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Una solitudine troppo rumorosa

una solitudine troppo rumorosa

Domenico Grenci, Vision du Monde, 2014

Camminavo lentamente di fianco alle file ordinate di volumi sugli scaffali, pronta a farmi attrarre e a dover compiere, seppur a malincuore, un’ardua scelta: quale avrei portato a casa? La prescelta è stata un’opera dal titolo ossimorico, Una solitudine troppo rumorosa, che faceva già presagire un nonsoché di particolare.

L’autore ceco Bohumil Hrabal lascia che il lettore si immerga gradualmente nello scenario della Praga degli anni settanta, la cui anima più profonda viene tratteggiata a partire dalle putride viscere di un palazzo in cui lavora il protagonista, Hanta.

Hanta per mestiere pressa libri vecchi e carta di ogni genere, tra cui anche quella insanguinata dei macellai, che inevitabilmente attira sciami di mosche carnarie che danzano impazzite in una macabra coreografia. Ogni giorno, da trentacinque anni, schiaccia quintali di carta nella sua pressa meccanica: un lavoro umile e logorante reso straordinario dallo zelo e la passione con cui lo compie, con la vista annebbiata dai fiumi di birra che trangugia avidamente e la compagnia delle mosche carnarie e dei topi, di due prostitute dagli abiti sgargianti e dei grandi che gli appaiono accanto come visioni, tra cui nientepopodimeno che Gesù Cristo e Laozi; sottofondo a questo scenario allucinato sono le urla del suo padrone, che lo incita a non perdersi nei grovigli di ricordi e idee.

Hanta è involontariamente istruito e ogni giorno si riempie dell’incommensurabile bellezza delle parole. Per reverenziale rispetto e riconoscenza ai maestri dell’arte e della letteratura, abbellisce ogni pacco di carta pressata con una pagina di un libro o una stampa colorata, come quella de I Girasoli di Van Gogh; ogni carico è una sorta di monito dell’infinita bellezza dei frutti dell’ingegno umano.

biciclettaL’esistenza placidamente tormentata di Hanta è però suo malgrado scossa dal momento di passaggio che si trova a vivere: la piccola pressa meccanica cui si dedica instancabilmente deve essere sostituita dalle presse idrauliche, che lavorano venti volte in più della sua ma che implicano anche metodi di lavoro totalmente scevri di passione. Questa nuova invenzione non rappresenta solo un’evoluzione tecnologica, ma porta con sé la rivoluzione, incarnata da operai vestiti con tenui colori pastello, che sorseggiano latte al posto della birra e soprattutto non degnano di uno sguardo il crogiolo di mondi, parole e pensieri che stanno per demolire.

“Io quando leggo in realtà non leggo, io infilo una bella frase nel beccuccio e la succhio come una caramella, come se sorseggiassi a lungo un bicchierino di liquore, finché quel pensiero in me si scioglie come alcool, si infiltra dentro di me così a lungo che non mi sta soltanto nel cuore e nel cervello, ma mi cola per le vene fino alle radicine dei capillari”

Un libro di poesia in prosa, stimolante, particolare, in cui filosofia, letteratura e vita sono abilmente intrecciate. La punteggiatura è decisamente rara, quasi a non voler interrompere l’impetuoso flusso di pensieri. Durante la lettura ci si imbatte spesso in frasi molto simili tra loro, come «Per trentacinque anni ho pressato carta vecchia» che si ripete in varie sfumature almeno una dozzina di volte, a ribadire il punto di vista del protagonista che sarà alla fine la vittima.

Catturare in poche frasi l’essenza di questa storia è pressoché impossibile: troppo densa per essere sintetizzata, troppo brillante e sagace per poterle rendere giustizia. Bohumil Hrabal ha composto un capolavoro che esprime efficacemente la seconda faccia della medaglia del progresso, quella dell’amarezza di chi si deve fare da parte pur essendo l’ultimo custode dell’antico modo di fare le cose in maniera meno meccanica e mille volte più appassionata. E’ un inno alla letteratura, alla bellezza dell’arte, che comunica con una forza dirompente che il mondo risplende alla luce della cultura, che con la sua straordinaria potenza è in grado di raggiungere persino le putride viscere di un palazzo praghese.

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Vittoria Pauri

Vittoria Pauri

Mi chiamo Vittoria e ho diciotto anni. Se questo fosse un questionario di Proust, alla domanda "qual è il tuo motto?" non avrei esitazione a citare la frase di Gandhi che, tradotta piuttosto liberamente, recita così: il miglior modo per trovare se stessi é perdersi nel servizio degli altri. Mi riassume perfettamente. Le due cose di cui non posso fare a meno sono la curiosità di capire ciò che mi capita intorno e un quadernetto, da cui non mi separo mai, su cui scrivo tutto quello che mi passa per la testa e su cui colleziono frammenti di libri, poesie e conversazioni.
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