La fine dell’arte Antica

<span style="font-family: verdana, geneva, sans-serif; font-size: 10pt; color: #000000;">Affresco, Villa dei Misteri, Pompei I secolo d. C, particolare.</span>

Affresco, Villa dei Misteri, Pompei I secolo d. C, particolare.

Alto medioevo astratto – Parte I

Quali sono le prime opere che vi vengono in mente quando pensate all’arte medievale? Quali i primi soggetti? Le Forme? Non intendo l’arte voluta/commissionata all’interno delle corti medievali durante il basso Medioevo, non i cicli affrescati all’interno delle basiliche da artisti quali Giotto, che pure si colloca agli inizi del Trecento, o ancora alle croci lignee, le sculture o i stupefacenti mosaici che ammantano le chiese del Mezzogiorno. Insomma, quali sono le prime immagini che vi invadono la mente quando pensate all’arte dell’Alto medioevo? A quelle opere, pochissime, che ci son rimaste dei secoli tardi dell’Impero Romano e di quelle che sono frutto dei nuovi, diversi invasori barbarici?

In realtà, nella maggior parte dei casi, queste opere d’arte sono sacrificate nella memoria comune, o meglio nel bagaglio comune che ci portiamo dietro, colmo di polvere di decenni o ben rassettato di fresco che sia, ogni giorno o quei pochi giorni in cui effettivamente ci soffermiamo sui secoli bui. Come mai?

Comunemente l’idea stessa di arte alto medievale si accompagna al confuso richiamo ad un periodo, ad un crocicchio della Storia, normalmente ritenuto funesto e decadente, un lasso di secoli poco indagato sui banchi di scuola. Gli artisti dei secoli classici avevano come obiettivo e fine quello di mimare la natura (mimesis), di ricostruire o meglio cogliere  e rendere fruibile la natura e, ancora, di fotografare la sua vivacità complessa (collocandoci al centro l’uomo, l’uomo in pieno possesso delle sue facoltà razionali ed emotive). In questo modo ci mostrano, ci dimostrano un alto senso di equilibrio e armonia, di passione ben contestualizzata che ci impediscono di contro il gusto e la possibilità di apprezzare un’arte che invece si sostanzia di dicotomie quasi mai ben amalgamate, di pulsioni antiche e viscerali, di attrazioni metafisiche, di tensioni in fieri che saranno sempre altro rispetto al modello di partenza.

Sarcofago di Artemidoro, da Hawara, Fayum(Egitto), II secolo. British Museum.

Verrà poi l’architettura romanica e gotica e dopo ancora la Rinascita, la ripresa evidente dei dettami classici che si hanno già proprio con Giotto (anche se qualche accenno si ha già prima) e, proprio nel percorso dettato agli studenti, questo modello viene pedissequamente seguito, pochi sono gli accenni all’arte tardoantica o ottoniana o prima della Northumbria. Da questo naufragio si salvano a volte i Longobardi, più spesso Carlo Magno e la sua Rinascenza.

Ancora gli articoli meno letti su questo sito (a parte l’eccezione del pezzo dedicato alla Chanson de Roland) sono proprio quelli di argomento medievale. Una spiacevole costatazione, ahimè. Mi chiedo se questo che state leggendo sarà più fortunato (?) Ne dubito, ma tenterò comunque (se siete arrivati sino a qui mi raccomando! Non mollate!) di propinarvi per buone alcune mie letture.

Lo studioso di arte medievale, così come lo storico, ad una data aurorale dei suoi studi, giusto così per approntare una definizione utile al suo oggetto di studio,  deve decidere quali siano i limiti che descrivono appunto il lunghissimo arco temporale definito dagli studi con l’aggettivo medievale. Gli eventi storici, le testimonianze artistiche concorrono al raggiungimento di tale obiettivo; più spesso confondono o impoveriscono le nozioni. Quando porre termine all’arte classica? Quando affermare l’inizio di una effettivamente medievale?

Ovviamente non esistono cesure nette e ciò che possiamo conoscere lo dobbiamo solo alla lettura e all’interpretazione che facciamo dei testi che ci sono pervenuti; già dal I secolo d. C le prime avvisaglie dell’arte medievale, del futuro indirizzo dell’arte occidentale e orientale si potevano cogliere in diversi oggetti, in particolar modo nel’oggettistica legata agli ambiti cultuali, pagani ma soprattutto cristiani, e ai corredi funerari. In realtà poi i Cristiani prelevarono parecchio, se non praticamente la totalità, delle iconografie pagane. Procediamo per esempi.

