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Oltre lo specchio. Pistoletto e gli anni Sessanta

michelangelo pistoletto

(credits: Henning Bagger)

Michelangelo Pistoletto è un artista contemporaneo che ha segnato il panorama artistico italiano del secolo scorso. Conosciuto principalmente per i suoi “Quadri Specchianti”, l’artista biellese è in realtà molto più di questo.

Grazie al padre pittore e restauratore, Michelangelo Pistoletto si affaccia al mondo dell’arte sin da bambino, indirizzandosi in seguito al mondo della pubblicità.

La sua carriera inizia nel 1960 alla Galleria Galatea di Torino dove tiene la prima personale ed è proprio nel corso di questa decade che l’artista raggiunge i maggiori picchi di sperimentazione.

La produzione dei suoi primi anni, incentrata sull’autoritratto, è profondamente segnata dalla ricerca dell’io, un Io di carne e ossa e allo stesso tempo un Io “prodotto”. Tra i primi autoritratti e gli ultimi è evidente la tensione tra figurativo e astratto, confine che Pistoletto si diverte continuamente a valicare in direzione biunivoca. E sono proprio gli autoritratti degli anni ’60 ad essere (forse inconsapevolmente) alla base della ricerca che porterà Pistoletto all’ideazione di una della sue più fortunate creazioni, i già citati Quadri Specchianti.

Michelangelo Pistoletto, Terzo paradiso, 2003

Michelangelo Pistoletto, Terzo paradiso, 2003

Il tentativo di riprodurre su un supporto la figura che viene respinta indietro da una superficie riflettente va oltre la ricerca artistica: è il tentativo di spezzare per sempre i confini tra realtà e finzione e allo stesso tempo di renderli ancora più evidenti. Non c’è più solo l’opera o solo lo spettatore, le entità messe in gioco si moltiplicano: esiste la persona fuori dall’opera, esiste la persona raffigurata sulla superficie; esiste la persona che si specchia ed esiste nella sua molteplicità di reazioni di fronte all’opera; esistono entrambe insieme, una di fronte all’altra. I materiali sono pochi e semplici, una lastra di acciaio lucidato applicato sulla tela e ritagli fotografici di soggetti i più disparati possibili: donne, uomini, gruppi, tutti intenti ad agire nella “loro realtà riflessa”, in atti assolutamente quotidiani, banali, a volte anche intimi.

La tecnica figurativa dei grandi maestri viene modernizzata e portata agli estremi: un’opera che cambia continuamente volto, numero di soggetti e pose, un’opera in continuo divenire e che quindi ha in sé il germe della caducità.

Come in un romanzo, il lavoro di Pistoletto ha diversi piani narrativi e temporali che si mescolano insieme e si disperdono per poi ritrovarsi: in un quadro specchiante troviamo il passato, il presente e il futuro e contemporaneamente ci troviamo di fronte ad un’opera senza tempo.

Non c’è più neanche uno spazio fisso, dal momento che le distanze variano in base alle persone che si specchiano nelle opere.

È tutto molto chiaro e allo stesso tempo fumoso, i limiti del reale e irreale si mescolano continuamente. Immaginiamo di trovarci in un sala con un quadro specchiante che raffigura solo un lampadario: le mura della stanza dove ci troviamo diventano anche le mura della stanza immaginaria dove si trova il lampadario e il nostro soffitto è il suo soffitto. Tutto molto reale insomma. Ma se decidessimo di prendere il quadro specchiante e lo portassimo in un prato, cosa vedremmo? Una stanza fatta di cielo e nuvole, un pavimento di erba, un lampadario appeso al nulla e noi riflessi in questo mondo immaginario. La realtà svanisce per lasciare spazio ad altro.

Dal 1964 l’artista si dedica ad un’altra interessante produzione, i plexiglass.

La messa in pratica è di immediata ricezione: supporti in plexiglass trasparenti accolgono sulla loro superficie riproduzioni fotografiche di oggetti che l’artista ha quotidianamente intorno a sé- tavolini, scale, cavi elettrici, dischi. Più complessa è l’idea alla base del progetto, da intendere quasi come uno sviluppo dell’idea del soggetto dei Quadri Specchianti: il tentativo di togliere al pubblico il potere che gli era stato dato nelle opere/specchio, il ritorno alla verità con un supporto non più riflettente ma trasparente, appoggiato ad un muro per dichiarare apertamente quello che c’è dietro e per mantenere nel loro habitat naturale oggetti quotidiani (che però con questo espediente non perdono il loro valore di opera d’arte).

Michelangelo Pistoletto, Pila di dischi, 1964

Michelangelo Pistoletto, Pila di dischi, 1964, dalla serie Plexiglass.

Dopo il muro, Pistoletto decide di lavorare su altre superfici: tavolini di ferro o pile di dischi.

Per rendere evidente l’ultimo briciolo di finzione, che l’artista cerca di far tendere a zero ma che in minima parte continua inevitabilmente ad esistere (in quanto l’opera continua ad essere rappresentazione della realtà), l’ultimo passaggio è quello di apporre alla lastra di plexiglass un bollino rosso utilizzato per rendere evidente la materia laddove non dovrebbe esserci, per dichiarare esplicitamente il supporto che rende i plexiglass opere d’arte.

