L’Associazione Furfari e le sue radici Hip Hop: fiori di periferia

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Con-tatto, forme di resistenza artistica nelle periferie

L’unione fa la forza – pt. 1

 

Questa la dedico ai ragazzi del quartiere,
A chi è cresciuto in mezzo a tutto ciò che non vorreste mai vedere,
Fra l’esercito, i caramba, la locale e le pantere,
Coi padri coi tatuaggi e le storie di galere.

“Romanzo Popolare”, Lorenzo Furfari in arte Rollo

L’Associazione Furfari nasce nel 2012 in memoria di Lorenzo Furfari, giovane rapper venuto a mancare precocemente. Fondata dai suoi genitori per portarne avanti le idee e i sogni, ha subito aggregato attorno a sé gli amici di Lorenzo, come tanti altri ragazzi legati dalla passione per l’Hip Hop e il Rap. «L’Associazione Lorenzo Furfari per la promozione della cultura musicale giovanile, nasce per tenere vivo l’ideale di Lorenzo, giovane rapper milanese scomparso di recente, di dare voce ai sogni, ai bisogni, ma anche ai disagi dei giovani attraverso l’espressione musicale», leggiamo sul suo sito.

Ha cercato quindi casa, e l’ha trovata all’ArciCorvetto; ricavandosi uno spazio all’interno del campo sportivo dove i ragazzi arrivano per giocare a Basket. E lì nel 2013, grazie all’impegno costante dei ragazzi, è nato anche il Rap B Studio (B era uno dei due nomi da rapper di Lorenzo): studio di registrazione vero e proprio, che i ragazzi hanno dotato di tutta la strumentazione necessaria per far musica.

Intanto, con il tempo, le pareti esterne si sono abbellite di graffiti e quelle interne delle voci dei ragazzini che hanno iniziato a frequentarlo regolarmente. Così è nato uno spazio altro, un’isola dove reinventare le regole del gioco. Tra quelle strade vicino al Mercato Comunale, da anni crocevia di etnie, speranze e vissuti differenti.

Associazione Furfari Rap Ivan Tresoldi

A gestire lo spazio sono Simone Gila, amico di Lorenzo e co-fondatore dell’associazione, e Atish Meetoo, ragazzo appassionato di musica e Rap che ha scovato il posto grazie a Internet. Ci raccontano che registrare al Rap B Studio costa poco, pochissimo: la prima registrazione è gratuita, poi costa 5 euro all’ora per i minorenni e 10 euro l’ora per i maggiorenni. Prezzi in linea con la filosofia dell’associazione, assieme al luogo prescelto: «l’idea quando è nata l’associazione era quella di aprire lo studio di registrazione in una zona di periferia per far in modo che questo progetto si sposasse meglio alla causa: c’è il ragazzino di 14 anni che magari non ha soldi e non ha stimoli nel suo quartiere; noi gli offriamo l’opportunità di venire a registrare con poco», spiega Simone.

Intento che ci rimanda a una storia insieme lontana e vicina, a una leggenda che profuma sensualmente di verità. La sera del 13 luglio del 1977, infatti, New York rimane al buio: un blackout colpisce tutta la città. Migliaia di persone si riversano nei negozi e nei centri commerciali, e tra queste ci sono diversi aspiranti Dj. Iniziano a rubare nei negozi di musica elettronica mixer, giradischi, casse, cuffie, microfoni. Attrezzature di cui avevano bisogno, ma che non potevano permettersi abituati a una vita di ristrettezze.

Prima di allora avevano soltanto osservato, studiato, e ripetuto mentalmente le mosse: ora potevano anche agire, e far nascere un genere che significa letteralmente questo. Nello slang newyorkese di quegli anni, infatti, “Hip Hop” significa conoscere per agire, da “to hip” = to know e “to hop” = to do. Come testimonia il Dj Grandmaster Caz, uno dei pionieri dell’Hip Hop, che afferma: «si potevano vedere le differenze tra prima il blackout e dopo».

È soltanto una traccia, certo: ma un filo sottile lega le periferie del Bronx a quelle parigine, italiane, e a ogni vissuto di marginalità, piccolo o grande che sia. Basta illuminare un rovo e poi un altro: le storie degli inizi sono molteplici e ramificate, ci si insinua frammezzo un passo alla volta.

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«Iniziare a registrare oggi è più semplice per i ragazzi: basta una chiavetta usb con un “bit” e il ragazzo può registrare quello che ha scritto. Lo indirizziamo così in un percorso di insegnamento.», continua Simone.

