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Virgilio il Negromante

Eugène Delacroix, Dante e Virgilio all’Inferno, 1822

La Storia ci dice che Publio Virgilio Marone compì la sua parabola terrena tra il 70 e il 19 avanti Cristo. Nacque a Mantova, visse a Roma, morì a Brindisi. Nel corso di una vita poco avventurosa ebbe tuttavia contatti con le maggiori personalità del panorama artistico e politico della Roma del suo tempo: Gaio Clinio Mecenate se lo coccolava, Ottaviano Augusto lo portava in palmo di mano. A imperituro ricordo delle sue doti poetiche ci lasciò l’Eneide, un’immane fatica in dodici canti che il poeta stesso, poco prima della sua morte, avrebbe in realtà dato ordine di distruggere perché ancora priva delle necessarie rifiniture. Da non dimenticare anche le Georgiche, poema didascalico sulla coltivazione dei campi, e quelle Bucoliche che ad alcuni è dato di cominciare ad apprezzare alla fine del liceo, ma che inflitte a una disordinata marmaglia di sedicenni ancora allupati per i carmi di Catullo non sortiscono che di rado un effetto piacevole.

Questi, in soldoni, sono i fatti che vengono riportati su ogni manuale di letteratura latina. Se però, per un istante, riuscite a calarvi nei panni di uno studente di epoca medievale, tenete presente che ci sono ben altri fatti riguardanti il poeta mantovano la cui conoscenza vi sarà indispensabile per passare l’esame. Rivolgiamoci alla più grande enciclopedia storica dell’Europa di quel tempo, lo Speculum historiale di Vincent de Beauvais, per una rapida epitome.

Di questo Virgilio si dice che abbia fatto cose meravigliose. Si dice che su una delle porte di Napoli, in Campania, abbia posizionato una mosca di bronzo che allontanava tutte le mosche dalla città. Nella stessa città si dice che abbia edificato un mattatoio in cui nessun pezzo di carne andava in putrefazione. Si dice che abbia costruito anche una torre campanaria in modo tale che tutto l’edificio si muovesse con lo stesso movimento delle campane quando queste suonavano; questo tuttavia non mi sembra vero, perché le campane non erano ancora entrate nell’uso corrente (a meno che non fossero già usate dai pagani prima ancora che dai cristiani). Si dice che abbia costruito un giardino in modo tale che in esso non cadesse mai la pioggia, e anche delle terme da lui edificate si raccontano meraviglie. Alcuni tengono per certo che abbia costruito anche quel mirabile artificio che veniva chiamato “La salvezza di Roma”, considerata la prima tra le sette meraviglie del mondo[1]

What the fuck, Vincent de Beauvais? Mosche di bronzo, macelli, campanili semoven… ah no. Quello no, perché i pagani non usavano le campane. Non perché non si sa in che modo un poeta del I secolo avanti Cristo avrebbe potuto far ruotare su se stessa una massa lapidea di trenta metri d’altezza. Vincent dedica al Virgilio poeta esattamente lo stesso numero di righe che riserva a un Virgilio mago-artigiano-architetto e alla descrizione di una Salvatio Romae che nessun’altra lista delle sette meraviglie del mondo ha mai contemplato.

Gustave Doré, Dante incontra Virgilio, 1857

Cominciamo col dire, amabili lettori, che il Cristianesimo dei primi secoli, nella sua spasmodica brama di guadagnare alla causa della nuova fede i più nobili lacerti della cultura pagana, aveva cominciato ben presto a tentare di cucire addosso a Virgilio una veste non sua: quella di profeta. Prendendo le mosse da un celebre quanto ambiguo passo della quarta ecloga delle Bucoliche, si era tentato di dimostrare che Virgilio avesse predetto anzitempo la nascita del Cristo. Alcuni tra i Padri della Chiesa erano in realtà i primi a rigettare una forzatura di questo genere, ma altri la prendevano per oro colato[2], e nella bassa suburra la fama di Virgilio il profeta dovette in ogni caso diffondersi con una certa autorità. È forse da questa tradizione che, quasi mille anni più tardi, cominciarono a germogliare i teneri virgulti di una ben più complessa trama di dicerie: quella secondo la quale Virgilio avrebbe posseduto, oltre ad una raffinata arte poetica, tutto il bagaglio delle conoscenze necessarie al perfetto negromante[3].

