Cosa leggere in agosto? Cinque libri perfetti per l’estate

Leggere agosto

Sarà certamente un agosto un po’ strano: molti rimarranno in città, poche vacanze all’estero e la preoccupazione di una pandemia non ancora del tutto sconfitta. Per fortuna, c’è un modo di viaggiare senza muoversi di un centimetro: sprofondarsi nella lettura.  E così, come di consueto, ecco a voi la nostra lista di libri per affrontare questa estate!

1. Amitav Ghosh, Il paese delle maree

di Andrea Poletto

amitav gosh il paese delle maree

Le nostre leggende raccontano che la discesa dal cielo della dea Ganga avrebbe spaccato la terra se il dio Shiva non ne avesse domato l’acqueo furore imbrigliandolo fra le sue chiome intrise di cenere. Ascoltare questa storia è come vedere il fiume in un modo particolare: come una treccia celeste, per esempio, un’immensa fune d’acqua che si snoda in una vasta pianura arsa.

Così scrive sul suo taccuino Nirmal, uno dei protagonisti di questo strano romanzo. Strano non perché la trama regali colpi di scena inediti o personaggi bizzarri, ma perché riesce nell’intento di immergerci in una realtà per noi strana, una nicchia del mondo: i Sundarban.

Facciamo un salto indietro. Amitav Ghosh è uno degli scrittori indiani più apprezzati al mondo, i suoi romanzi storici si caratterizzano per la ricerca meticolosa delle fonti e per l’accuratezza dei dettagli: spesso è il quadro storico e sociale il vero protagonista del suo racconto e Il paese delle maree non fa eccezione. Il romanzo esce dopo Il palazzo degli specchi, una storia che si svolge nell’incredibile arco temporale di cent’anni, ma al contrario di quest’ultima, qui le vicende si concentrano in poche settimane: non ci porta a conoscere la genealogia di una famiglia o di una nazione, ma ci regala uno spaccato di un mondo che scorre parallelo alla grande storia, che ne viene sconvolto e toccato e che è capace di darsi di nuovo forma, come la spiaggia dopo una marea.

I Sundarban – dicevamo – la foresta di mangrovie più fitta del mondo, divisa tra Bengala Occidentale e Bangladesh: Amitav Ghosh muove i protagonisti in quelli che sono i luoghi della sua infanzia e lo fa con una ricchezza di colori incredibile. Non invidio affatto la povera traduttrice che si è sobbarcata il compito di dipanare le vicende di Piya, la giovane biologa, Kanai, l’arrogante traduttore e Fokir, il pescatore bengalese: il trio improbabile si aggira in una selva di parole e codici che sembra impossibile rendere in modo coeso. Eppure il libro scorre benissimo e si legge senza fretta e senza intoppi.

Il mio amico Subhojit, cresciuto a Calcutta, mi ha detto che fatica a capire come una persona che non abbia vissuto in quelle zone possa godersi appieno il libro: io trovo invece che sia anche questo il bello, lasciarsi trasportare da un mondo diverso e provare a guardarlo dall’interno.

2. Eleonora Sacco, Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici

di Gabriele Stilli

Eleonora Sacco piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici
Bibi, con sua cugina Langar- Abitano nella valle di Wakhan, in Tagikistan. (credits: Eleonora Sacco)

Nessun viaggio nasce per caso. Anche la più assurda delle coincidenze risponde a un richiamo, nasconde un nodo di origine, un seme che era già piantato dentro di me e che poi germoglia.

Per dire che questo Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici merita tutto il nostro tempo basterebbe poco: dire, per esempio, che Eleonora Sacco ha viaggiato quasi ovunque, in posti sconosciuti e quasi inaccessibili, in cui essere europeo è una vera e propria rarità; dire che questo libro mette insieme tante storie che le sono accadute, ora sui monti kirghizi, ora nelle piane dell’Asia Centrale, fino alla remotissima Sachalin, proprio sopra il Giappone. E dire che le racconta in modo leggerissimo e profondo, e riesce quasi a farti vedere le situazioni, e a raccontarti le voci di luoghi che fino a un momento prima per te erano solo un punto su una cartina.

Eppure mancherebbe ancora qualcosa: mancherebbero le storie delle lingue che si incontrano in questo Alfabeto, che è un po’ un manuale, un po’ un libro di viaggio, un po’ un concentrato di frasi, di parole, e della loro storia nomade, del loro intrecciarsi nei secoli per ricomparire, per caso, sulla bocca di qualcuno. E mancherebbe una sensazione che serpeggia per tutto il libro, permeandolo.

