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Turbine, il trionfo letterario di Juli Zeh

Il ventunesimo secolo è progresso esasperato, svendita di valori, è «gente che cura il design del curriculum sin dall’asilo» e che sta perennemente incollata allo smartphone, iperinformazione, rendimento, capitalismo selvaggio… Non a Unterleuten, però. In questo atavico paesino di duecento abitanti, che dista un’ora da Berlino ma si trova ad anni luce di distanza dalla mentalità di quelle mandrie di cittadini, la gente vive lavorando la terra, senza tecnologia e addirittura senza un impianto fognario. È un baluardo contro la contemporaneità.

La tranquillità del paesino non è destinata però a durare a lungo: il capitalismo è destinato ad imporsi, rovinando l’idillio degli orizzonti intatti. Come si deduce dal titolo, la minaccia sono le turbine, le dieci pale eoliche destinate a distruggere per sempre ogni equilibrio faticosamente costruito. Le turbine sono il pretesto e la causa dello scoppio di una guerra in cui l’importante è trionfare e prevalere sugli altri, in cui non contano più la famiglia e gli affetti, il rispetto e la correttezza: conta solo avere ragione. Così l’uomo si rivela per quello che è, ossia fondamentalmente egoista.

È una guerra in cui si scontrano generazioni, perdenti e vincitori post-muro, città e natura. La visione sul mondo è sferzante:

Nel tardo capitalismo la società non c’era più, era rimasto il gioco di società, e lo scopo del gioco era trasformare abilmente i miseri resti della politica in un fattore di intrattenimento. Dato che per propria ammissione i politici non potevano comunque più decidere niente, si tramutavano in attori specializzati in teatro dei sentimenti, messa in scena di convinzioni e simulazione di scelte. In un certo senso era un’arte. C’erano arie di sdegno, sinfonie d’accusa e ballate di rivendicazione. Nel carosello dello spettacolo si poteva integrare qualsiasi cosa: crisi dell’euro, terremoti ed esplosioni di piattaforme petrolifere. Nel tardo capitalismo la società non c’era più, era rimasto il gioco di società, e lo scopo del gioco era integrare qualsiasi cosa: crisi dell’euro, terremoti ed esplosioni di piattaforme petrolifere.

Turbine, Juli ZehUnterleuten significa tra la gente. E sono proprio i rapporti umani a costruire l’impalcatura della storia: la vita del paese si costruisce giorno dopo giorno sulle fondamenta di antiche rivalità, rancori e favori dovuti. Anche l’espediente della focalizzazione multipla, con ogni capitolo narrato da uno degli abitanti, permette di stare tra la gente, di entrare nella testa di personaggi dalla mentalità opposta. I nuovi arrivati, giovani dell’Ovest, ambiziosi e decisi, si sono trasferiti ad Unterleuten spinti da una romantica ribellione alla frenesia. La differenza con i vecchi abitanti, tutti in qualche modo legati tra loro, a Unterleuten per nascita e non per scelta, è abissale. I personaggi non sono categorizzati in “buoni” e “cattivi”, quanto piuttosto in mover e ammazza-gioia. I mover sono gli intraprendenti, le persone nate per dare una spinta propulsiva a se stessi e agli altri. Gli ammazza-gioia guastano la festa agli altri, cercano nella società le ragioni dei propri fallimenti.

All’inizio pare un’indagine su un secolo contraddittorio, le cui ideologie sono incarnate dai diversi personaggi. Solo proseguendo nel racconto questo inizia pian piano ad essere intriso di misteri e a trasformarsi in un giallo. Ciliegina sulla torta sono le curiosità e gli excursus: è «pieno all’inverosimile di insegnamenti e nozioni» per citare le parole della recensione pubblicata da Die Zeit.

La nuca del dio Kairos è rasata. Questo per ricordare agli uomini che, una volta lasciata sfuggire un’occasione, non possono poi riacciuffarla per i capelli.

È un romanzo voluminoso: supera le cinquecento pagine. Ma non lasciatevi intimorire dalla mole. Niente è superfluo, ogni racconto è un pezzo del puzzle che ci permette una graduale immersione nell’habitat di Unterleuten, nella vita e nei trascorsi dei personaggi, nelle sfaccettature dei loro caratteri. Non stupisce quindi che, con 450.000 copie vendute, sia un trionfo letterario, il bestseller tedesco dell’anno. Juli Zeh dà spessore a tutto ciò che racconta.

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Vittoria Pauri

Vittoria Pauri

Mi chiamo Vittoria e ho diciotto anni. Se questo fosse un questionario di Proust, alla domanda "qual è il tuo motto?" non avrei esitazione a citare la frase di Gandhi che, tradotta piuttosto liberamente, recita così: il miglior modo per trovare se stessi é perdersi nel servizio degli altri. Mi riassume perfettamente. Le due cose di cui non posso fare a meno sono la curiosità di capire ciò che mi capita intorno e un quadernetto, da cui non mi separo mai, su cui scrivo tutto quello che mi passa per la testa e su cui colleziono frammenti di libri, poesie e conversazioni.
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