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Bartolomeo Bellanova e le sue Gocce Insorgenti

Jackson Pollock, Murale, 1943

Jackson Pollock, Murale, 1943

Gocce a gocce insorgiamo al mattone
scalpelliamo insieme e insieme

squamiamo in ogni dove.

La poesia è un mezzo espressivo che sembra essere stato dimenticato in questa epoca rozza e sciatta, dove l’ignoranza e l’arroganza sono padroni della scena. Eppure i poeti ancora oggi sono gli artisti più perseguitati: in forma violenta dai regimi totalitari; con l’oblio, travolti da numeri e priorità pratiche, dai regimi apparentemente democratici.

Non a caso la Poesia è sempre alla testa di una rivoluzione: cantata, recitata, parlata.

Per togliere ossigeno alla poesia si uccidono i poeti ma ultimamente la cosa che funziona di più è l’ignoranza, l’analfabetismo vestito di alfabeti sconosciuti e di parole senza senso.

Allora gli abbracci del mondo
sono appassiti senza sbocciare.
Allora gli abbracci del mondo
sono fratturati sul cemento.
Allora gli abbracci del mondo
se li è divorati il serpente grasso

del mercato globale!

Sono gli ABBRACCI mancati, appassiti, divorati che dobbiamo ritrovare, come recita la poesia del poeta Bartolomeo Bellanova, autore della raccolta GOCCE INSORGENTI, che ho avuto il piacere di leggere, edito dalla casa editrice Terra d’ulivi Edizioni a Ottobre 2017.

Nato a Bologna nel 1965, Bartolomeo proviene da studi economici-finanziari, come tanti altri scrittori e poeti illustri; ha al suo attivo due romanzi e due libri di poesie, oltre alle innumerevoli antologie nelle quali sono presenti i suoi versi. È un poeta impegnato e attento alla realtà che lo circonda, come si evince dalle sue liriche. Ha pubblicato articoli importanti e relazioni sul tema delle migrazioni e degli sviluppi delle economie globali. È tra i fondatori del contenitore on-line di scritture dal mondo: La macchina sognante.

Le poesie di Bellanova non intrecciano spasimi interiori dai connotati inesistenti, piuttosto la sua parola scuote il lettore, scaraventandolo nella tragica realtà, che i pixel dei televisori indorano come una pillola amara.

Bartolomeo Bellanova, Gocce Insorgenti

La tragedia dei migranti con i loro barconi scricchiolanti, con la disumana tratta degli umani che vede i bambini vittime innocenti di un gioco al massacro, nel quale siamo tutti coinvolti, nostro malgrado:

Non è colpa mia se tua madre
ti ha lasciato partire
dal tuo paese di sterco e polvere.
Non è colpa mia se non sei affogata
sotto le sabbie del deserto.

Non è colpa mia …

Questi versi che nel mezzo della poesia: Tredici Anni, che apre la raccolta Gocce Insorgenti, una raffica di liriche dove la sensibilità della poesia s’insinua come una sottile brezza fredda, che corre lungo la schiena del lettore: un brivido improvviso, tra paura e amarezza, l’effetto della consapevolezza:

Ho dieci anni,
cinque sorelle e
una compagna sola:
insulina si chiama
e non mi lascia mai.
L’hanno gettata in acqua,
povera anima liquida
e ridevano le iene …
Adesso la mia miglior amica
sta nel fondo del Mediterraneo.
E io sto nel fondo del cuore
di mia madre.
Nel fondo di pochi minuti,
sarò tra gli angeli bambini:
mi stanno aspettando.
Giocheremo insieme:

questo mondo non ci merita.

La poesia da cui sono stati tratti questi versi ha per titolo Insulina, racconta un fatto vero, una tragedia tra le migliaia che si perpetrano nelle acque del Mediterraneo, una bambina diabetica morta, perché i trafficanti di uomini le avevano gettato in mare lo zainetto che conteneva l’insulina.

Violenze e soprusi, sopportano di tutto pur di fuggire, inseguono il sogno “Occidentale”, quello che abbiamo imposto da decenni e con il quale siamo costretti a fare i conti.

Jackson Pollock, Composition with pouring II, 1943

Jackson Pollock, Composition with pouring II, 1943

Esploderemo in un centro commerciale,
ordinati soldatini in fila alle casse
mentre i codici a barre cinguettano
la nostra impotenza e le cassiere
imbrattate dai nostri schizzi
zampilleranno lacrime di sale.
Se non esploderemo col souvenir del Colosseo tra i denti,
sarà una morte lenta stritolati dal coprifuoco,
dalle paranoie della security,
dalle nuove imprese coloniali,
e dalle ipocrite finzioni di colombe
col becco aguzzo di rapaci

e gli artigli pronti a ghermire ancora

I versi di Kamikaze, sono riferiti a due attentati uno in Nigeria e un altro a Palmira.