Sembra una cosa semplice, il viaggio. Sembra semplice, dirsi che si viaggia per conoscere, per crescere, per capire il «nocciolo delle cose». Sembra semplice anche convincersi di non essere turisti, di viaggiare “selvaticamente”, con una tenda in spalla o dormendo con un coltello in mano. Ma, alla fine, non è questo che ti differenzia da un turista. Non è quanto poco spendi, o quanto lontano vai, e nemmeno quanti pochi turisti incontrerai sul tuo cammino.

Alla fine, l’essenza di un viaggio è qualcosa di molto piccolo e banale. Di così piccolo che ce lo dimentichiamo sempre: creare legami. Conoscere le persone, oltre che vedere i posti. Starci insieme, parlarci, anche quando non si hanno a disposizione parole. Sbattere la faccia contro la loro differenza. Contro la loro bellezza e i loro difetti. A questo serve il viaggio. A riconoscerci parte di questa giostra meravigliosa, così immensa e così terribile, che si incontra e si biforca, e a cui non sappiamo dare nome, ma che continua ad affascinarci.

3. N.K. Jemisin, La quinta stagione

di Marco Spelgatti

NK Jemisin La quinta stagione
NK Jemisin (credits: GQ)

Più che un consiglio questa è una lettera d’amore.

Nella Trilogia della Terra Spezzata (di cui “La quinta stagione” è il primo volume), N.K. Jemisin affronta (soprattutto) il razzismo: marginalizzazione, sfruttamento, oppressione. Lo fa mischiando arte e critica sociale e senza mai annoiare. Non solo: ha preso un genere che facilmente ripete sé stesso per farne qualcosa di nuovo e vivo. L’Immoto è un mondo complesso, ricco di culture e tradizioni che l’autrice presenta senza pesanti spiegoni, ma mostrandole sullo sfondo, mentre le cose accadono.

La trama complessa si snoda senza appesantire chi legge: quando necessario riprende, ricollega con pochi tratti un evento all’altro. La gestione della scena è grandiosa, così come il lessico: spesso con due, tre parole la scrittrice scatena emozioni violentissime. Molti autori sono validi artigiani (George R.R. Martin), altri magici evocatori (Nnedi Okorafor), ma di rado le due cose si uniscono: Jemisin è una delle poche voci autoriali capace di creare una letteratura alta, ricca e accessibile. E sa come strapparti dalla tua zona di comfort.

Se sei convinto di non essere razzista, “La quinta stagione” ti tira fuori di peso da questa comoda sicurezza. Le protagoniste sono per la grande maggioranza persone nere. Jemisin ha un repertorio ricchissimo per descrivere i toni della loro pelle. Eppure la tua testa riuscirà ad assimilarne uno o due, magari dimenticandoli rapidamente se non rendendo i volti direttamente bianchi. Il razzismo è una forma di cecità, Jemisin la medicina, quel tipo di medicina che all’inizio fa male, brucia ma, ehi: il disagio è necessario per decostruire la cultura oppressiva di cui facciamo parte, anche se ci illudiamo del contrario perché non diciamo la parola con la N e abbiamo un’amica gambiana.

Quando le hanno chiesto perché è sempre così esplicita nel parlare di razzismo nei suoi romanzi, ha risposto: “Le allegorie non descrivono la realtà. La nascondono”. E quando le allegorie cadono non si può dire di non sapere, e a quel punto si può solo o continuare a far parte del problema, o cambiare.

E amare N.K. Jemisin.

4. Stefano Mancuso, Plant Revolution

di Giovanni Luca Molinari

Plant Revolution Stefano MancusoIl tipico “libro da ombrellone”, si sa, è un bel romanzo di genere. Un thriller pieno di intrighi internazionali, un romanzo storico da 600 pagine, o rosa o di fantascienza o fantasy. Questa però non è un’estate come le altre, e in tanti sotto l’ombrellone non ci metteranno nemmeno piede.

Lago, montagna, escursioni al fiume, preferibilmente in camper o in tenda, e parchi cittadini per i meno fortunati: queste sono per tanti le destinazioni estive del 2020. E allora forse anche il libro da ombrellone diventa anacronistico e bisogna pensare ad una alternativa. Un’ottima opzione ci è offerta da Stefano Mancuso con il suo Plant Revolution, sottotitolo: “le piante hanno già inventato il nostro futuro”.

Se fosse necessario definire Plant Revolution con un’etichetta unica, probabilmente bisognerebbe parlare di “saggio di botanica”, un genere decisamente meno accattivante rispetto alle letture estive tradizionali. Lo stile di Mancuso, tuttavia, grazie ad un sapiente mix di curiosità del mondo vegetale, aneddoti personali e riflessione filosofica, riesce a coinvolgere il lettore con la stessa forza di un romanzo fantastico. Ed in effetti, leggendo alcune pagine di Plant Revolution, la sensazione è proprio quella di ritrovarsi nella fantasia di qualche visionario scrittore di fantascienza.