Un’altra ramificazione che ha contribuito a far nascere il movimento Hip Hop è segnata dalla data 11 agosto 1973. Una ragazzina che abita nel Bronx (uno dei cinque distretti amministrativi di New York, famoso per la sua storia di povertà e microcriminalità) organizza una festa in casa e fa esibire suo fratello, Clive Campbell – in arte Dj Kool Herc – in veste di Dj. Dj Kool ha con sé un rudimentale soundsystem formato da due giradischi, un doppio amplificatore con due canali per chitarra (usato come mixer) e degli altoparlanti. A un certo punto fa qualcosa di fino ad allora inusitato: mette sui piatti due copie dello stesso disco dal quale ha selezionato un “break” di batteria di una certa durata, e quando un disco raggiunge la fine del break, Herc fa partire l’altro dall’inizio dello stesso giro. Grazie a questa nuova tecnica è in grado di mettere in loop le sezioni più ritmiche dei dischi, facendo scatenare nel ballo il suo pubblico: tra cui due amici Dj presenti alla serata, Afrika Bambaataa e Grandmaster Flash, che ammirati osservano la scena.

È così che l’anno dopo, nel 1974 si dispiega il sentiero principale. I tre infatti, insieme ad altri amici musicisti, riescono a far rimbombare man mano l’eco di un movimento nascente, che risuona attingendo dalla linfa vitale di quei quartieri poveri e degradati. Una linfa nascosta nella parte più giovane della popolazione, pronta a pulsare insieme a quel nuovo sound. Nasce così il movimento Hip Hop, diviso in quattro discipline: il B- boying o Breakdance, legata al ballo, il Writing, legata alla pittura e all’arte calligrafica, il Djing e il Mcing (o Rap), legate alla produzione musicale (a cui si aggiungeranno nel tempo la Beatbox e lo Street-wear). Uno spettro intero, completo; una visione del mondo compendiata in quei segni apparentemente sporchi, in quei remixaggi che fondono culture differenti. Una purezza feroce e cruda che nasce dalla fusione, dall’incontro.

Dall’incontro di tutte le altre storie individuali, sgorgate da un sottosuolo di ferite fisiche e psicologiche. Negli anni ‘70 il Bronx è infatti zona di vera e propria guerriglia, che fa crescere i ragazzini del quartiere come fiori insani, costretti a scegliere tra il diniego delle loro radici avvelenate, e l’annichilimento negli scontri armati tra gang contrapposte. Fino a che non si delinea la possibilità di reinventare, di contornare una nuova linea d’orizzonte. E’ così che quei ragazzini, scostando il terriccio secco e intorpidito che guasta la loro linfa vitale, riescono a tramutare le gang in crew e gli scontri armati in gare da ballo tra B – boys e battle di freestyle in cui gli MC (Master of Ceremonies) si sfidano a colpi di rime. Nascono così anche i “block party”, vere e proprie feste e competizioni insieme.

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L’Hip Hop nasce da una tregua, da una sospensione densa di ricominciamenti. E dall’incontro con la differenza: «l’hip hop è da considerarsi come una consapevole cultura internazionale che fornisce a ogni razza, tribù, religione e popolo una base per la comunicazione delle loro migliori idee e dei loro migliori valori», si legge nella “Hip Hop Declaration of Peace” presentata dall’associazione Zulu Nation (fondata dallo stesso Afrika Bambaataa) all’ONU.

Progressivamente questo genere riesce a uscire dal Bronx per raggiungere Manhattan prima, e le altre grandi città americane – soprattutto Los Angeles – , poi. Quindi sconfina: la sua influenza è fortissima in Francia (dove la cultura Hip Hop si diffonde soprattutto grazie a programmi TV come “Hip-Hop” sul canale TF1, nato nel 1984), che diventa la seconda patria del movimento. In Italia il primo contatto con il movimento risale agli anni ‘80, grazie al primo tour mondiale di Afrika Bambaataa, a brani come Buffalo Gals di Malcom Mclaren e a film di culto come “Wild Style” e “Beat Street”.

E presto viene raccolto da centinaia di breakers e writers che si riuniscono nelle piazze delle città sfidandosi a colpi di ballo e bombolette, e in punti strategici come il “muretto” in Corsia dei Servi a Milano, la Galleria Colonna a Roma, i Marmi del Teatro Regio a Torino. E arriva, oggi, fino alla sala di registrazione dell’Associazione Furfari a Corvetto.