L’arte che noi definiamo classica (come quella che possiamo osservare nell’immagine d’apertura di questo pezzo, per esempio) in realtà soffocò quasi del tutto e per un lasso di tempo discretamente lungo quelle che erano le emergenze autoctone delle varie regioni che costituivano l’impero: prima dei romani ci furono i diversi popoli italici, gli etruschi (tra gli altri) che produssero determinate forme d’arte[1]. Quest’arte primigenia si rafforzò nel momento in cui il centro propulsore dell’arte romana, cioè Roma, entrò in crisi. Non essendoci più una mano salda a definire i modelli artistici, riacquisì vigore, in ogni regione e in modi differenti, quella corrente, quella tendenza, quell’arte autoctona che Kitzinger, tra gli altri, ha definito sub-antica. Giusto, gli esempi.

Il sarcofago a fianco proviene da Hawara, in Egitto, mentre oggi è conservato al British Museum. Proviene cioè da una regione di confine, è il manifesto di un’arte che ancora nel II secolo d. C. si mantiene classica per origini e nozioni generali, ma non nell’essenza. Ovvero? Nel caso specifico si ha una mescolanza tra la tipologia sepolcrale egiziana e una pittura apparentemente romana che però nasconde echi di epoche arcaiche. Effettivamente si può notare una raffinata tecnica pittorica, dove le linee definiscono bene i tratti del viso, dove le campiture di colore piene riescono a restituirci un vivo ritratto di un uomo giovane, Artemidoro. Eppure nel volto esiste un tratto anticlassico (più che nella tecnica, nello spirito): gli occhi. Lo sguardo fisso sembra contemplare il vuoto oltre lo spettatore, sembra scrutare impassibile l’infinito. Nell’arte classica non accadrebbe mai una cosa di questo genere.

Passando oltre vi citerei lo Scrigno di Proietta, che vediamo qui a fianco. Prelevato dal Tesoro dell’Esquilino, il cofanetto in argento sbalzato e in parte dorato del IV secolo, mostra tutta una serie di soggetti mitologici di matrice pagana e una iscrizione invece dove sono citati i possessori (Secondo e Proietta) e Cristo. Rispetto all’opera citata precedentemente questa assume un valore diverso ai nostri occhi. Se stilisticamente le figure risultano lo stesso più goffe e appiattire rispetto ai modelli classici (lo scrigno si colloca all’interno di una fase cronologica ben precisa, quello che gli studiosi definiscono un revival dell’antico) l’apparato iconografico classico perdura piegato alle esigenze del nuovo culto. Stiamo discutendo di un oggetto commissionato da una famiglia quasi certamente appartenente all’elite romana, una famiglia che per comodità, probabilmente,  aveva abbracciato il nuovo credo.

Sarcofago di Giuno Basso, Roma, Grotte vaticane.

Sarcofago di Giuno Basso, Roma, Grotte vaticane.

Sempre allo stesso contesto si può collegare l’ultimo esempio che vediamo in quest’occasione: il Sarcofago di Giunio Basso del 356 circa. Il sarcofago si inserisce all’interno di quella serie di prodotti, i sarcofagi paleocristiani, di cui ci è giunta una serie tutto sommato cospicua di testimonianze. Rispetto ai manufatti più poveri, in cui vengono pure scolpiti i diversi passi biblici, il Sarcofago qui sotto razionalizza in un certo modo lo spazio, circoscrivendolo a dei riquadri stretti tra colonne i diversi episodi narrativi e allo stesso modo mantiene alto quel valore altamente simbolico che permea tutta l’arte medievale (e che vedremo meglio le prossime volte) tramite le rispondenze tra Vecchio e Nuovo testamento. C’è effettivamente da notare il modo in cui sono eseguite le figure: tendono ad un classico che imitano ma non comprendono a fondo, raccontano degli episodi il cui valore trascende il piccolo riquadro che le intrappola, risultano tozze rispetto ai modelli antichi. Insomma, il richiamo all’antico è evidente ma il valore stesso, il motivo per cui il Sarcofago si fa oggetto di propaganda è totalmente moderno rispetto al momento in cui è stato ideato ed eseguito.

L’arte altomedievale, come accennavo all’inizio, è difficile da comprendere, da assimilare, non la si può gustare a pieno se non si posseggono i giusti mezzi, gli strumenti corretti per sciogliere i nodi simbolici che la avvincono. Da oggi e per le settimane successive proverò a costruire un iter che possa suscitare o magari incrementare la curiosità in voi lettori per una serie di opere e di concezioni artistiche che spesso consideriamo distanti, altri da noi più di quanto in realtà non siano. 

 


QUI puoi trovare la seconda parte di Alto medioevo astratto

Bibliografia:
A. M. Romanini, L’arte medievale in Italia, Sansoni Editore Firenze, 1988
E. Kitzinger, Arte altomedievale, Einaudi Torino, 2005 (1940)
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