Mancuso, professore di fama mondiale e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale di Firenze, guida il lettore alla scoperta di un universo tanto vicino a noi quanto alieno: il mondo vegetale. Siamo abituati a pensare le piante come parte del paesaggio, come esseri inanimati buoni al massimo per decorare un appartamento. A volte nemmeno riusciamo a distinguerli come singole entità, quando ad esempio camminiamo su un prato o ci addentriamo nella foresta. Eppure, questa visione del mondo delle piante è destinata a cambiare radicalmente quando scopriamo, nel giro di poche pagine, che le piante sono dotate di una loro “memoria”, sanno compiere movimenti rapidissimi, “vedono” e sono addirittura in grado di manipolare il comportamento di animali ed esseri umani grazie a complesse strategie biochimiche.

Non solo. Le raffinate soluzioni elaborate dalle piante per sopravvivere e riprodursi, frutto di un’evoluzione che precede di milioni di anni quella animale, possono essere di ispirazione per immaginare futuri alternativi. Architetti, studiosi di robotica e addirittura astronauti possono guardare alle piante come ad un modello da imitare. La particolare struttura fisica di questi esseri, orizzontale e non specialistica, può dischiudere la possibilità di nuove forme di organizzazione sociale, basate su una democrazia autentica e su un potere decisionale distribuito.

Dopo avere letto Plant Revolution, quando passeggerete in montagna, in riva a un fiume o in un parco cittadino, non guarderete più alle piante che vi circondano nello stesso modo.

5. Ingy Mubiayi, Igiaba Scego, Zhu Qifeng e Muin Masri, Amori Bicolori

di Rebecca Restante

Igiaba Scego
Igiaba Scego

Lo so, d’estate vorremmo solo staccare la spina. Però riflettiamoci: gli atti di razzismo, sessismo e gli stereotipi vanno in vacanza?

È per questo che vorrei consigliarvi una raccolta di racconti brevi e intriganti, adatti alla leggerezza estiva, ma consapevoli di ciò che bisogna modificare nella nostra società. Infatti l’opera Amori bicolori (2008) di Ingy Mubiayi Kakese, Igiaba Scego, Xhu Qifeng e Muin Masri fotografa con ironia il nostro Paese, attraverso la chiave delle relazioni amorose.

Focalizziamoci sul racconto “Identità” di Igiaba Scego: la scrittrice italiana di origine somala denuncia tre stereotipi, di cui due di matrice italiana.

Fatou è una donna di origine africana, vissuta in Italia; mentre Valerio è un uomo di origine italiana, vissuto in Africa. I due vivono una vita di coppia nella norma, fino a che dei luoghi comuni non arrivano ad ostacolare la quiete.

Il primo ostacolo è Milena Morri, una giornalista che in seguito a un’intervista sui problemi e sui vantaggi di una coppia mista, scrisse di Fatou come una venere nera ipersessualizzata, ma anche come una madama che obbedisce al marito a mo’ di serva: stereotipi che provengono dalla colonizzazione italiana, secondo cui la relazione extraconiugale tra un un uomo e una donna nera, oltre ad essere una violenza, vertiva su questi punti.  Infine l’ultimo preconcetto proviene dalla sua terra d’origine, attraverso la figura di sua sorella Nura, che la vorrebbe legata ad un uomo africano, sottomessa da lui e dalle tradizioni locali.

Dunque la protagonista si sente schiacciata dai “doveri” che le due culture le impongono: vivere in Italia le è costato caro, poiché per il suo colore le viene negato l’arbitrio, mentre per il suo genere non esiste emancipazione. L’opera si apre, per l’appunto, con la seguente domanda:

«Non è stato un grande affare per me nascere in Italia. E per te amore?».

Non viene riconosciuto il suo essere, è solamente in parte italiana e in parte africana, quindi quale sarà il suo posto nel mondo? Il finale lo indicherà: una donna, nera, deve essere libera!

Una lettura perfetta sotto l’ombrellone, poiché gradevole ma profonda: estate e responsabilità possono convivere!

Redazione
Redazione

Amiamo la letteratura, la poesia e l'arte. Ma da centocinquant'anni i poeti circolano senza aureola, e quanto alla letteratura, dicono che non si senta troppo bene. Sarà vero? Intanto, prepariamo ironicamente le nostre esequie per un'arte ancora lungi dall'essere morta...

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