Blu: dove la performance art incontra l’ossessione

Quando si parla di performance art, la prima artista che viene in mente, la più emblematica, è molto probabilmente Marina Abramović. Tra le più famose esibizioni dell’artista serba ricordiamo The Artist is Present in cui per tre mesi la Abramović si è seduta per otto ore al giorno su una sedia al MoMa, mentre gli spettatori potevano occupare la sedia di fronte a lei e guardarla negli occhi: alcuni sostenevano lo sguardo, altri ridevano e molti altri ancora piangevano. La varietà delle reazioni è testimonianza dello sbocciare di intense connessioni umane a partire dallo sguardo e della potenza della percezione del momento presente. Andando più indietro nel tempo, precisamente nel 1974, risaliamo ad un’altra nota performance, Rhythm 0, in cui di fronte all’artista erano posti 72 oggetti, dai più innocui e a valenza positiva, come un fiore o del miele, ad altri, come un coltello o una pistola, in grado di ferire e persino di uccidere. Gli spettatori erano liberi di utilizzare qualunque oggetto sul corpo stesso dell’artista.

Il tema di questo articolo non sarà però Marina Abramović, che ci ha però aiutati ad immergerci nel mondo della performance art, in cui l’azione artistica può coinvolgere, oltre all’artista, anche gli spettatori/partecipanti, che con la loro presenza, le azioni che compiono e le loro interazioni con l’artista e lo spazio contribuiscono a creare appunto la performance. Secondo Jonah Westerman, studioso americano, la performance non è (e non è mai stata) un mezzo, e nemmeno qualcosa che un’opera d’arte può essere, quanto piuttosto uno strumento in possesso degli artisti per porre una serie di domande riguardo al modo in cui l’arte è in relazione con le persone e con il più ampio universo sociale.

La relazione tra l’arte, l’artista e il fruitore riveste un ruolo centrale nel romanzo Blu di Giorgia Tribuiani, pubblicato da Fazi Editore. Uno dei momenti apicali del romanzo è proprio quello in cui Blu, la protagonista diciassettenne, assiste ad una performance nella quale l’artista, Dora Leoni, nuda all’interno di una vasca da bagno con zampe di leone, si insapona e si lava, mentre dagli altoparlanti risuona una voce che sussurra “perdonami”. Blu è catturata dall’esibizione, folgorata dalla sua potenza.

Marina Abramovic, The artist is present
Marina Abramovic, The artist is present, 2010 (credits: Andrew Russeth)

Dalla performance scaturisce una relazione con ogni singolo spettatore, che ne può uscire turbato, arricchito, cambiato. Dopo questo momento epifanico, Blu inizia ad appassionarsi a questo movimento artistico, che entra così a far parte della sua vita, fatta di insicurezze e riti scaramantici. Le sue ossessioni si mescolano alla necessità e al sogno di mettere in scena ed esibire le sue paure e i suoi pensieri. Nascono così esibizioni che si svolgono nella sua mente o che la coinvolgono fisicamente, nel suo bagno, in cui il dolore fisico si amalgama a quello interiore. Parallelamente alla passione per la performance art, nasce anche una vera mania per l’artista, Dora, che si trasforma nella ricerca compulsiva della sua attenzione e del suo amore. Per Ginevra anche l’amore è una forma particolare di ossessione.

La giovane penna di Giorgia Tribuiani, acclamata dalla critica, riesce perfettamente a catapultarci nella mente contorta di un’adolescente, e ad amalgamare questa dimensione psicologica a quella artistica. L’arte ha una doppia valenza, come appiglio nei momenti di sconforto e come mezzo per esternare e dare forma al dolore. Particolarmente interessante è, a mio avviso, il modo in cui l’autrice interpreta la performance art:

Nella performance art non si cerca la finzione, anzi: si tenta di eludere anche quella a cui siamo soggetti ogni giorno.

E ancora:

Se la performance è realtà, se è la parte più vera di noi, allora non esiste performance che possa prescindere dal rapporto col pubblico, e con le energie che questo manifesta con sguardi e azioni.

Viene infatti espresso un aspetto fondamentale di questa corrente, ossia l’arte che trascende la finzione e la riproduzione, ma che si qualifica come tale nel suo essere radicata in un certo luogo e momento, nella presenza dell’artista e del pubblico e nella volontà di superare i confini tra l’arte e la realtà.

blu giorgia tribuiani

Anche il rapporto con i fruitori costituisce un punto centrale e altrettanto interessante. Nella narrazione proposta dal romanzo, la performance di Dora Leoni assume una valenza universale nel momento in cui un’azione quotidiana come lavarsi è svolta davanti al pubblico, che è testimone di un atto che si disfa dell’elemento della consuetudine e si carica di altri significati, diventa simbolo della liberazione dal dolore, della pulizia dal peccato e muta in una richiesta di perdono. Dora cattura e catalizza l’energia del pubblico e la riflette; altrettanto avviene in molte altre performance in cui l’artista è il fulcro che promuove e stimola le emozioni, azioni e reazioni degli spettatori, come quelle sopra citate di Marina Abramović.

Vari aspetti rendono questo romanzo peculiare, primo tra tutti l’utilizzo della seconda persona singolare, che suggerisce il dialogo tra il disturbo ossessivo compulsivo e la protagonista. Il disturbo orienta con imperatività le azioni di Blu, che ne è succube, non potendo ribellarsi né sottrarsi a ciò che la voce dentro la sua testa le ordina di fare. A sua volta, la protagonista è la somma di due personalità, Ginevra, nome di battesimo, e il suo alter ego buono, Blu, costruito nel corso del tempo nella necessità di liberarsi dalla cattiveria e dall’egoismo di Ginevra, dalla volontà di sentirsi brava e pulita, di amare incondizionatamente. Ginevrablù è quindi un personaggio composto da due identità antitetiche, e questa dualità e sdoppiamento accentua le fratture nell’animo della protagonista e i suoi disturbi e sensi di colpa. Un altro aspetto distintivo è il tempo, che non segue una linea, ma è un costante oscillare tra il presente ed episodi del passato che sono alla radice delle insicurezze e delle manie di Blu.

Si può affermare che Blu sia una storia narrata in maniera inusuale, che entra con maestria nel disagio dei disturbi mentali, riuscendo a costruire un intreccio perfetto tra questi e l’arte, fonte di sofferenza e rinascita.

 


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Vittoria Pauri
Vittoria Pauri

Alla domanda “Qual è il tuo motto?" non avrei esitazione a citare una frase di Gandhi: il miglior modo per trovare se stessi é perdersi nel servizio degli altri. Le due cose di cui non posso fare a meno sono la curiosità di capire ciò che mi capita intorno e un quadernetto su cui scrivo tutto quello che mi passa per la testa e su cui colleziono frammenti di libri, poesie e conversazioni.

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