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La poesia dell’arcano: Umberto Bellintani

Antonio Ligabue, Tigre assalita dal serpente (particolare)

Antonio Ligabue, Tigre assalita dal serpente (particolare)

Umberto Bellintani. Il nome dice poco anche agli addetti ai lavori. Si trova nelle librerie la sua prima raccolta, Forse un viso tra mille, ristampata di recente. Per le altre opere, bisogna armarsi di pazienza e setacciare librerie dell’usato, biblioteche e archivi. Dell’ultima raccolta pubblicata in vita, addirittura, sopravvive un’unica copia al Centro Apice dell’Università degli Studi di Milano. Eppure Bellintani non era uno sconosciuto, negli anni ’50, quando pubblicava le prime opere. Stimato da intellettuali dell’importanza di Vittorio Sereni, amico di Mario Luzi e Vasco Pratolini, recensito nientemeno che da Montale. E indiscutibilmente poeta. Basterebbe uno dei suoi quadri rustici, come Sera di Gorgo, per darci un’idea della qualità del suo verso: 

Ancora opache innanzi a questa
sera ed umane.
Ora sono delle anime viola
le figure d’intorno al carretto
di chi grida il bel rosso dell’anguria.
E l’asino è un’ombra che sogna

e mastica biada.

Là il cielo è un verde di giada;
una rondine vi si tuffa,
esce, si perde:

è quasi ora di accendere lucerne.

(U. Bellintani, Sera di Gorgo, da Forse un viso tra mille, Passigli, Firenze, 2014, p. 10)

Una voce calda ci parla. Una voce calda innamorata del paesaggio che vede e vive. Siamo a Gorgo, frazione S. Benedetto Po, paesino disperso nella campagna mantovana, che discende verso le sponde del Grande Fiume. Paesaggio lombardo di case e campi, e filari di alberi vicino alle rogge; forse un tempo vi erano anche dei boschi, oggi pressoché scomparsi, in favore di terreni agricoli e nuovi insediamenti. Siamo in una terra ancora oggi poco raggiungibile, lasciata in disparte.

Come il nostro autore. Come la personalità del nostro autore, schivo, allergico ai complimenti e alle celebrazioni. Assolutamente restio addirittura alla pubblicazione: saranno Pratolini e Parronchi a convincerlo a mandare alle stampe la prima volta; sarà Maurizio Cucchi a pregarlo di tornare alla luce, dopo ben trentacinque anni di silenzio. 

Ivan Kramskoy, Bambini nella foresta, 1887 Bellintani

Ivan Kramskoy, Bambini nella foresta, 1887

Sì, trentacinque anni di silenzio: nel ’63 decide di non pubblicare più, decide di essere troppo piccolo e acerbo per quel mondo di professori, di intellettuali. Lui viene dalla campagna, è un semplice impiegato di provincia, si sente assolutamente inadeguato, nonostante le suppliche, gli incoraggiamenti. Ed è per questo che, alla fine, è stato dimenticato, il mondo poetico si è concentrato su altro. Bellintani ha sempre ripiegato su se stesso, ha sempre deciso di rimanere così, al di fuori dal mondo. Come l’ostrica verghiana, ritorna sempre nel suo bozzolo, nella sua Gorgo. C’è qualcosa che lo attira, lì. Qualcosa che non si vede, che non si sente. Qualcosa che, sono giunto alla conclusione, è molto simile a quello che dice Ginevra Bompiani alla fine di un’intervista rilasciata a Nuovi Argomenti

[…] La lettura è stata, per tanti secoli, una sospensione di realtà, una pausa dentro alla morsa degli eventi. Oggi di realtà ce n’è poca, siamo circondati di dispositivi che fingono di condurci a lei, mentre ci riportano a noi. È come vivere in una stanza piena di specchi, sperando di attraversarli. Per questo, credo, o anche per questo, si legge poco. Perché il gesto del nostro tempo non è quello di appartarsi, ma quello di sbattere contro gli specchi, o contro la gabbia, come tanti uccelli allarmati. 

E’ la possibilità di rimanere in disparte. Marginali. E da lì, di osservare la vita. Di immaginarla, ricrearla. Con una forza e una vividezza impossibili se si fosse al centro: perché il centro è fatto di specchi, che in ogni momento riflettono nuovi oggetti, nuove cose; e allora si vorrebbe andare lì, verso quelle cose. Ma sono solo un riflesso.