Africa, Siria e tutti i luoghi del mondo pieni di gente, che ignara compie gli ultimi gesti della sua esistenza, prima di finire disintegrata con gli occhi schizzati fuori dal cranio, che ancora si guardano intorno stupiti.

La piaga del terrorismo Bartolomeo non la liquida con la ricerca banale di colpe, si limita a tratteggiare spaccati di vita quotidiana, chiamando in aiuto immagini oniriche, simboli che ci arricchiscono di colore, passione e orrore.

La poesia si fa combattente, esce e rompe la fila dei soldatini, mostra impavida la nostra vile impotenza, che cresce a dismisura, giganteggiando sulle nostre teste inconsapevoli.

Non posso restare immobile
come statua di sale
e sgretolarmi grano a grano
all’uragano dell’oggi
che azzanna i deboli
e adora Satana
e adula mammona
nella pancia e nel cuore
Non mi rassegno al fumo tossico,
che ci trivella l’anima, porto con me
inchiostro e carta e mele rosse
da addentare insieme

Questi versi urlano al mondo l’essenza vera della Poesia, non a caso s’intitola NON POSSO e finisce con Non mi rassegno, è un messaggio fortemente parenetico, con il quale la poesia si fa esempio e voce.

Jackson Pollock, Luce bianca, 1954

Jackson Pollock, Luce bianca, 1954

Madre nostra che affondi nel fango,
che cammini sul cemento
e sulla polvere delle stazioni,
madre nostra coi capelli strappati dai fili spinati
possa tu regnare nel giardino di delizie, banani e gelsi.
Sia rispettata la tua bocca cucita
il tuo no, il tuo urlo, il tuo mai più!
Madre nostra perdonaci le paure, le ingiurie,
i banchetti, le indigestioni e i manganelli
anche se noi non ci curiamo
di te e di tutte le tue sorelle,
induci in noi la tentazione del ribelle,

Questa Madre Nostra, così s’intitola la lirica da cui ho tratto questi versi, è una delle tante madri migranti, che vediamo sfilare davanti ai nostri televisori, mani screpolate, unghie spezzate, occhi fuori dalle orbite, che cercano rassicurazione anche dall’aria.

A quella madre il poeta chiede perdono per le ingiustizie, la violenza e il razzismo; ma anche il dono della tentazione del ribelle, sopito da questo grigio torpore drogato di consumismo, che c’impedisce di capire, di vedere, d’amare.

Tutta la poesia di Bellanova è un dialogo, volto a quel se stesso, che ci vede protagonisti e non sciatti lettori, come nei versi di Devi fare i conti, che inizia con un interrogativo inquietante, che forse non ci siamo mai fatti, la cui fine è una lapidaria considerazione circa l’inazione e l’oblio, che contagia tutti come un morbo, condannandoci a una vita, cui il futuro ha rubato l’identità, la coscienza e soprattutto la memoria storica:

Hai mai fatto i conti con la maestà scalza della vita,
che ti consuma le suole brulicanti di sputi e parole?
No!tu resti a picchiettare in testa il nome
di ogni secondo commemorato tra le decine
di milioni vittime del tuo passato
e mentre sgrani annoiato
il rosario del non fatto

il futuro ti ha già rubato l’ombra.

La cosa che mi ha piacevolmente colpito dei versi di Bartolomeo è lo spaziare dal tu all’io al noi, in una miriade incandescente di versi che investono e incendiano tutto il nostro sentire.

Bartolomeo Bellanova

Bartolomeo Bellanova

La religiosità laica espressa dalla poesia Corpo mistico, analizza il sentimento dell’Amore nel suo significato più alto e lo filtra attraverso la visione mistica del corpo, dove la carne e le sue insidie erotiche sono svanite, avvolto da zampilli di luce“:

C’è un corpo mistico in terra
che diffonde l’Amore
scampanella sui pedali
non conosce la saggezza della bilancia
non frequenta lezioni d’ipocrisia
non ricambia la furbizia dei coltelli
non annusa il tartufo dei soldi
non si eccita a bastonare le miserie.

La Poesia canta con passione contro l’avidità, l’odio, le insulse guerre e contro ogni forma di dittatura politica, religiosa. La Poesia è libera, gira e rigira su se stessa alla ricerca spasmodica di quell’umanità, chiusa nelle sue paure, non a caso nella lirica: Le facce della paura, il poeta scrive:

Esci fuori, vai a mozzare
la testa alle maschere
oscene delle tue paure.

