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La menta è ancora verde: il pianista di Yarmouk

Aeham Ahmad il pianista di Yarmouk

Aeham Ahmad canta al teatro Heimathafen Neukölln, a Berlino (credits: Leif Hinrichsen, adapted)

Doveva essere il contorno di una foto, questo libro: dire cosa c’è stato prima e cosa dopo. La foto in questione è stata scattata nell’aprile del 2014 e ritrae un ragazzo smilzo con una maglietta verde al pianoforte. Non è una gran fotografia. Ma è stata scattata a Yarmouk. A Damasco. Damasco, quella che dovrebbe essere la capitale della Siria, e che invece è una città massacrata, divisa in quartieri che non comunicano più tra loro, uno in mano all’esercito governativo, l’altro in mano a una fazione di ribelli, l’altro in mano ad un’altra ancora. Non passano né persone né cibo, i quartieri sono messi sotto assedio e lasciati lentamente morire. Manca tutto a Yarmouk. Se vuoi un caffè, puoi zuccherarlo con la cera depilatoria. I cani e i gatti sono lentamente scomparsi. Viene mangiata anche l’erba. E, in una città del genere, in mezzo a lamiere divelte, pezzi di cose accatastate ai lati delle strade, macerie, polvere, c’è un ragazzo smilzo che suona.

La foto ha fatto il giro del mondo: è subito un simbolo, l’arte contro l’orrore. Si viene a sapere che il ragazzo smilzo si chiama Aeham Ahmad, e ha, o meglio, aveva, un complessino: si fanno chiamare I ragazzi di Yarmouk e suonano in mezzo alla gente; su Youtube sono già famosi. Il libro doveva essere il contorno di questa foto, per mostrare cosa ci fosse prima e cosa ci fosse dopo. E per farlo bisogna partire da molto prima.Da Yarmouk, dai suoi colori e dai suoi suoni, dalla gente che lo popolava e dalla storia personale e famigliare di questo ragazzo smilzo.

È così che quello che doveva essere un classico libro non-fiction, di testimonianza, finisce per essere un romanzo involontario, la storia totale di una vita, che inizia un po’ incerta, ma poi cresce, cresce, si struttura, la voce stessa dello scrittore si fa via via più sicura e matura, fino a quando il suo mondo non ha preso forma e ti appare davanti agli occhi, nitido. Yarmouk, quartiere palestinese di una città siriana, quartiere di pugni chiusi e bandiere di Fatah e Hamas; la scuola di musica; i professori della scuola di musica, che sono gli stessi in tutto il mondo. Vedi il giovanissimo Aeham in bicicletta in mezzo al traffico, la catena che cade e le dita incatramate d’olio. Vedi cosa voglia dire fare musica in un quartiere come Yarmouk, in cui nessuno possiede uno strumento, ma tu ne hai bisogno, e allora tuo padre si fa in quattro per recuperarti un pianoforte. Vedi il padre di Aeham, questo padre cieco, testardissimo e intelligentissimo, che voleva essere falegname pur essendo cieco e lo è diventato e che, non potendo permettersi di far accordare il pianoforte del figlio, ha imparato ad accordarlo, e poi è diventato accordatore.

Il pianista di Yarmouk Aeham Ahmad

La guerra è solo l’epilogo di una storia che viene da lontano, che nasce dalla musica ribelle di Ziad Rahbani, dalle canzoni di Fairouz, che esprimevano tutta la visione del mondo della generazione dei genitori di Aeham; nasce da quella società multiforme, povera e dinamica insieme, carica di contraddizioni e divisioni ma profondamente viva. Nasce, come ricorda Ahmad, dalla rivoluzione. È stata una rivoluzione, non una guerra civile, dice. È stata l’opposizione a due governi tirannici che troppo spesso vengono difesi qui in Europa senza che si conoscano veramente i crimini che hanno commesso, senza che si conosca la grande opposizione popolare che hanno suscitato.

Ne Il pianista di Yarmouk c’è il profumo di tutto questo. Non è semplicemente il contorno di una foto scattata nel 2014, una sua spiegazione un po’ più ampia, o un’autobiografia: è il racconto di un universo che si è spento e che riaffiora solo nella memoria. A noi europei interessa così poco il resto del mondo. E così, quando il resto del mondo batte alla porta, non lo capiamo. Pensiamo che sia un problema, cerchiamo il più possibile di scaricarlo alla nazione confinante[1], alla periferia di turno, nel ghetto o nel ripostiglio delle cose di cui non sta bene occuparsi. Leggere Ahmad significa anche capire chi siano queste persone che bussano alla nostra porta, quale sia il loro passato. E scoprire, per esempio, che un’umanità come quella noi europei non la vediamo tutti i giorni. Che persone con una tempra così, con una tenacia, con una forza come quelle noi le considereremmo straordinarie. 

C’è così tanta vita in questo libro, che non si coglie subito quanto vi sia di amaro, di irrimediabilmente riarso. Le persone che prendono forma in queste pagine sono così belle, così vere che pare di averle conosciute; i sentimenti sono vividi, puri. Ma la guerra ha crepato l’innocenza dell’autore, e con lei la stessa fede nell’arte. L’arte contro l’orrore, l’arte contro la guerra, l’arte che si erge nei momenti di maggiore bassezza dell’uomo: questo significava la foto che ha fatto il giro del mondo. Sì, Ahmad non nega tutto questo. Ma è più complicato, meno trionfale.

Quella stessa arte ha portato alla morte di una ragazza tredicenne che cantava con Ahmad. Non riuscirà mai a perdonarselo. Non doveva esporre dei ragazzi così giovani al pericolo. Non c’è guerra, non c’è morte, non c’è lutto che abbia inciso così profondamente Ahmad. In fondo, il segreto di tutto il libro è il tentativo impossibile di espiare una colpa non sua. Forse è questo che lo rende così meraviglioso e accecante.

L’arte è la più fragile creatura di questo mondo. Non ti dà dei dati precisi su come orientarti nel mondo, non ti dice cosa farai domani e cosa devi fare oggi. Non ti dà una risposta valida e luminosa. Quello che però può fare, in alcuni momenti, è ricordarci che siamo vivi. Che, nonostante tutto, esistiamo. Questo era il senso dell’idea di Ahmad. Ricordare che, come, scrive, a Yarmouk le piante di menta sono ancora verdi, e ci sono ancora le rose, vanno solo innaffiate. E questo vale anche per i nostri cuori. Da qualche parte, in chi soffre, di chi è disperato, di chi ha perso tutto o deve convivere con un dolore troppo grande, da qualche parte nel loro cuore, la menta è ancora verde.

Yarmouk vi implora:
tra le rovine e le tombe,
piantate un fiore per il sole.
Yarmouk vi sfida e grida:
“Tornate, popolo di cacciati,
le piantine di menta sono ancora verdi,
le rose vi aspettano.

Tornate, figli dispersi, e innaffiatele”.

(Aeham Ahmad, Il pianista di Yarmouk, Milano, La Nave di Teseo, 2018, p. 235)

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.