E’ per questo, forse, che Bellintani è uno dei poeti più straordinariamente visionari della nostra letteratura. Ora abbiamo visto uno scorcio di campagna, di vita vicino a lui. Ed è affascinante, suggestivo. Sentiamo questa voce calda, umana; vediamo i colori, il rosso dell’anguria. Siamo lì, come per toccarli, come in un quadro di Segantini. Ma Bellintani non si limita a questo verismo rustico: va molto oltre. Lo vediamo nella sua seconda raccolta, in una poesia come Il gatto che ritto si dorme (ripubblicato poi con il titolo di Voci dell’arcano): 

Il gatto che ritto si dorme
al sommo del palo in questa quiete 

dell’aria al pomeriggio di fuoco,
e la rana che grida terrore
dove il fosso s’incurva, 

sono voci dell’arcano, e la cetonia 
stremata sul sentiero e l’acqua 
infesta di torpore e morte;
voci dell’arcano 
che dilagan talvolta allora 

che tutto s’addensa nel cuore, 

preme e non sai 
se di vita diversa un esser vivo
un irrequieto immortale
o d’altri mondi a noi cala la voce. 
Altro non sai che tu vivi
di questo senso profondo della vita 

che ti snerva e che puoi
affascinato dare il fianco alla morte. 

(U. Bellintani, Paria, Edizioni della Meridiana, Milano 1955, p. 13) 

Henri Rousseau, L'incantatrice di serpenti, 1907 Bellintani

Henri Rousseau, L’incantatrice di serpenti, 1907

Il gatto, la cetonia, la rana, sono apparizioni, simboli di un senso nascosto dell’esistenza che si sprigiona solo in alcuni momenti di osservazione del reale, nelle ore meridiane (si pensi a Montale), quando il sole rende nette le ombre, e tutto sembra mostrarsi per la prima volta; i corpi hanno un aggetto che prima non avevano, le forme si fanno più nitide: e appare l’arcano.

L’arcano che terrorizza; l’acqua “infesta di torpore e morte” è il luogo in cui si specchia questo arcano,. questa presenza. Al poeta si schiude una realtà ulteriore, un mondo nascosto dietro la fauna e la vegetazione conosciuta e quasi anonima di Gorgo. La voce non è più quella della poesia che abbiamo letto prima: ora si fa cavernosa, profonda. E’ la voce dello sciamano, a cui si aprono nuovi stati dell’anima. E’ impossibile leggerla con un tono di voce normale: le “r” e le “s” riempiono la bocca; “voci dell’arcano”, nella seconda strofa, riempie l’intero verso, e rimbomba, e sembra quasi di sentirne l’eco. E questo è indice di una capacità tecnica tutt’altro che elementare; e ci permette di entrare in quel mondo, dentro quel senso di morte che permea la realtà bellintaniana. 

Senso di morte che accompagna sempre l’autore; e che pure non è un lamento funerario, sepolcrale: al contrario, si accompagna ad un grande amore per la vita, ad una grande fascinazione per l’esistente e per l’unità indissolubile di vita e di morte. L’esistente è sofferenza, per Bellintani. Ma non l’esistente in quanto tale, bensì il momento storico in cui vive Bellintani. In Sino alle prime sorgenti scrive: “Amo il passato. In esso mi ritrovo / nell’unno forte, nell’ominide che balza / sopra la preda, nell’urlar del dinosauro” (U. Bellintani, E tu che m’ascolti, Mondadori, Milano, 1963, p. 75).

Il presente, inglorioso, banale, vile, divarica l’uomo e la natura, li rende due entità distinte, che nulla hanno in comune. E il senso nascosto e arcano della vita diviene irraggiungibile. Se ne può ancora avvertire l’effluvio, si può avvertirne il richiamo: la cetonia lo mostra, l’acqua putrida e stagnante; sono lì, sono fantasmi, epifanie dell’arcano. Ma cosa vi sia oltre, non si può sapere. La forza del passato, la forza bruta, ferina dell’ominide, dell’unno che devasta la molle civiltà (Bellintani era un accanito lettore di Nietsche, e si vede) incarnavano l’unità uomo-animale, e dunque l’uomo era più vicino al segreto dell’esistenza.

Di qui il conseguente interesse per le civiltà primitive ed esotiche, per le popolazioni primitive africane, per i popoli precolombiani. E assistiamo ad un’ulteriore trasformazione. Non solo la vegetazione di Gorgo racchiude in sé un segreto, ma si tramuta in foresta pluviale, in deserto e steppa sterminata; l’occhio del poeta non si ferma al visivo, a ciò che può concretamente vedere e sentire, di cui può avere esperienza diretta: al contrario si incammina per i sentieri di sabbia e dune dei cammellieri, prende la via dei carri zigani; d’improvviso si trova nella foresta, dove tutto è tenebra; e ne esce, fino a vedere spuntare una balena dalle acque del lago…

Ogni poesia di Bellintani è un mondo a sé, un intero mondo di cose che si apre al nostro sguardo di lettori. E di ognuna si potrebbe parlare per ore, si potrebbero analizzare i dettagli e le sfumature prosodiche, si potrebbero sviscerare per ore simboli e riferimenti. Hanno fibra e spessore; e non molte, oggi, ne hanno di simile. Una poesia di potenza devastante è A Ima Sumac, orchidea tenebrosa e usignolo