Spesso i libri di poesie rimangono ignorati negli scaffali delle librerie, perché è più comodo seguire una storia, magari ricca di suspence o di erotismo. Un libro di poesie è impegnativo, perché racconta tante storie. Il poeta denuda la sua anima e la veste di parole, ognuna delle quali ha un peso, un odore, un colore che carpirà un pezzetto d’anima del lettore.

Ho approfittato della conoscenza con Bartolomeo per rivolgergli qualche domanda:

Jackson Pollock, Numero 26, 1949

Jackson Pollock, Numero 26, 1949

Sono curiosa di sapere: quali autori hanno scatenato in te la passione per la letteratura?

La scoppio della passione per la poesia la devo a Pablo Neruda che ci insegna che è la poesia che ci trova durante il nostro cammino, non siamo noi che razionalmente arriviamo alla poesia. E quando ci trova non possiamo fuggirne. Neruda mi ha spalancato le porte ad altri grandi, soprattutto a Charles Baudelaire, Federico Garcia Lorca, Paul Celan, Jaques Prevert, Fernando Pessoa, Eugenio Montale, Mario Luzi, Franco Fortini. Vorrei aggiungere almeno tre protagonisti della letteratura araba del novecento: il palestinese Mahmoud Darwish e i siriani Adonis e Nizar Qabbani. Sono stato fulminato poi da Julio Cortazar, da Derek Walcott e dall’enciclopedico Jorge Luis Borges

La condizione dei migranti è un affare spinoso, raccontaci se vuoi in breve, la tua esperienza di poeta impegnato:

Mi occupo per passione umana, senza bandiere di appartenenza o tornaconti, della questione migrazione dal 2013, in particolare dopo la tragedia del 3 ottobre in cui annegarono davanti a Lampedusa 368 migranti. Da allora la situazione è sempre peggiorata fino alla pericolosa deriva attuale. La letteratura e l’arte intesa in ogni espressione della creatività umana, debbono svolgere oggi un ruolo fondamentale per interpretare il fenomeno migratorio conservando l’umanità. Si tratta di un’azione di vigilanza che la letteratura può svolgere nei confronti della storia come ci ha insegnato la poetessa e narratrice austriaca Ilse Aichinger. La perdita di ogni riferimento alla comune radice umana di ogni uomo cancellato da un approccio solo securitario, di repressione, di blocco a qualsiasi prezzo del fenomeno migratorio non può che essere l’inizio di una nuova tragedia, di un nuovo genocidio che inizia ad avere troppe similitudine con “la soluzione finale” di triste memoria.

Gocce Insorgenti è il tuo quarto libro, molto impegnato nel suo lirismo asciutto. Raccontaci brevemente le tue esperienze letterarie tra speranze, delusioni e progetti futuri:

Il romanzo d’esordio è stato “La fuga e il risveglio” , pubblicato nel 2009 da Albatros, una storia con una dose non trascurabile di autobiografia. Il secondo romanzo “Ogni lacrima è degna”, pubblicato nel 2012 da In.Edit, è in parte un romanzo storico e affronta temi di scottante attualità politica. Dopo aver pubblicato in varie antologie, il mio primo libro di poesia è “A perdicuore – Versi scomposti e liberati”, pubblicato nel 2015 da David and Matthaus. Il prossimo progetto, già in fase di avanzata realizzazione, è un romanzo breve, una narrazione di sogni concatenati l’uno nell’altro in cui il protagonista incontra personaggi storici realmente vissuti che rappresentano per me riferimenti importanti in tema di libertà dell’uomo, coraggio delle proprie azioni, etica della responsabilità individuale.

Salutiamo Bartolomeo Bellanova, che ringrazio per la disponibilità, citando la seconda sestina della poesia L’abito buono, che spiega, nel caso non fosse stato chiaro, l’intento altamente morale di Gocce InsorgentiTerra d’ulivi edizioni.

Assuefatti agli uccelli, ai cocci e al vino,
ci droghiamo d’esalazioni di marmitte
in erezione, strofiniamo candeggina sui lividi del cuore,
raccogliamo i pezzi sul bancone del bar
per mostrarci gli uni agli altri

coll’abito buono senza tarme.

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Silvia Leuzzi

Silvia Leuzzi

Ho un diploma magistrale e lavoro come impiegata nella scuola pubblica da oltre vent’anni. Ho 53 anni, sono sposata con due figli, di cui uno gravemente disabile psichico. Attualmente lavoro al liceo Pertini di Ladispoli e sono impegnata in campo sindacale come RSU del liceo. Scrivo per diletto ed ho al mio attivo, pur avendo ripreso questa attività da pochi anni, quattro premi come finalista, un secondo posto per la poesia e una menzione d’onore per la narrativa.
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