Impossibile tracciare con sicurezza il percorso che, nel più improbabile gioco del telefono senza fili della Storia, trasformò l’originale lettura in chiave cristiana dell’ecloga del poeta mantovano in questa disordinata farragine di pettegolezzi. È un fatto, tuttavia, che le prime testimonianze ci giungano dall’area inglese, dove qualche accenno nel Polycraticus di Giovanni di Salisbury (1159) e, soprattutto, nel fortunatissimo trattato De naturis rerum dell’abate Alexander Neckam (fine XII secolo) costituirono per la leggenda virgiliana il trampolino di lancio per la conquista dell’Europa intera. Da quel momento in poi, sembra che ad ogni apparizione in un testo letterario di qualsiasi natura questo mosaico di leggende si sia arricchito di nuovi e affascinanti tasselli.

Nell’opera di Neckam sono attribuite a Virgilio la costruzione della Salvatio Romae e del mattatoio incantato, oltre alla liberazione della città di Napoli da un’invasione di sanguisughe ottenuta gettando in fondo a un pozzo un talismano d’oro a forma di rondine[4]. In un’avvincente compilazione di mirabilia dei primi del Duecento, gli Otia imperialia di Gervasio di Tilbury[5], lo stesso autore dell’opera sostiene di aver constatato in prima persona l’efficacia di uno degli artifizi ideati da Virgilio a Napoli: due statue magiche posizionate ai lati di una delle porte d’accesso alla città, che assicuravano buona o cattiva sorte all’ignaro passante a seconda che questi avesse varcato la soglia dall’uno o dall’altro lato. Già abbiamo visto poi quale tesoro di meraviglie fosse attribuito al vate mantovano dallo Speculum historiale di Vincent de Beauvais, definitiva consacrazione di una leggenda la cui veridicità, corroborata dalla sua inclusione all’interno della più autorevole enciclopedia del mondo medievale, nessun uomo di cervello si sarebbe a quel punto più sognato di mettere in discussione.

E se queste erano le informazioni spacciate per certe dalle opere storiche, figuratevi cosa dovevano essere quelle contenute nelle opere di fiction! Nel Roman de Cléomadès del troviero Adenet Le Roi (fine XIII secolo), di tre monarchi africani maestri nell’arte della magia si dice che “avoient estudié les livres de Virgilles[6], famoso negromante che, tra le altre cose, aveva costruito una statua equestre che aveva il potere di guarire le malattie dei cavalli e un orologio costituito da quattro automi che allo scadere di ogni stagione si lanciavano l’un l’altro una mela d’acciaio.

Gustave Doré, Dante e Virgilio nel Cocito, 1857

“Lesquelles choses”, assicurava Adenet, “sont approuvees et tesmoignent les historiens[7]. Ad un’altra fonte, il volgarizzamento di un più antico racconto in latino che andava sotto il nome di Historia septem sapientum[8], dobbiamo invece la diffusione di un’altra delle più note favole che vedono Virgilio nel ruolo del protagonista: quella secondo la quale il poeta avrebbe costruito un braciere animato da un fuoco inestinguibile e protetto da una statua magica a forma d’arciere.

Se nei primi tempi questi pettegolezzi riguardanti il povero autore dell’Eneide avevano costituito solo un raccogliticcio corpus di aneddoti, col passare dei secoli vi fu chi tentò di organizzare tutto questo po’ po’ di materiale in un racconto più strutturato. Lo storico liegese Jean d’Outremeuse – autore a metà del ‘300 di un’affascinante storia del mondo che è quasi un unico, grande romanzo fantasy – dedicò a Virgilio un tale spazio all’interno della sua opera da poterne quasi cavar fuori un romanzo nel romanzo.

Qui Virgilio non è neanche più un poeta, ma il figlio di un re d’Algeria. Versato in ogni scienza, il principe stupisce i Romani con ogni sorta di artifizio magico e meccanico. Tra una cosa e l’altra trova anche il tempo di far rendere gli onori funebri al cadavere di Giulio Cesare e di profetizzare la nascita e la crocifissione di Gesù Cristo. S’innamora di una dama, la bella Febilia, e per vendicarsi di un brutto tiro ch’ella gli gioca, priva del fuoco tutta la città di Roma. Mica cotiche. E tenete presente che questo è ancora niente rispetto alla massa di materiale che un’anonima, fortunatissima compilazione dei primi del ‘500, Les Faictz merveilleux de Virgille, riuscirà a cucire insieme[9]. Roba da tenervi incollati allo schermo per le prossime tre ore, se avessi voglia di abusare della vostra pazienza e decidessi di ignorare i messaggi minacciosi che il caporedattore mi sta mandando sul cellulare da un quarto d’ora.