«Il Rap e la Trap sono espressione della periferia. Non rappresentano per forza la strada nel suo aspetto più crudo ma la periferia è comunque vissuta come emarginazione. Molti ragazzi che vengono a registrare da Corvetto, Quarto Oggiaro, Romolo, Bonola, Loreto hanno rappresentato questa voce della periferia. E la musica può essere un grosso strumento di emancipazione: prima di tutto è un mezzo per conoscere tanti ragazzi che vivono la tua stessa situazione e hanno bisogno di esprimere qualcosa. In secondo luogo è motivo di aggregazione sociale e di emancipazione personale per il ragazzo che vuole registrare, che vive la musica come una possibilità», ascoltiamo attenti Simone.

Associazione Furfari

Generazioni diverse, fratture spazio-temporali lontane, eppure un humus comune. E un legame stretto, strettissimo, con i luoghi: “Lorenzo Furfari, Rollo nell’hip hop, era un giovane rapper profondamente legato alla sua città e al suo quartiere, la zona otto di Milano, periferia urbana dalle molte anime e dalle molte contraddizioni, così come esprime nella sua ultima canzone ‘Romanzo Popolare’ ”, leggiamo ancora sul sito. Legame materializzatosi anche tra le pareti dell’associazione:

«La mia soddisfazione maggiore è stata vedere che alcuni ragazzi si sono avvicinati allo studio di registrazione quando avevano 14 anniragazzi anche che vengono da situazioni difficili – e grazie all’associazione hanno trovato una voce di sfogo prima, venendo a registrare e cantare; e poi un vero e proprio luogo di ritrovo e cultura. Più di un ragazzo in questi anni è venuto a dirmi che per lui questo studio era una seconda casa, o anche semplicemente un luogo in cui cazzeggiare ma in maniera sana: divertendosi, scrivendo, conoscendo nuovi amici. Molti ragazzi si sono legati al luogo e a ciò che rappresenta», conclude.

“To rap” nell’etimologia significa “parlare, raccontare”, ma anche “colpire qualcosa d’improvviso” e compendia bene le due facce del movimento: in grado di suturare e rigenerare; ma anche di scuotere, risvegliare. Grazie all’immediatezza dell’oralità e alle sue ritmiche e metriche che lo rendono (malgrado la critica del Bel Paese sia ancora esigua a riguardo) un vero e proprio genere letterario oltre che musicale.

E noi, colpiti, lasciamo i ragazzi dell’Associazione Furfari mentre rappano davanti a noi le loro note, muovendo a ritmo la testa.

 


Autrice: Valentina Nicole Savino
Regia e riprese: Davide Cipolat
Interviste: Valentina Nicole Savino, Barbara Venneri
Montaggio: Gabriele Tropiano
Grafiche: Claudia Antini

Fonti:
La storia dell’hip hop è cominciata così, Il Post, 11 agosto 2017
Rap & Hip-Hop. Sappiamo davvero il significato di questi termini?, Nam
La nascita del rap e dell’hip hop: dalle origini ai giorni nostri, The Jambo, 7 luglio 2018
La storia dell’hip-hop, musica, cultura e società, School of Art
La storia dell’hip hop italiano, Simone Beretta, Hip Hop Production, 25 aprile 2018
La geografia letteraria del rap in Italia, Mariaelena Tucci, Pagina della Fondazione Di Vagno,  17 ottobre 2018
Il rap italiano: tra immigrazione, periferie e regionalismi, Maria Carola Leone, Quotidian Post, 27 febbraio 2018
‘Dio è scritto sui muri’: i giovani delle periferie di Milano si raccontano, Valerio Millefoglie. Rolling Stone, 25 marzo 2017
Laura Piredda, Rap e periferia, rivendicazione sociale in Francia. Docity.
Associazione Lorenzo Furfari, biografia di Lorenzo Furfari
Associazione Lorenzo Furfari, Romanzo popolare
Associazione Lorenzo Furfari, Chi siamo

Valentina Nicole Savino
Valentina Nicole Savino

Nasce ormai quasi un quarto di secolo fa in un piccolo paese industriale attaccato a Milano ed è convinta che questa sia stata la primissima causa del suo interesse sociologico. Per il resto ama l'arte e la cultura in tutte le loro forme, anche se riserva uno spazio speciale alla parola scritta, avvicinata e abitata fin da piccola. Non si sente particolarmente a proprio agio nel mondo, ma crede che una buona soluzione possa essere provare a farlo parlare.

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