Gli anni ’60 sono terreno fertile per l’artista, che dopo essersi dedicato alla serie degli Oggetti in meno (1965-66), opere create secondo la logica della semplicità e della contingenza, usando ancora una volta materiali semplici e elementi già posseduti o reperiti casualmente, si affaccia al mondo dell’Arte Povera, diventando uno dei principali esponenti del gruppo.

Il lavoro dell’artista in questa fase si concentra sugli stracci, utilizzati e assemblati in diversi modi, impilati o ammassati in terra. L’esito più conosciuto di questa ricerca è senz’altro la Venere degli stracci del 1967: una copia in finto marmo della Venere con Mela di Berthel Thorvaldsen che dà le spalle al pubblico e la faccia ad una catasta di panni e indumenti buttati in terra l’uno sull’altro. Un’opera che risponde alle trasformazioni sociali ed economiche di quegli anni, che fa riflettere sulla funzione dell’arte nella vita di ognuno di noi, che la rende più terrena e concreta, alla portata di tutti: quando non è l’arte ad uscire dalle gallerie è la vita ad entrarvi e a contaminarla.

MIchelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967

MIchelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967

Nello stesso periodo Pistoletto si avvicina anche ad un’altra forma d’arte, la performance teatrale, che coltiva con Lo Zoo, un gruppo eterogeneo di artisti degli ambiti più diversi si ritrovano tra il 1968 e il 1970 a collaborare con Pistoletto in una serie di azioni performative con lo scopo di comunicare con il più vasto pubblico possibile senza la mediazione di oggetti o sceneggiature, spesso con il supporto della MEV- Musica Elettronica Viva formata da musicisti americani trasferitisi a Roma.

Dietro alla scelta del nome si nasconde una convinzione ben radicata: gli uomini sarebbero come degli animali in gabbia, ognuno nel suo recinto naturale; gli artisti sono rinchiusi nei musei, nella gallerie e sono allo stesso tempo attori, spettatori, fruitori e creatori. L’intento de Lo Zoo è quello di creare azioni che avvicinino i teatranti al pubblico a tal punto da mescolarli gli uni con gli altri; un’improvvisazione continua passibile di suggerimenti e repentini cambi di programma, un canovaccio appena abbozzato su cui artisti e spettatori si divertono a mettere continuamente mano in base all’impressione di un momento, al contesto e al proprio stato d’animo per attraversare il confine tra le diverse arti messe in gioco e per abbattere definitivamente la quarta parete teatrale. La prima performance, sulla scia del Living Theatre che dall’America incominciava a porre le sue basi anche in Italia, è la messa in scena dello spettacolo teatrale L’uomo ammaestrato a Vernazza in Liguria, replicato poi ad Amalfi: la storia di un bambino allevato da un serpente e trovato dai componenti del gruppo (vestiti di pezze e stracci), in una sorta di racconto primordiale di formazione.

Chi è quindi Michelangelo Pistoletto? Un artista a tutto tondo, un innovatore e un performer che ha saputo cogliere le vibrazioni di una società che stava cambiando e che chiedeva qualcosa di più, qualcosa di diverso rispetto al passato. Un artista che ha lasciato molto e ha creato un nuovo modo di concepire e fare arte, a volte criticato, a volte non capito, ma senza dubbio rivoluzionario. Un artista che ha saputo cogliere ciò che si nasconde dietro la semplicità e ha deciso di condividerlo con il suo pubblico.

Pistoletto ha regalato molto più di un’opera a chi ha saputo e voluto ascoltarlo: un salto in avanti verso un mondo di finzione con il quale si deve imparare a convivere, consci di poterlo smascherare imparando a guardare “oltre lo specchio”.


G. Celant, Pistoletto, Fabbri editore, Milano 1992
B. Corà, M. Pistoletto, Pistoletto: le porte di Palazzo Fabroni: [Palazzo Fabroni, Pistoia, 18 novembre 1995-1966] , Charta, Milano 1995
M. Farano, M. T. Roberto, C. Mundici, Michelangelo Pistoletto: Il varco dello specchio: azioni e collaborazioni 1967/2004, Torino, Fondazione Torino Musei 2005
Fondazione Pistoletto, Cittàdellarte / Fondazione Pistoletto. – Roma : Incontri internazionali d’arte, Fondazione Pistoletto, Biella 1999
M. Pistoletto, Io sono l’altro, Edizioni GAM Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino 2000
M. Pistoletto, Lo Zoo, in “Teatro”, n. 1, Milano 1969
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Elisa Enrile

Elisa Enrile

Sono nata a Savona sotto il segno dei gemelli e forse è proprio a questo che devo la mia creatività e la propensione per le materie umanistiche. Amo leggere e scrivere, la danza e la musica. Dopo la laurea in Lettere moderne ho scelto di proseguire il mio percorso di studi seguendo la mia passione per la storia dell’arte e specializzandomi in ambito contemporaneo.
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