessi in uno scambio di battute paragonabile a quello ivi riportato:

Interlocutore A, con aria faceta: “Hey, Interlocutore b, la conosci la barzelletta del peccato?”

Interlocutore B, sinceramente interessato all’idea di apprendere una nuova facezia: “No!”

Interlocutore A, convinto della carica ilare delle sue parole: “Peccato! Ahahahahah!”

Interlocutore B, per nulla divertito dalla presunta facezia, ponderando sadicamente le sevizie a cui sottoporre l’Interlocutore A: “AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!”

I ricercatori ritengono sensato che Frank Miller, sottoposto a simile conversazione, nel ruolo di Interlocutore b, da un Interlocutore a dalle proporzioni degne di Marv, abbia trovato una valvola di sfogo per la rabbia rifugiandosi nelle sue tavole… dando vita alla distopia (o utopia, per i fan del gore) più brutale nella storia del fumetto[4].

Davide Cioffrese
Davide Cioffrese

Eclettico nella mia conoscenza del nulla, narcisista nella misura in cui il mio ego non incontra quello degli altri, più sensibile agli attacchi emotivi di opere fittizie che a quelli del libro/film/ videogioco chiamato “vita” (aspetto alquanto allarmante). Tento di approcciarmi al mondo nella maniera più amichevole possibile, ma se di dovere (e, talvolta, a sproposito) non mi faccio scrupoli ad attaccarlo con eguale ferocia. Salvo poi, magari, sentirmi dispiaciuto al riguardo. Non aspettatevi che lo confessi, comunque. Jack of… some trades, master of none… in particular.