Gino Pitaro, Benzine

Pier Paolo Pasolini

Gli occhi di Pasolini ti guardano dalla copertina lucida; e c’è, effettivamente, Pasolini, nel libro, più o meno nascosto dietro lo sguardo del narratore. È un librino sottile, questo di Gino Pitaro, si legge in poche ore, e sembra leggero. In realtà è una materia enorme, difficile da gestire, che scivola via da tutte le parti. È il blob del post-post-moderno (che qualcuno chiama iper); il blob di una generazione, la generazione-zerocalcare, per intenderci (siamo sempre a Roma, tra l’altro), quella insomma che a trent’anni (e oltre) è ancora in alto mare, o meglio in un call-center, o a fare da “reggipalle” al prof di turno; quella che vive un tanto per giorno, a immaginare qualcosa d’altro sempre, in ogni caso; è quella generazione che avrebbe dovuto lasciare qualcosa dopo di sé, ai ragazzi che sono venuti dopo, e che invece tende a confondersi, a lambire la generazione dei ventenni, e dei quindicenni forse, di oggi.

È una materia complicata, tutta avvolta su se stessa; le insidie sono molte: il banale, il giovanilistico; mantenere la barra a dritta è un imperativo non solo per non finire, in libreria, a fianco di Jack Frusciante e dei personaggi della Mastrocola, ma soprattutto per non sprecare quello che è nei fatti un ottimo soggetto, ovvero il periodo storico che stiamo vivendo. Pitaro si sottrae a questo compito, si smarca dal narrare di petto la contemporaneità; dall’esprimere “lo spirito del tempo” (categoria che ha fatto il suo corso, eppure sempre affascina l’ambizione degli scrittori): vuole consegnarci un prodotto, che non pretende di divenire opera.

Al contrario egli indietreggia, volutamente, ripiega sull’infinitamente piccolo, sull’individuale. La realtà va guardata con quegli occhi, bisogna immergersi nella realtà, se si vogliono trarre delle conclusioni. Ma anche da questa immersione Pitaro si svincola; ci racconta dialoghi, luoghi, amicizie applicando una sorta di funzionalismo adattato alla letteratura: osservazione sì, partecipata magari, ma sempre degli atti esterni, sempre di ciò che si può vedere. Introspezione psicologica? Poca. Personaggi memorabili? Forse no. Ma Pitaro è pasoliniano, e si smarca da questi concetti; il suo occhio osserva e registra volutamente la superficie, perché solo questa può essere registrata.

Gino PitaroCosa rimane allora? Pezzi di parole, di avvenimenti, pezzi di vita, quasi aneddoti. La realtà stessa scivola nell’episodio, e l’autore può raccontare solo quello. Volendo, il romanzo potrebbe essere ambientato oggi come nel 2008, come nel 2010, o forse ancora prima. E se questo da un lato assomiglia a una scelta pressapochista, dall’altro è una spia di come i personaggi di Pitaro intendono la contemporaneità: un eterno presente. Presente che si sovverte a tre quarti del libro (niente spoiler, è un patto di sangue), mettendo in discussione tutta la descrizione precedente. Pitaro sa tenere in mano una penna (il che, oggi, non è scontato), ma forse il suo stile dovrebbe essere affinato; forse si sarebbe dovuto sottolineare stilisticamente questo passaggio cruciale del libro. E in genere lo stile di Gino Pitaro appare molto naturale, non frutto di una scelta, di un processo. Anch’esso sta in superficie, come tutto il mondo che narra. Benzine, dunque, contrariamente al suo titolo, è forse più un romanzo dell’assenza, della stasi.

Pitaro segue Pasolini, anche nel dimostrare il suo amore per Roma, o nel mostrare il suo amore per gli ultimi, e finisce per ereditarne i problemi, come questo sguardo esterno sulle cose, sul mondo, che in Pasolini però si faceva critico (al margine del giudizio), mentre in Benzine il giudizio viene sospeso (molto bene) ma rimane soltanto una registrazione delle cose: il lettore non sempre riesce a sentire ciò che viene narrato, raramente il suo respiro si coordina a quello dello scrittore. Siamo pur sempre di fronte ad un prodotto.

Un buon prodotto, però, che rimane in mente dopo giorni; un prodotto in cui ci si può identificare, anche. Bello sarebbe svegliarsi un giorno e scoprire che questo autore ha rimesso mano alle sue carte, ha aguzzato quel suo sguardo, ne ha fatto uno stile, una parola che esprime, cioè che spreme l’essenza di ciò che ha di fronte. Potrebbe essere, un giorno.

 


Gino Pitaro nasce a Vibo Valentia il 7 luglio 1970 e vive a Roma. Nel suo percorso svolge varie attività. tra cui quella del redattore, articolista e documentarista indipendente. E’ autore di I giorni dei giovani leoni (Arduino Sacco Editore, 2011) e di Babelfish, racconti dall’Era dell’Acquario (Ensemble, 2013), raccolta di racconti che ha vinto numerosi premi letterari. Il suo ultimo romanzo è Benzine (Ensemble, 2015)

Gabriele Stilli
Gabriele Stilli

In tenera età sono stato stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e gli effetti si vedono ancora. Mi sono rassegnato, da diversi anni, a includere l’arte tra le discipline umanistiche e non nel rigoroso ambito delle scienze. Nutro ancora qualche dubbio, però.

No Comments Yet

Comments are closed