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Banksy. Uno, Nessuno e Centomila.

Bansky

Bansky, murales nei pressi dell’ambasciata francese di Londra, in riferimento ai profughi di Calais, gennaio 2016

Non sempre i graffiti rovinano gli edifici. Anzi, spesso sono l’unico modo per abbellirli. Con qualche centinaio di bombolette spero che in poche ore riusciremo a trasformare una fossa di liquami buia e dimenticata in un’oasi di arte meravigliosa – dentro una fossa di liquami buia e dimenticata[1].

Banksy

Banksy è tornato. Negli scorsi mesi estivi il noto street-artist, che come i super-eroi non presenta nome nè volto, ha attirato ancora una volta i riflettori sulla propria misteriosa figura.

Se a giugno infatti, il suo nome è risuonato tra le strade di Parigi con ben sette disegni mettendo sotto accusa le politiche francesi ed europee per i migranti; il prossimo novembre i suoi lavori saranno invece ospitati al MUDEC di Milano per la prima personale mai realizzata sull’artista inglese: “The Art of Banksy, a visual protest”.

Ma se dargli un’identità reale ed esistente è compito quasi impossibile, la sua arte e i messaggi in essa contenuti al contrario, lo hanno portato ad essere noto in tutto il mondo e i suoi pezzi ad essere venduti all’asta fino a 500mila dollari e oltre, contro anche quella che viene comunemente ritenuta “l’etica” della street art.

Cosa si cela dunque dietro questo personaggio avente uno nessuno e centomila volti?

Tentando di tessere le fila di una genealogia, possiamo collocare i suoi esordi nei tardi anni Novanta a Bristol, in Inghilterra. In quel periodo la città anglosassone era un punto nevralgico della cultura giovanile britannica e tutt’ora si può dire sia rimasta centro di una fiorente sinistra radicale, fattori che senz’altro hanno influito sul pensiero artistico di Banksy.

Fin da subito la sua street art abbandona del tutto i graffiti a mano libera optando in modo quasi esclusivo per la tecnica dello stencil che, molto banalmente, consiste nel riprodurre uno stesso disegno in serie grazie ad un modello in cartone. Questo poi viene poggiato sulla superficie e usato come stampo per l’opera realizzata attraverso una vernice spray. È un modo di lavorare rapido ed economico, dettaglio essenziale quando si eseguono murales in luoghi in cui non si ha il permesso per farlo.

bansky

Bansky, Graffito della serie Rats. La traduzione letterale vorrebbe: “se i graffiti cambiassero qualcosa sarebbero illegali”. Attraverso il pensiero provocatorio e ambivalente di Banksy potrebbe anche avere questo senso: “se i graffiti cambiassero qualcosa (questo qualcosa) sarebbe illegale”.

I soggetti che predilige e che in un certo senso diventano firma stessa dell’autore, si riconoscono fin da subito nei poliziotti, nei soldati, nei bambini ma soprattutto nei ratti. La scelta di rappresentare questi animali non è casuale: i topi sono esseri piccoli, brutti e a prima vista quasi insignificanti ma sono stati in grado di distruggere interi sistemi sociali dimostrandosi anche apparentemente invincibili. Banksy li ha caratterizzati quindi come animali astuti e ingegnosi, doti essenziali nella spietata cultura d’oggi.

Accanto ai suoi pezzi per le strade, sono state anche le sue bravate ad accelerare la corsa verso il successo, come la pubblicazione del CD di Paris Hilton in versione rimaneggiata, l’ingresso clandestino nello zoo di Barcellona o l’essersi infiltrato all’interno di alcune tra le più celebri istituzioni museali (il Metropolitan Museum e il Moma di New York, la Tate Gallery di Londra e il Louvre di Parigi), e aver incollato le sue opere più dissacranti sapientemente mimetizzate tra i dipinti circostanti.

Banksy quindi stava a mano a mano trasformando la street art in qualcos’altro, un’azione paragonabile quasi alla performance art e dopo aver preso atto della forte influenza mediatica che stava ottenendo, cominciò a sfruttare a pieno regime il suo potere sovversivo.

La sua fama raggiunse l’apice internazionale quando a più riprese dal 2005 decise di interessarsi alla questione israelo-palestinese e soprattutto alla cinta muraria che attraversa le aree occupate della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.

Banksy dipinse svariate immagini sul lato palestinese del muro costruito in Cisgiordania in segno di protesta contro l’oppressione; ma ancora di più nel 2007 quando si fece promotore di un’asta di beneficenza a Betlemme per portare alcuni tra i migliori street artist della scena a dipingere sui muri della città.

