Animali da bar
Miscellanea

Il Diavolo beve Poretti

Un bancone semicircolare, allungato, un tempo elegante, con un’estremità sfondata e minacciosa; circondato da qualche timido e attempato sgabello come una gatta di strada dai piccoli. Un’umile serie di lanterne in ferro, sospese al di sopra del mondo deprimente sul quale esse sole gettano un po’ di luce. Tavolo e sedie a destra, orinatoio a muro fluttuante, assicurato all’ipotetica “quarta parete”, a sinistra.

L’elenco appena riportato potrebbe benissimo essere la didascalia per il palcoscenico di Animali da bar, ultima fatica del gruppo teatrale Carrozzeria Orfeo.

In questo spazio essenziale, i cinque “animali da bar” del titolo trascinano le proprie desolanti esistenze; chi trotterellando allegramente, ancora convinto delle possibilità di questo mondo, chi ormai impantanato nella melma di un’esistenza che, per sconfitta morale o vittimismo personale, non presenta più alcuna redenzione.

Risulta rapido ma incisivo il catalogo dei protagonisti: uno scrittore alcolizzato, cinico e spietato come solo un intellettuale può esserlo; un ladro di tombe psicotico[1] perseguitato dalla dimensione del suo membro; un verboso imprenditore funerario per piccoli animali che, con tutta probabilità, si fa prestare i vestiti da Saul Goodman di Breaking Bad; un candido quanto ingenuo borghese buddhista impegnato in una lotta insostenibile e succube di una moglie violenta e di successo, vera “portatrice dei pantaloni” di casa; una flatulenta barista/badante/affittatrice di utero rumena che nelle canzoncine Disney trova un rimedio alla sua infanzia rubata.

Animali da bar

A questa perplessa corte dei miracoli in carne e ossa si aggiunge tramite una piccola radio un sesto interprete, voce disossata di un vecchio irascibile, volgare[2] e xenofobo, costretto a letto da una malattia e quindi impossibilitato a prendere le armi (non è una metafora) contro gli extracomunitari che infestano il suo quartiere.

Così poste, le premesse potrebbero benissimo essere quelle di un film dei fratelli Vanzina. Le gag squallide (dalle flatulenze alle battute sul membro e alle prese in giro dei vegani, ce n’è veramente per tutti) e un certo macchiettismo di fondo, va detto, giocano un loro ruolo all’interno della produzione. Questi elementi, tuttavia, non sono che il contorno buffonesco di uno spettacolo tragico arguto e profondo, splendidamente sceneggiato e recitato.

Le cinque sagome, bidimensionali solo a un esame superficiale, si animano della recitazione dei loro interpreti, di un’espressività realistica sentita, viscerale, talvolta feroce; quasi sempre triviale. Personaggi inquadrati e tenacemente ancorati al loro ruolo di perdenti emarginati, costretti da convenzioni non scritte entro limiti stereotipati che, di volta in volta, si infrangono sotto la spinta di interiorità turbate o deluse, speranzose o deliranti; sempre e comunque custodite gelosamente.

Animali da bar 3

I personaggi attingono i loro argomenti dalla fonte inquinata della realtà contemporanea. Portano faticosamente in scena le perplessità di fronte alle problematiche della vita vera, le spalle gravate dal peso di un sistema che è causa e bersaglio dei loro problemi e delle loro turbe. Persino la tensione del buddhista verso l’Oriente dei monaci tibetani, utopico ricettacolo di ideali anti-conformistici e di un messaggio superiore, finisce per essere trita adesione a un ideale di facciata, privato del suo spessore e abbracciato nell’ottica di un Occidente vuoto e borghese: come il feroce scrittore fa notare con sarcasmo, i monaci si bruciano vivi mentre i propugnatori della loro causa organizzano fiaccolate.

Lo spazio semplice ma eloquente del palcoscenico è esplorato con tecniche quasi cinematografiche: all’insieme disarmonico e conflittuale dell’intero cast si contrappongono di volta in volta le coppie o i personaggi singoli, incorniciati e portati alla nostra attenzione da un faro, mentre il resto delle figure è sommerso nell’oscurità, degradato a brusio di sottofondo (da bar, aggiungerei) di momenti più intimi e in quanto tali più temibili. L’azione talvolta si ferma improvvisamente, congelando nel tempo un quadro epico dello squallore che, come prima, mette a fuoco solo certi personaggi; in altri casi la vediamo persino riavvolgersi, come in un DVD o in una cassetta, mentre gli attori tornano meccanicamente sui loro passi solo per ritrovarsi nella stessa melma esistenziale con la quale sono plasmate le loro sagome.

Esaminati i suoi vari aspetti, Animali da bar risulta essere una messinscena poetica quanto disperatamente nichilista, volgare e sconcia quanto infinitamente malinconica. Un boccale di vita stuzzicante al palato e amaro in gola, inaspettato come il pugno di un ubriaco e sincero come si può esserlo solo dopo un paio di birre.

Consigliato, anzi consigliatissimo.

 

Animal Bar
No, questa barretta di cioccolato non ha nulla a che fare con lo spettacolo. Tuttavia, sono quasi sicuro abbia un buon sapore.

Eclettico nella mia conoscenza del nulla, narcisista nella misura in cui il mio ego non incontra quello degli altri, più sensibile agli attacchi emotivi di opere fittizie che a quelli del libro/film/ videogioco chiamato “vita” (aspetto alquanto allarmante). Tento di approcciarmi al mondo nella maniera più amichevole possibile, ma se di dovere (e, talvolta, a sproposito) non mi faccio scrupoli ad attaccarlo con eguale ferocia. Salvo poi, magari, sentirmi dispiaciuto al riguardo. Non aspettatevi che lo confessi, comunque. Jack of… some trades, master of none… in particular.