Avviamoci dunque verso la conclusione dicendo che il capolavoro indiscusso del Virgilio negromante, quello che ogni fonte cita come esempio supremo della sua arte, la ciliegina su questa bellissima torta fatta di nulla, resta sempre e comunque la Salvatio Romae. Tutti gli autori che ne parlano lo fanno con deferenza e un’ammirazione sconfinata. Vincent de Beauvais la inserisce nella lista delle sette meraviglie del mondo, il che a ben vedere è un bel successo, per un qualcosa che non è mai esistito. Ma che cos’è, questa Salvatio Romae? Cos’è questa genialata la cui conoscenza l’enciclopedico frate francese dà tanto per scontata da non ritenere necessario nemmeno descriverla?

William Adolphe Bouguereau, Dante e Virgilio, 1850

Un certo mastro Gregorio, cui dobbiamo una simpatica guida turistica del XII secolo alle meraviglie della città di Roma, ce ne ha lasciata una descrizione che è forse la più particolareggiata, e che è una miniera di sorprese. Secondo Gregorio, “tra tutte le opere meravigliose che un tempo vi furono nella città di Roma, la più ammirevole è la moltitudine di statue che veniva definita ‘La salvezza dei cittadini’.“

Essa consisteva in un sontuoso palazzo in cui erano state erette tante statue quante erano le province soggette all’autorità dei Romani. Al collo di ogni statua era appeso un campanello d’argento, “e se un popolo tentava di ribellarsi all’impero, subito la sua statua cominciava a muoversi, il campanello che aveva al collo suonava e uno dei sacerdoti [preposti a questo compito] portava ai governanti il nome di quella statua messo per iscritto[10]”. 

E non è finita qui. Sul tetto del palazzo era infatti posizionata un’altra statua in forma di un soldato a cavallo che, non appena in città si cominciava a sentire puzza di ribellione, puntava la sua lancia nella direzione della provincia responsabile di questa perturbazione della quiete pubblica. Un marchingegno così combinato era il trionfo di Virgilio.

La magia e la tecnica – se pure a quei tempi tra le due cose si faceva distinzione – si fondevano insieme per garantire la pace all’impero più grande del mondo. Mastro Gregorio si lasciò trasportare a tal punto dal fascino di questa leggenda da dichiarare, nel bel mezzo della sua descrizione, che ai suoi tempi parte delle mura di questo palazzo ancora esisteva, insieme a certe sue cripte “orride e inaccessibili” che mostravano chiaramente quale dovesse essere stata, in passato, la maestosità di quel complesso.

Perciò, a questo punto, cosa resta da dire? Io dico: continuate. Continuate, liceali di tutto il mondo. Sbattete la testa sui banchi cercando di farci entrare Aristeo e Didone, e Iulo, e Melibeo. Ripetete a pappagallo i vostri àrmavirùmquecanò, i vostri Tìtyretùpatulè. Virgilio non ha bisogno di voi. In un altro mondo, il vate di Mantova si è già preso la sua rivincita su chi lo considera solo un povero sfigato. In un altro, bellissimo mondo, Virgilio ha salvato Roma, ha costruito statue parlanti, ha edificato la città di Napoli. Ha trattato alla pari con re, profeti e imperatori. Ha scaldato i poveri con fuochi inestinguibili, ha rinchiuso in un vaso di bronzo i demoni dell’Inferno. E non importa chi tu sia. Sì tu, tu che leggi queste righe. Sappi che, nel fantastico mondo dell’uomo medievale, Virgilio è stato e sarà sempre una spanna più in alto di te.

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Federico Franchin

Federico Franchin

È nato a Monza nel 1991 e da allora vive a Senago, nel Milanese. Cresciuto in mezzo ai libri, ha una spiccata tendenza ad interessarsi a scrittori e musicisti giudicati minori o semisconosciuti, convinto com'è che anche a loro faccia piacere sentir pronunciare il proprio nome, ogni tanto.
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