Non è una poesia facile. Innanzitutto bisogna sapere che Yma Sumac (nome d’arte di Zoila Augusta Emperatriz Chavarri del Castillo) era una cantante peruviana. Negli anni ’50, in Italia, non era certo famosa, ma poteva capitare di sentire un brano alla radio; mambo e musica tradizionale, soprattutto. Però questa Yma Sumac aveva una particolarità: un’estensione vocalica del tutto eccezionale, che le consentiva vocalizzi altamente spericolati, ed esperimenti vocalici che ricordano dei richiami primigeni, delle voci sciamaniche. A volte sembra addirittura fondersi con il verso di un puma o di una tigre, il richiamo di un uccello tropicale, o di qualche altra forma di vita ancora sconosciuta: 

La cantante suggestionò fortemente Bellintani, e la poesia che le ha dedicato è la sintesi dell’intera sua poetica: 

Io che fui l’indiano piumato e ho gettato alle zanne 
del serpente meraviglioso il trillo della vergine;
io che fui Bantu, e condor, e selva tenebrosa,
ben posso ascoltare il tuo canto, Ima Sumac, 

dorata cometa, e serpente, e fragoroso Niagara. 

Ben posso ascoltare il tuo canto, Ima Sumac.
Io che fui Zulú, e silenzio, e sussurro nella foresta, 

e che danzando ululavo al vulcano il mio terrore
e il mio incanto al gran dio antropofago,
ben posso ascoltare il tuo canto, Ima Sumac. 

(U. Bellintani, E tu che m’ascolti, Mondadori, Milano, 1963, p. 78) 

C’è tutto: c’è l’indiano piumato, il Bantu e lo Zulù, il popolo nero caro a Bellintani; c’è il serpente meraviglioso, e il condor, e la selva tenebrosa, e la foresta incantata. L’umano è messo accanto all’animale e al vegetale, ed il poeta si identifica con tutti essi. Egli, in quanto poeta, è ciò che osserva, è ciò che pensa. Pensa talmente forte da essere, da incarnare l’oggetto pensato. E la poesia non è altro che questo, un modo per essere, per essere i mari e le montagne, per diventare come le nuvole, che stanno e si dissolvono.

Ma il quadro non è bucolico: ecco la vergine da sacrificare (eco forse della Sagra della primavera di Stravinskij), ecco il grande dio antropofago, il dio che mangia i suoi figli, la natura che vive di nascita e di morte, e si ciba costantemente di se stessa. E la natura genera incanto e terrore, che può essere solo ululato, scongiurato danzando: la danza rituale, il canto primigenio e disperato dell’uomo, dell’uomo che cerca disperatamente di farsi amiche le forze naturali e  soprannaturali, per poter vivere. E il poeta è tutto questo, il poeta ha vissuto tutto questo, internamente, senza muoversi di un passo. Ed è per questo che il poeta può ascoltare il canto meraviglioso di Yma Sumac. Anche lui è parte di quel mondo miracoloso e dimenticato. 

Ora si comprende perché Bellintani si sia ritirato. Del perché circoli appena nelle librerie, del perché pochi lo conoscano. Non canta il corpo elettrico. Non mette in crisi la lingua, non la scompone e ricompone come gli avanguardisti. La sua lingua è quella della poesia di Luzi, di Parronchi; i suoi poeti sono Leopardi, Campana, Pascoli. Non canta il nuovo: canta l’antico, e tutta la sua poesia è un’operazione negromantica di rievocazione dell’antico. Del prima. Prima di tutto, prima del prima. Per poter risalire “sino alle antiche sorgenti”, come scrive. Abbeverarsi alle antiche sorgenti è il desiderio di Bellintani. Abbeverarsi in quell’epoca in cui uomo e animale, e albero, e seme e nuvola erano una cosa sola.


Umberto Bellintani nacque a Gorgo di S. Benedetto Po il 10 maggio 1914. Frequenta a Monza l’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche e si diploma in scultura nel 1937. Nel 1940 combatte in Albania e in Grecia; nel 1943 viene internato a Görlitz e rientra nel paese natale nel 1945, dove risiederà, con iper- sedentaria tenacia, fino alla data della sua scomparsa, il 7 ottobre 1999. Sue opere sono Forse un viso tra mille (1953), Paria (1955), E tu che m’ascolti (1963), Nella grande pianura (1998), Canto autunnale (1998). Nel 2006 è uscito postumo Se vuoi sapere di me, poesie inedite, a cura di Suzanna Glavas.

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Gabriele Stilli

Gabriele Stilli

24 anni, abita a Pantigliate, paesino minuscolo sperdutissimo tra campi palazzi e papaveri nel sud est milanese: maturità classica, poi laurea in Lettere a Pavia. In tenera età venne stregato da quelle cose che si scrivono andando a capo spesso, e da allora scribacchia poesie. Da molti anni si è rassegnato ad ascrivere la letteratura tra le discipline umanistiche e non al rigoroso ambito delle scienze. Nutre ancora qualche dubbio, però.