Non tutti ovviamente apprezzarono il lato provocatorio messo in atto dall’artista, tuttavia come lui stesso sembrò affermare: “Fino a che punto è illegale vandalizzare un muro, se quello stesso muro è stato giudicato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia?[2]

Bansky

Bansky, Go Flock Yourself, Parigi 2018 (particolare). La ragazzina raffigurata sta ricoprendo con dei motivi di carta da parati una svastica. 

La particolarità di questi gesti è che furono totalmente lontani dal concetto tradizionale di “beneficenza” e fornirono degli ottimi elementi per denunciare e constatare le ingiustizie in un luogo da cui la gente solitamente preferisce tenersi alla larga.

Infine nel 2017 le sue provocazioni si rivolsero ancora una volta alla terra palestinese, ma questa volta in un modo del tutto fuori dagli schemi. L’artista inglese infatti si fece promotore nella progettazione di un piccolo albergo sorto a Betlemme, chiamato Walled Off Hotel – termine traducibile con “murato”- e composto da 10 stanze contenenti “decine” di opere di Banksy. L’albergo si rende emblema di un chiaro messaggio: essendo la struttura “con la peggiore vista al mondo” ad appena cinque metri dall’imponente barriera, vuole porre l’attenzione nei confronti di quello che che un tempo era un vivace fulcro commerciale ma che ad oggi traspare invece come una stradina di buche, semideserta, piena di macerie e luogo di oppressione.

Forse proprio a causa del suo successo sul mercato, Banksy si è attirato fin dagli esordi una schiera di critiche. È stato accusato di copiare idee, soprattutto all’artista di strada francese Blek le Rat, ed è stato spesso considerato come un cinico opportunista capace di provocazioni visive mordi e fuggi, più divertenti che profonde. Eppure attraverso tutta l’attività commerciale, il merchandising e la vendita delle sue opere -che passano sotto un attento vaglio da parte dell’azienda che lui stesso ha creato nel 2009, la Pest Control- si è arrivati a valutare ad almeno 20 milioni di sterline la sua fortuna personale.

Le opere continuano ad essere falsificate, rubate e distrutte; ovunque sorgono negozi di souvenirs non autorizzati che vendono copie dei suoi murales; ci sono governi locali che considerano i pezzi di Banksy opere appartenenti alla comunità, altri che continuano imperterriti a cancellarli, altri ancora che sostengono come l’artista sia oramai un marchio e debba essere collocato nello stesso contesto delle Nike.

La verità, come tutte le verità del mondo, forse sta proprio nel mezzo. In una società ossessionata dal mito delle celebrità, Banksy è innegabile che rientri nell’immaginario collettivo come una sorta di celebrità alternativa; così come è anche probabile che all’inizio Banksy fosse una persona sola, mentre ad oggi ci sono sufficienti motivi per sospettare che dietro il suo nome ruoti un mondo; ma anche questa è una storia già sentita nel panorama dell’arte, che si è servita di collaboratori da Andy Warhol, con la sua factory, a Damien Hirst.

Affidarsi a un Team Banksy potrebbe rientrare in una possibile volontà di scardinare i mostri sacri dell’arte e soprattutto i concetti di “autorità” e “originalità” entro cui si muove l’odierno mercato dell’arte, che considera gli artisti esseri quasi intoccabili accompagnati da prezzi di mercato stellari.

Uscire allo scoperto significherebbe rovinare quest’aura che lo accompagna, e in questo risulta molto chiaro quanto il segreto della sua identità sia preziosamente custodito nelle mani di poche persone devote intorno a lui, che rendono possibile la sua vita e il suo lavoro.

A conti fatti per noi i miti contano più delle persone in carne e ossa, esattamente come l’arte sembra parlare un linguaggio più universale rispetto alle stesse parole. Anche se in un futuro prossimo, Banksy si facesse avanti e rivelasse la sua identità rifiuteremmo comunque di crederci, esattamente come dubitiamo che uno street artist possa smuovere le coscienze.

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Francesca Mavaracchio

Francesca Mavaracchio

Nata a Venezia nel 1992 e diplomata presso il liceo classico Marco Polo. Successivamente mi sono traferita a Pavia dove ho conseguito la laurea in lettere moderne (indirizzo storico-artistico). Dopo la triennale ho scelto di spostarmi a Bologna per frequentare la magistrale in Arti Visive (indirizzo contemporaneo) dove tutt’ora studio. Il mio amore per l’arte contemporanea, è nato al liceo quando rimasi affascinata dall’opera di Lucio Fontana e dalle realtà che seppe costruire attraverso i tagli nelle tele. Da allora la mia curiosità verso il panorama artistico non si è mai esaurita, ed è stata in questi ultimi cinque anni il moto propulsore dei miei studi e delle mie passioni.
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